Tre chilometri in un mese

In un tempo putrido come questo in cui il mondo di umana fattura pare concedersi allegramente alla tenebra come una comare ubriaca e sporca, sento il peso di dovermi ritagliare un campo d’azione nel marciume collettivo, dal quale dipendere. La sopravvivenza forzosa si può superare?

Alla ricerca di un varco attraverso cui spogliarmi di quest’ultimo insignificante cumulo di macerie, impegno tutte le energie rimaste.

Sono le cinque del mattino e quando vedo ciò che mi aspetta oltre il cancello del giardino, nessun mostro interiore o incarnato riesce a trattenermi nella sua ombra puzzolente.

Indosso i jeans da pescatore, gli stivali di gomma, la maglia azzurra e il pastrano marrone con il cappuccio. La borsa di corda a tracolla, inoltre, non può mancare: contiene un panino al tonno e la borraccia vintage, un regalo di Ettore, il mio amico esploratore. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi mostrato un rondone in volo circolare sul lago. Ipnotico, tracciava cerchi concentrici fermando il tempo.

“Vedi, in realtà sta dormendo, siamo nel suo sonno.”

Tutta la scena è ancora viva, come se fosse successo ieri.

Forse un giorno sarò anch’io in grado di addormentarmi tra aria e acqua e volteggiare nella culla degli elementi.

Appoggio il dito sull’apriporta elettrico, la serratura scatta con quel rumore secco di ferraglia arrugginita, la cella è aperta, esco.

Sarò libera per tre chilometri. Li percorro tutti i giorni alla stessa ora da un mese, avanti e indietro, avanti e indietro, mentre una schiuma ariosa si posa sui fili d’erba trasportata dal vento fresco.

E’ ancora buio, tutto appare ammantato del chiarore dell’alba imminente.

I campi seguono i miei passi senza fine e le radici degli alberi secolari emergono dall’asfalto spaccato in due. Eterne, mai ferme, vene pulsanti di linfa vitale.

Incontro per primo il gatto rosso, abita il lungofiume, ma ogni tanto fa un breve giro di perlustrazione nelle vicinanze. Non ha paura, gioca e si struscia. Qualcuno lo accudisce con amore, ma lui percorre i confini del suo regno da solo, spingendosi anche molto oltre. Sconfina con naturalezza tra i mondi, ne ha facoltà.

Il suono bianco dell’acqua che scorre a valle mi ricorda che sono qui per camminare. Proseguiamo in direzioni diverse, io e il gatto, mentre il labrador del vicino abbaia in sottofondo dalla cantina. Ci ha sentiti.

Sotto il bagliore del lampione che pende a destra, abbandono la grande strada statale e imbocco il sentiero. Metto tutta la mia intenzione in un passo deciso, atavico, che dedico a Pitagora, autore del celeberrimo aforisma.

Entro nel folto degli alberi, finalmente tutto è bagnato. No, non è solo rugiada. Nella notte lei trasuda il suo spirito pansofico, un invito costante ad unirsi fisicamente al canto delle sirene. Dal suo ventre umido cola la lucidità di cui tutto s’impregna, il richiamo alla comunione perduta. Accarezzo una foglia, le gocce percorrono i solchi nel palmo della mano, si attorcigliano al polso, dove andranno? Una cade giù. Qualcosa di me è nella terra ora.

Guardo avanti.

Laggiù in fondo al bosco, un riverbero illumina il tetto di una casa.

Mentre schiaccio le foglie secche, gli altri attori della grande opera si risvegliano. Zampette e fruscii mi circondano.

“Flic, flac”

Oltre i rami piangenti dei salici, proviene il suono sottile di un mulinello, una frenesia ritmica di tante piccole ali che picchiettano veloci sullo specchio del fiume, i masurini volano a pelo d’acqua. Chissà se l’oca che si è arrogata il ruolo di madre dei piccoli, mi aspetta davanti alla staccionata con tutta la sua ferocia per aggredirmi, come al solito. In paese la chiamano l’oca assassina, ha morso un cagnolino e fatto cadere due persone.

Punto dritto verso quel tetto illuminato, come se fosse un faro in mare aperto.

Terra! Terra! sussurro dentro di me. Mi scappa da ridere.

Mi avvicino cautamente.

Nessuno vi abita, è abbandonata. Eppure mi sembra di vedere un movimento.

La luce filtra tra le fronde, disegnando lunghe lame dorate sul sentiero sconnesso. Manca poco, e mentre il profilo della casa si fa più nitido, mantengo lo sguardo alto e il passo sicuro: un’ombra in cammino tra la minaccia starnazzante dell’oca e la promessa di quel tepore domestico.

Pochi metri prima che la traccia battuta sbuchi nel piazzale, mi fermo ai margini, al riparo tra i rami di un frassino. Nella veranda illuminata a giorno, un giovane dai marcati tratti teutonici, in piedi sull’ultimo piolo di una scala in legno, si allunga intento a imbiancare il soffitto. Forse è l’unico tempo che ha, perché tra poco dovrà andare a lavorare e questa sera rientrerà tardi, troppo stanco per continuare. Ma ora, nel silenzio, il suo braccio si muove flessuoso, dipinge onde bianche sui muri grigi. Non c’è sforzo, è un uomo che disegna il suo mare.

In basso, sdraiato sul pavimento, un cucciolo di pastore maremmano drizza le orecchie, si alza e si mette seduto. Lo sguardo attento sui confini del bosco. Mi ha sentito. Poi guarda in alto, dritto negli occhi del ragazzo. Gli sta dicendo sono dietro le foglie, nascosta, che osservo. Il suo compagno umano si volta, lo vede e gli sorride. 

Non so per quanto sono rimasti così, sospesi, avvolti uno nell’altro. Amanti nel loro regno ritrovato, non sentono alcun pericolo, trasportati in un altrove isolato, traboccanti di gratitudine.                                                    

Torno indietro, sono felice per loro. La loro pienezza la porto con me.

A domani.

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