Trasferimento 

L’estate in cui Gioele decise di trasferirsi era una stagione piuttosto ordinaria. L’afa, le zanzare, l’aria condizionata impostata ad un’intensità inverosimile nei
supermercati, i temporali con la grandine che facevano trasalire chiunque avesse parcheggiato l’auto all’aperto: nulla si discostava da ciò che solitamente ci si aspetta da un’estate come si deve.

Il fatto poi che il laboratorio del professor Bolli, esimio scienziato nonché bizzarro individuo, corrispondesse maggiormente alla descrizione di “scantinato” piuttosto che a quella di laboratorio in senso stretto, rendeva la calura estiva ancora più soffocante. Proprio in quel momento l’Illustre, che pareva refrattario al caldo, avviluppato com’era in vari strati di indumenti sotto il camice, si affaccendava con gli ingranaggi che componevano un grosso e complicato marchingegno che, a guardarlo, si sarebbe potuto ritenere composto da svariate lattine di salsa di pomodoro incollate l’una all’altra. Intanto Ketty, la sua gatta siamese, si intrometteva a curiosare in ogni cosa egli facesse, ingarbugliandogli il lavoro.

Gioele osservava il lavorio di quell’uomo. 《Quindi》 disse, schiarendosi la voce 《lei fa questo senza chiedere nulla?》

L’ossuto accademico si voltò verso di lui e lo scrutò, gli occhi enormi negli occhiali tondi. 《Chiedere?》 ripeté perplesso.

Gioele esitò. 《Soldi, intendo.》

《Soldi? Per far che?》

Gioele rimase attonito. 《Per comprare i croccantini per Ketty, per esempio.》

《Ketty? Ma lei non mangia croccantini. C’è Tobias, il cuoco, che cucina per me e per lei.》

La luce del neon si riflesse sul cranio calvo dell’uomo di scienza, mentre
quest’ultimo si avvicinava a Gioele. 《Bene, tutto è pronto. Almeno, credo. Lasci che le spieghi ancora una volta la procedura.》 Gioele deglutì ed inspirò a fondo. 《La macchina》 proseguì il professore 《permetterà il suo trasferimento. Lei dovrà innanzitutto entrare in questa comoda nicchia, sdraiarvisi e richiudere il coperchio sopra di sé.》

Gioele osservò la comoda nicchia. Era lunga e stretta, posta in orizzontale e
rivestita internamente di un sottile cuscino, come una bara. 《Non farà un po’ troppo caldo, lì dentro? chiese, inquieto.

《Si capisce》 rispose lo scienziato. 《Dunque lei si sdraia, chiude il coperchio della nicchia ed il macchinario viene attivato. A questo punto, tocca a lei: dovrà immaginare con la massima precisione il mondo in cui vuole essere trasferito. Vuole vivere, che so, in un mondo in cui gli stetoscopi declamano endecasillabi? Vuole una sfinge parcheggiata accanto alla sua Bentley? Deve pensarlo, più intensamente che può. Cerchi di visualizzarlo.》

《Orbene, ad un certo momento la macchina capterà queste sue intense vibrazioni mentali ed entrerà in sintonia con esse; ed ecco, la trasferirà nel suo mondo immaginario. Allora, è pronto?》

Gioele fu preso dallo sgomento. 《Ma è sicuro?》 chiese. Bolli rispose con un eloquente silenzio occhialuto, cosicché a Gioele non rimase che entrare nella nicchia e sdraiarsi. Lo scienziato chiuse il coperchio ed il marchingegno iniziò a tremare debolmente. La procedura era stata attivata.

Nello spazio angusto della nicchia, Gioele provò una sensazione di orrore, un senso di morte imminente. Si sforzò di opporvisi, tentando di richiamare a sé l’immagine del luogo in cui voleva essere trasferito, ma gli riuscì soltanto di chiedersi come sia possibile parcheggiare una sfinge. Iniziò ad ansimare. 《Visualizzi, visualizzi!》lo raggiunse remota la voce del professore, cosicché egli raccolse tutte le proprie forze ed iniziò a concentrarsi.

Le immagini che gli giunsero alla mente non erano stetoscopi, né sfingi, né Bentley. Invece, egli vide il mare. Onde gentili e fresche, celesti e verdognole e cerulee come il più bel mare che mai si sia visto in tutto il pianeta. E presto la scena si riempì di gente: volti amici, dal sorriso schietto. Persone che stavano là, insieme a lui, a godere di quella compagnia, del fatto d’essere vive, senza pensare ad altro. D’un tratto Gioele avvertì, accanto a sé, una presenza speciale, importante ed amata, che pareva spiccare tra tutte le altre. Tutto ciò era di una bellezza struggente.

Fu all’improvviso che Gioele sentì che gli mancava l’aria. Si trovava in un bagno di sudore, mentre gli si stringevano dolorosamente il petto e la gola. 《Aiuto, aiuto!》 tentò di urlare, ma gli era rimasta pochissima voce. Disperatamente spinse contro il coperchio, bussò, si agitò, ma non successe nulla. Percepiva lontanissima la voce del professore:《Ma che diamine, si è incastrato?
Scostati, Ketty, da brava》.

Finalmente, il coperchio si aprì e Gioele si sollevò ansante.

《Che succede?》chiese Bolli.

《Stavo per soffocare!》

《Ma come è possibile? Non è stato trasferito?》

《Direi di no!》

《Ma lei》 chiese lo scienziato, trepidante 《ha pensato? Ha visualizzato?》

《Ho pensato. Ho visualizzato.》

Il professore si mise due dita sotto il mento e rimase a fissare il vuoto.

《Allora non funziona?》chiese Gioele, addolorato.

《No. Mi rincresce, giovanotto, mi rincresce.》

《E quindi…》

《E quindi nulla》 rispose Bolli. 《Tra l’altro, non posso trattenermi oltre. Ketty ha la seduta dal parrucchiere e si innervosisce se non sono presente.》

Mentre usciva dal laboratorio, Gioele gli fece un cenno di saluto, ma quello non se ne accorse. 《Niente Nobel, Ketty》  lo udì borbottare.

Gioele si ritrovò in strada, imprigionato ancora una volta in quella solitudine che da sempre lo perseguitava. Una pioggia troppo calda iniziò a sporcare l’asfalto, gettando il mondo in un incubo d’afa.  Che nostalgia, quel suo mondo immaginario.

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Discussioni

  1. Ha una malinconia gentile che ti prende alla sprovvista. Pensi di leggere una cosa buffa, e invece alla fine ti ritrovi con un nodo in gola per Gioele e quel mare che ha visto solo a occhi chiusi.