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Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Mettemmo ancora il culo in macchina, i pensieri cominciavano a fluire in modo naturale, segno che l’effetto delle pillole era quasi sparito del tutto, infatti era tornato il dolore alle costole che si ripresentava ad ogni respiro. Avevo tenuto il finestrino aperto per respirare ancora aria fresca, stavo lì con la testa fuori come un cane. Sully emetteva sbuffi di fumo nauseante, che vizio del cazzo il sigaro.

“Hai sentito parlare di qualche Vincent al porto? Credi che ci abbia depistati il nostro caro amico pianista?”

“No, non credo di aver memoria di qualcuno con un nome simile, magari era da qualche altra parte a scaricare casse. Stanotte dovrebbe arrivare un carico speciale, quei due idioti dei Ricardo non sanno che ho le orecchie robotiche, pensavano che sussurrare a dieci metri di distanza li mettesse al riparo” sorrisi compiaciuto di un’abilità che non era mia ma che avevo comprato come un paio di pantaloni.

“Beh, abbiamo qualche ora per trovare il nome in archivio, quel bastardo dovrà essere registrato all’anagrafe e noi lo troveremo.”

“Tutta questa storia ha qualcosa che non mi convince, mi sembra troppo semplice che un bestione del porto abbia ucciso una ballerina. C’è un dettaglio che ci sfugge, anche se non sono ancora sicuro di quale possa essere” il dubbio mi rodeva il fegato, qualcuno voleva depistarci, ma chi?

“Quando troveremo nuove piste le batteremo, come abbiamo sempre fatto, adesso è impossibile porsi il problema, amico mio.”

Il silenzio, interrotto solo dal rumore del motore dell’auto che Frank amava maltrattare, rimase a farci compagnia per tutto il resto del viaggio fino all’ufficio. Anche le domande continuarono a ronzarmi in testa come mosche fastidiose che era impossibile scrollarsi di dosso: odiavo avere dubbi, odiavo non trovare le risposte. Parcheggiammo con una ruota sopra al marciapiede, come sempre, e rientrammo in ufficio in fretta e furia. Sully si diresse al suo ufficio io puntai dritto al bagno, le budella pronte ad uscirmi dalla bocca.

“Ehi, che diavolo hai, si può sapere?” il mio collega mi osservava con una smorfia a metà tra il disgusto e l’apprensione.

“Devo vomitare un po’ e, udite udite, per la prima volta non è colpa di quello che ho trangugiato. Sto diventando proprio un bravo detective che non beve più durante l’orario di lavoro” tentai di ridere ma le costole mi ricordarono che sarebbe stato meglio evitarlo, almeno per qualche giorno.

Una volta terminata la piacevole operazione il cesso si era trasformato in un piacevole affresco di color giallognolo, il puzzo ti entrava nelle narici e pareva proprio destinato a rimanersene lì a zonzo. Buttai un po’ d’acqua sulla mia faccia da cazzo, una delle operazioni che ripetevo più di frequente, e cercai di apparire presentabile come stesse per venire a farci visita, pettinai i capelli. Mi sentivo come su una strana nuvola dalla quale era impossibile scendere, forse non avevo smaltito del tutto le pillole magiche zittisci dolore.

“Allora, che facciamo?” avevo appoggiato la spalla sullo stipite della porta dell’ufficio di Sully.

“Vai al computer e cerca anche tu tutti i Vincent della città, non è un nome raro, quindi ci metteremo di certo un po’ prima di riuscire a restringere il campo” Frank aveva indossato un paio d’occhiali quasi senza montatura: si rifiutava di farsi impiantare occhi robotici.

Tornai nella mia stanza, chiamarla ufficio era troppo strano, soprattutto quando la usavo per passare tutte le notti nelle quali non mi trovavo nel letto di qualche donna. Accesi l’oloschermo, la luce bluastra mi dava fastidio, indossai un paio di occhiali da sole che tenevo nel cassetto per evenienze simili. Entrai nel sistema anagrafico della città, l’accordo che le organizzazioni criminali di Prison Planet 001 avevano stretto permetteva a tutte le agenzie investigative l’accesso a fonti governative, in questo modo agevolavano il nostro lavoro, o spesso quelli di chi pagavano di tasca propria. Il sistema era ben organizzato nonostante la popolazione superasse i quaranta milioni d’abitanti e, ovviamente, era destinata a crescere. Odiavo scorrere liste infinite di nomi, così, per passare il tempo, immaginavo una storia personale dietro ognuno di quelli che mi colpiva per un motivo o per un altro. Chi aveva un nome particolare, chi un cognome, oppure chi esercitava un mestiere strano, ogni dettaglio era un buon motivo per immaginare qualcosa. La ricerca passò più in fretta del previsto, un paio d’ore dopo avevo appuntato su un foglio di carta tre nomi, anche Sully era giunto alle mie stesse conclusioni.

Partimmo in macchina, la notte stava per finire ma nemmeno i portuali si svegliavano così presto per andare a lavoro. Avevo passato diverse serate al Club ed ero abbastanza sicuro di poter riconoscere un volto già visto, ero abbastanza bravo con le facce, quando l’alcool mi permetteva di ricordarle. Con i primi due fummo sfortunati, non li ricordavo, di certo non potevamo escluderli ma, almeno io non li avevo mai visti prima. Il terzo abitava in periferia, in una piccola villetta, segno che, forse, occupava un posto più buono di quello di un semplice scaricatore di porto, magari era un uomo fidato dei Ricardo. La macchina era tirata a lucido, anche se si trattava di un vecchio modello elettrico, il prato tagliato da poco, il ritratto della famigliola felice. Quando il tipo uscì fuori dalla porta d’ingresso non ebbi alcun dubbio.

“Quello è il nostro amico” dissi con un sorriso soddisfatto stampato sul volto.

“Ne sei del tutto certo?” il volto del mio collega era tirato, forse anche un po’ per la stanchezza.

“Sì, forse avrei più dubbi sulla faccia di mia madre che su quella del nostro compare, qui.”

“Pediniamolo, allora, che ne dici?”

“Io scendo, ho intenzione di dare una controllata alla casa. Ho trovato una mail della scientifica: parlano di un’impronta parziale numero quarantaquattro e mezzo.”

“Vedi di non farti ammazzare, e stavolta chiamami se ti trovassi nei casini, okay?” la mano sulla mia spalla, gli occhi spalancati.

“Certo, non preoccuparti. Adesso va, prima di perderlo per sempre.”

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Discussioni

  1. “Tutta questa storia ha qualcosa che non mi convince, mi sembra troppo semplice che un bestione del porto abbia ucciso una ballerina. C’è un dettaglio che ci sfugge,”
    ecco, siamo in due!