Trincea

Tanti anni fa, quando il servizio militare era ancora obbligatorio e io ero poco più che maggiorenne, ebbi la così detta “cartolina” che mi annunciava il mio imminente reclutamento; non sarei mai voluto andare perché avevo una brutta sensazione e, forse, avevo ragione.

Sin dal primo giorno, la mia strada s’incrociò col più bastardo dei sergenti. Un uomo di ferro che non guardava in faccia a nessuno; con i suoi baffi folti e gli occhiali da sole con lenti specchianti, che nascondevano i suoi occhi. Non sapevi mai dove stesse guardando e quindi evitavi di fare qualsiasi cosa che avrebbe potuto infastidirlo. Si diceva che l’ultimo che aveva avuto l’ardire di sottovalutarlo aveva ancora le braccia indolenzite, tante erano state le flessioni che gli aveva fatto fare; e lui, sempre lì, con la pioggia e con il sole, con la neve e con il vento, sempre a osservare la sua vittima come la più spietata delle belve e, gridandogli addosso, quando ormai allo stremo delle forze si lasciava cadere a terra, non riuscendo più a piegare le braccia.

Fortunatamente, nonostante il sergente, i mesi di addestramento, che sembravano infiniti, giunsero al termine ed io, come tanti miei colleghi, fummo mandati nelle varie caserme, nelle quali avremmo dovuto trascorrere i mesi che ci restavano per finire il servizio militare.

Nella caserma, in cui mi trasferirono, la vita era molto più tranquilla rispetto a quella passata nei mesi dell’addestramento, ma questo non mi fece cambiare idea. La vita militare non mi era mai piaciuta. Non tolleravo che qualcuno mi dovesse dare degli ordini, ma per il quieto vivere mi ero abbassato ad accettare tale condizione, anche se questo peggiorava solo le cose. Il tempo sembrava non passare mai e io ne soffrivo molto, anche se stringendo i denti mi trovai alla fine di quel percorso. Finalmente era giunta la sera prima del congedo. Eravamo tutti entusiasti al sol pensiero di poter riabbracciare le nostre famiglie e, dopo aver bevuto e festeggiato, andammo a dormire. Ad un tratto nella notte una sirena riecheggiò nelle nostre camerate e il sergente irruppe urlando all’impazzata. Non capivamo cosa stesse succedendo, ma senza fare domande ci vestimmo e scendemmo nel piazzale come ci era stato ordinato. Una volta lì vidi gli uomini di altre camerate, salire sui camion con zaino in spalla e fucile in mano, portati via come bestiame pronto al macello. Speravamo fosse solo un sogno, ma alla fine anche noi fummo caricati su di un camion e portati all’aeroporto, dove ad aspettarci c’era un grosso aereo militare. In quegli istanti speravamo che fosse solo un’esercitazione, ma, non appena atterrammo e vedemmo che ci sparavano addosso, non potemmo più esitare e quindi corremmo verso le nostre trincee e ci tuffammo dentro, mentre i colpi ci sibilavano a pochi centimetri dalla testa.

Quei pochi di noi che non erano stati feriti si divisero in due gruppi. Il primo cominciò a sparare a tutto spiano per coprire il secondo gruppo, che uscì dalla trincea per recuperare i feriti e metterli in salvo.

Dopo quel battesimo del sangue, i giorni che seguirono non migliorarono e, all’alba del decimo giorno, io, insieme ai miei compagni, mi ritrovai sepolto nella mia trincea. Il mio viso era sporco di fango misto a sudore. Nella mia bocca il saporaccio metallico del sangue misto alla tanta polvere che era entrata in ogni mio orifizio, mentre nell’aria il puzzo di morte era sempre più forte. I bombardamenti erano sempre più frequenti e sempre più vicini e io, terrorizzato, stringevo forte il mio fucile con le poche munizioni che mi erano rimaste, e come me, tutti quei poveri ragazzi che avevano avuto la sfortuna di condividere con me la mia esperienza. In quella situazione di stress c’era chi pregava, sperando in un miracolo; chi ci scherzava su per smorzare la tensione, ma c’era anche di peggio. Ho visto con i miei occhi ragazzi, che disperati nell’incertezza ma consapevoli di non poter né andare avanti né tornare indietro, hanno preferito spararsi in un piede per farsi portare in infermeria anche se sapevano bene che sarebbero stati processati; mentre altri, arrivati ad un punto di stress così elevato, saltavano fuori dalla trincea urlando come pazzi, sparando quei pochi colpi che avevano, correndo senza alcuna difesa e i nemici senza battere ciglio li trivellavano di colpi.

