Torsioni dall’interno

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il cartolaio e la sua bambina raggiungono la locanda. Gustav esce fuori e gli va incontro, mentre un improvviso colpo di vento richiude la porta e li lascia fuori, sotto le sferzate del temporale. Nonostante i colpi e i richiami di Gustav, nessuno li apre.

La piccola Greta mi fissava con sguardo supplichevole. «La lasci perdere» fece suo padre. Â«Vuole venire in braccio, non la vede? Pensa di farla franca, la furbetta, credendola suo alleato» insisteva, con tono sprezzante.

«Ma cosa avrebbe fatto di così grave? Me lo spiega, per favore?» gli dissi, mentre Greta si stringeva a me, per rapprendersi di tutto il calore perduto, che io non avevo da offrirle.

«Non si rende conto che disobbedire alla sua insegnante e interrompere le verticali dettate dai rintocchi ritmici della bacchetta è un delitto gravissimo? Mi meraviglio di lei, avvocato. Certe cose, da una persona del suo calibro, dovrebbero essere sottintese, o sbaglio? E cerchi di farsi aprire, adesso, che non ho più voce né pazienza.»

Io rimisi l’orecchio alla porta. Sentii appena scivolare qualche sussurro, forse una mano nei capelli o il fantasma di un bacio, poi di nuovo il silenzio. Spinsi il viso congestionato della piccola Greta nell’incavo di una mia spalla, quando d’incanto la porta della locanda si aprì. Mi portai di furia la piccola dentro, ancora in braccio, mentre la porta si richiuse alle mie spalle e una donna anziana ci corse incontro – la sua velocità le smuoveva i capelli come vele di barca, quando avvolse la piccola Greta in una coperta rossa, una volta raccolta con premura dalle mie braccia.

Aveva un vestito nero, forse era una vecchia tata o una dama di compagnia accorsa per l’emergenza – ma allora Sveva non era da sola lì dentro, pensai, e intanto mi guardavo intorno, osservando ogni tanto il fagotto rosso della coperta dove sonnecchiava Greta, e la vecchia balia che la cullava, con lo sguardo commosso sul suo corpicino che grondava acqua e stille di gelo alpino, che due gatti bianchi vennero subito a lappare. Le loro lingue avevano lo stesso rosso carminio della coperta. La vecchia, nel frattempo, alzò la testa e mi fissò con un’aria perplessa, misteriosa.

«È sicuro che vada tutto bene, avvocato?» e intanto mi lasciò un sorriso arioso, rassicurante. Le dita della piccola Greta si avvinghiano nel sonno ai suoi capelli bianchi e formavano dei nodi perfetti, che arricciavano il vapore latteo che i gattini stavano gustando, in piccoli nastri, volute di fumo e arabeschi, come se sgorgati dai comignoli di un paesino di montagna. Alla porta sentivo battere i pugni del cartolaio e il suo residuo di voce implorante, ormai ridotta ai minimi termini, ma la vecchia balia era assorta sulla bambina e non aveva alcuna reazione al tuonare dei colpi di un padre infuriato, ormai fuori controllo. Io ero smarrito, spaccato tra le due parti, e allora mi guardavo intorno, col timore, come con il desiderio, che all’improvviso comparisse Sveva, e che mi parlasse all’orecchio sinistro, il più sovrasensibile tra i due. La sua voce aveva una pazienza e un odore di fate al primo mattino. Una lucina tremolava sull’unico tavolo della locanda, dove l’insegnante polacca e il suo allievo gozzovigliavano ormai ubriachi, sollevando i bicchieri con brindisi lampeggianti.

I colpi alla porta aumentavano, facendo tremare tutto intorno a noi, come dentro di me. La bambina a ogni colpo sussultava nelle braccia della vecchia balia, che cercava di calmarla e le soffiava del fumo rosa nella bocca. L’insegnante si voltò verso di me, gridandomi: «Che fine ha fatto, avvocato? È digiuno? Nemmeno un goccio di birra? Perché non mi parla più?» mentre l’allievo le prendeva una mammella dalla veste e gliela strizzava con una sola mano, facendole sprizzare un liquido verde e nero che inondò i piatti e colò giù sul pavimento, dove accorsero altri gatti – bianchi e neri – a lapparlo a occhi chiusi, mentre l’allievo continuava a strizzare e a martoriare la mammella possente della pianista, che sembrava brillare, quando lei lanciò un grido di dolore, che interruppe i colpi alla porta e fece sobbalzare il capo debole di Greta. Anche la vecchia balia sollevò il capo, come avrebbe fatto una badessa dalla finestra di un castello in fiamme.

«La lasci! Le sta facendo male!» dissi all’allievo ma lui continuava a straziare la bambola del seno sinistro della sua insegnante. La cosa più impressionante è che lei rideva e continuava a mangiare e a bere, nonostante le torture inferte dal suo studente.

«Vorrei sapere cosa sta succedendo qui dentro! La mia bacchetta. Dobbiamo cercare la mia bacchetta. Ma dov’è la bambina? Adesso dobbiamo punire la bambina» gridò l’insegnante, e allora l’allievo la lasciò libera dalla sua morsa e mi fissò con un viso arcigno, malefico, in attesa di un segnale di conferma.

«Non riesco a capire cosa stia succedendo alle nostre spalle. Non lo sente il vento? Il vento all’interno della locanda, che forse proviene da una delle camere da letto del piano di sopra. Bisognerebbe controllare. Forse una tegola, un infisso difettoso, lo schianto di un corvo» fece l’insegnante.

«Si dovrebbe riscaldare del latte per Greta; semmai spezzargli dentro dei biscotti o del pane bianco. Sarà digiuna. Trema dalla fame e dalla paura, la piccina» disse piano la vecchia.

«Vi prego di non nominare più la bambina. Divieto assoluto!» intimò l’insegnante, sbarrando gli occhi grigi e la bocca sdentata.

«Credo che non stia bene» le dissi.

«E invece va punita! Ha disobbedito e ha rubato la mia bacchetta di cristallo. È importante che il castigo avvenga qui, nella locanda» e intanto la mammella dell’insegnante colava olio verdastro nel piatto dello stinco di porco, insieme alla sua collera.

«Sono la migliore insegnante di pianoforte di tutte le accademie esistenti, avvocato» disse, chinandosi lentamente verso il piatto straripante di cibo. L’allievo batteva le mani a tempo, così anche gli occhi, allo stesso ritmo binario, come faceva prima la sua insegnante con la bacchetta di cristallo, di fronte all’autobus capovolto.

«E adesso lei, avvocato, dovrebbe parlarmi della mia esecuzione dei Notturni di Chopin tenuta nella sala Picasso dell’albergo, lo scorso autunno, dovrebbe ricordarlo, ma sono certa che lei ricorderà. Ho il diritto di avere un suo parere tecnico e anche legale, perché no, sulla mia esecuzione integrale dei Notturni di Chopin all’interno della sala Picasso.» 

Continua...

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