Insomma, noi poveri ragazzi ci trovavamo in una guerra e rischiavamo la vita, senza nessun rinforzo e soprattutto senza un motivo. Rischiavamo di morire da un momento all’altro, per una guerra che non avevamo deciso noi. Combattevamo contro un nemico perché ci veniva ordinato e soprattutto uccidevamo per istinto di sopravvivenza. Uccidevamo per non essere uccisi. D’altronde quella guerra, come tante altre prima, non aveva nessun senso e portava con sé solo tanta morte e sofferenze nei popoli che la combattevano, ma soprattutto nelle giovani menti che fino a qualche mese prima avevano dei sogni, delle ambizioni, delle speranze; tutto spazzato via dalla paura e dall’angoscia. Purtroppo però il mio disgusto non si fermò al semplice odiare quella situazione; infatti, a pochi giorni dal nostro arrivo sul campo di battaglia, apprendemmo che erano finite le munizioni e non c’era alcun modo per farcele recapitare, così da poterci difendere dal nemico. Quindi, nonostante dovessimo dare la vita per una causa che non avevo ancora ben capito, ci trovammo anche senza alcun mezzo per poterci difendere e proprio in quel momento capii che la mia sensazione era stata quella giusta. Per loro eravamo solo del bestiame pronto al macello, ma nonostante tutto non volli arrendermi. Decisi che sarei tornato a casa e avrei fatto di tutto per far sì che accadesse.

Intanto i mesi passarono e con la fine delle munizioni ben presto cominciarono a scarseggiare anche cibo e acqua, ma almeno ci avevano mandato un aereo che bombardò i nemici, tenendoli alla larga dalla nostra trincea che ci permise di sopravvivere qualche altro giorno. Sapevamo che se fossero riusciti ad avanzare sarebbe stata la fine. A un tratto, dopo mesi e mesi di fuoco incessante, ci fu un silenzio assordante e noi pensammo bene di festeggiare per essere riusciti a scamparla un’altra volta, cominciammo a cantare con le poche forze che avevamo in corpo; quando a un tratto, dall’altro lato della barricata sentii un suono. Era un soldato nemico che con la sua armonica cominciò a suonare; così loro da una parte e noi dall’altra facemmo festa ed io in quel momento capii che anche loro si trovavano nella stessa situazione. Anche loro erano poveri disgraziati, che erano stati catapultati sul campo di battaglia per combattere una guerra che non gli apparteneva.

Passata l’euforia, dovemmo tornare ognuno al suo ruolo e così durò per diversi mesi, fino a quando finalmente ci arrivò l’annuncio della fine della guerra.

Tornammo a casa e, dopo tante sofferenze, potemmo finalmente riabbracciare i nostri cari, ma quel giorno non l’ho mai più dimenticato.

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Discussioni

  1. Ciao Antonio, non esistono guerre giuste. Sono riuscita a sentire chiaramente i sentimenti del tuo protagonista, l’iniziale incredulità e la successiva, straziante, angoscia. Tutti noi ci nascondiamo nel “non può succedere proprio a me” ed invece il destino non tiene conto di nulla. Le guerre “cadono” addosso a chi non le vorrebbe fare, persone di ogni fazione che desiderano solo abbracciare la loro famiglia. Il tuo racconto mi ha ricordato una canzone di De Andrè “La guerra di Piero”. Troppi papaveri vegliano ancora morti innocenti.

    1. Ciao Micol,
      Mi fa piacere che questo mio lavoro ti abbia trasmesso tali emozioni e, soprattutto, che ti abbia dato spunti di riflessione. E ti dirò: Sono felice perché anche questa volta sono riuscito ad arrivare all’obiettivo che mi ero prefissato.

  2. Ciao Antonino,
    Non posso aggiungere nient’altro al commento che hai fatto, poiché hai descritto benissimo quello che, nel mio piccolo, ho provato a raccontare. Sono felice che il mio racconto ti sia piaciuto e ti abbia regalato spunti di riflessione. Alla prossima! ☺

  3. Ciao Antonio, io non so cosa vuol dire essere un soldato, ma condivido il tuo pensiero, non esistono guerre giuste, e i combattenti sono realmente carne da sacrificare per fattori spesso estranei agli interessi di molti. Potrei forse solo giustificare la lotta per la libertà e indipendenza solo se realmente voluta e combattuta da tutti coloro che vogliono raggiungere l’obiettivo, ma spesso, anche la libertà viene sopraffatta da altri interessi. Per quanto riguarda il racconto in sé, ho davvero sentito dentro di me la giusta tensione per la vita in costante pericolo e la durezza della trincea, trovandomi d’accordo anche sulla solidarietà finale tra avversari. In fin dei conti, anche in battaglia, si può ritrovare quel senso che ci unisce, ossia l’umanità. Grazie per questo momento di riflessione, alla prossima!