
Tutte le ipotesi
Non credo esista la persona giusta per qualcuno, non ci ho mai creduto. Ma le persone particolarmente sbagliate, quelle sì.
L’ho visto iniziare a bazzicare quel mondo mosso da un’energia che quando si ha quell’età te la sa raccontare talmente bene da convincerti del fatto che non ti abbandonerà mai. Quell’energia che invece, nonostante le promesse, si consumerà così lentamente, se ne andrà con un tedio esasperante talmente impercettibile da farti pensare un giorno che non sarai stato tu ad avere perso qualcosa che prima avevi e che adesso non hai più, ma che sia stato piuttosto il mondo a richiedere sempre più risorse per fare quello che già facevi un tempo; un po’ come accade con i software e i dispositivi che li fanno girare.
Mi piacerebbe poter dire di aver fatto di tutto per aiutarlo a tirarsi fuori da quel pantano; una palude che, non si capisce la ragione, alla gente me compreso non dà mai l’impressione che chi ci è finito dentro si sia inzaccherato i pantaloni, come succede con i tossici nella loro definizione canonica, quelli con i lividi al braccio, le narici arrossate o le bugne sulla pelle.
Invece non ho fatto assolutamente niente. Perché sono un superficiale, uno che tende alla codardia, e perché in questo paese strappato dai propri confini e incastrato in un angolo di mondo che non gli appartiene certi tappeti è meglio non scrollarli troppo forte dal terrazzo, a meno di non essere certi che di sotto non cadrà anche un pezzo di casa propria. E quella certezza non si ha mai.
Abbiamo continuato a frequentarci nonostante tutto, non è mai scomparso dalla mia vita di punto in bianco come a volte succede quando ci si infila in un giro brutto, o in una setta.
Alla sera camminavamo lungo il lago, io dopo lo studio e lui dopo il lavoro, io con le mani in tasca e lui a chiedermi se avevo le sigarette, io a ripetergli di avere smesso e lui a dirmi che tanto ci sarei ricascato. Come avevamo sempre fatto.
Poi però gli suonava il cellulare e lo sentivo chiedere:
«A che ora? Non possiamo fare prima? Devo alzarmi presto domani».
E allora mi diceva
«Mi spiace Fra, ti devo dare buca, facciamo la prossima.»
«Giochi anche stavolta?» gli chiedevo io.
«Sì, una roba veloce, viene gente da fuori.»
«Ma perché non te ne vai al casinò, scusa? Ce l’abbiamo in casa.»
«Perché dai ragazzi le serate sono più divertenti. E poi al casinò non ti fanno credito».
Così mi rispondeva senza nemmeno pensarci un istante. E io, invece di insistere, invece di preoccuparmi su dove li tirasse fuori quei soldi, invece di chiedergli come stesse messo con quel credito che sbandierava come un regalo invece che come una condanna, abbozzavo uno sbuffo, facevo finta di non essermi offeso pensando esclusivamente a me stesso e proseguivo dritto a piedi nel momento in cui arrivavamo alla sua macchina sgangherata e mi chiedeva se volessi un passaggio fino a casa.
«Faccio due passi, grazie».
Però non mi ha mai invitato nemmeno una volta a quelle serate. Era come se sentisse che per qualche ragione sia io che lui avessimo un conto in sospeso con le azioni compiute in qualche vita passata, e avesse deciso di farsi carico solo sulle sue spalle delle conseguenze che ne erano derivate in questa.
Io ne sono rimasto fuori, contravvenendo alla regola che silenziosamente ci eravamo dati di non escluderci in nulla al contrario del mondo esclusivo in cui eravamo capitati, non perché sia mai stato più intelligente di lui ma semplicemente perché non ho mai sopportato l’idea di poter perdere, nemmeno un centesimo.
Così, negli anni abbiamo vissuto due vite separate nonostante il fatto che abitassimo nello stesso posto. Abbiamo solo fatto finta di non accorgercene. Perlomeno, io di certo. Lui non so, forse a lui concedo il beneficio del dubbio.
È difficile perdersi davvero di vista qua dove stiamo noi, a meno che uno non se ne vada per sempre.
Quelle in cui si cimentava lui erano piuttosto delle sparizioni temporanee. Soprattutto dopo aver perso il suo ultimo lavoro, scompariva quel tanto che gli permettesse di non fare percepire come concreta la sua assenza agli occhi del mondo, così che quando ritornava quasi nessuno si accorgeva del fatto che si fosse mai allontanato, come quando hai i tuoi cazzi per la testa e non ti senti per tre o quattro giorni e nemmeno ti viene in mente di chiamare per chiedere ciao, come stai, va tutto bene? Nemmeno a me.
C’erano volte in cui quando tornava in paese sembrava che ad ogni suo passo gli uscissero da sotto le suole una scia di stelline dorate, che si moltiplicavano avvolgendo tutto quello che capitava loro a tiro. Allora entrava nel bar che sta sotto a quella costruzione dal vago sapore di ventennio e offriva da bere a tutti quelli che erano lì dentro a cercare di ritagliarsi un angolo di normalità come un cittadino qualunque di una città qualunque. Offriva a chiunque, avrebbe offerto da bere anche a te se fossi passato di lì per caso.
Altre volte invece lo vedevi camminare in giro come se il solo fatto di respirare fosse già di per sé un’ammissione di colpa. Lo avvicinavi e quando gli davi la mano lui a volte te la stringeva afferrandola con quella sbagliata, in un gesto innaturale che cercava di mascherare con una battuta forzata e fuori luogo. Non ti parlava di niente in particolare, non ti chiedeva come stavi o come andassero le cose, si comportava come se lo avessi incontrato appena il giorno prima e tu sapevi che la lingua non gliel’aveva mangiata il gatto, così come non era stato il sole a gonfiargli le labbra o a fargli decidere di tenere su gli occhiali scuri.
Una sera si è presentato sotto casa mia in motocicletta. Mi ha chiamato da sotto la finestra, mi ha chiesto di scendere e quando l’ho raggiunto mi ha domandato se avessi una sigaretta. Poi si è messo a ridere, mi ha detto che mi stava prendendo in giro e se n’è accesa una da un pacchetto che aveva in tasca. L’ha fumata in silenzio così, come se fosse stato sufficiente per stare assieme.
L’ho visto andarsene via su quella stessa moto, una Bonneville originale del 1959 che non ho idea di quanto possa avere pagato. Non ho voluto chiederglielo, tanto sapevo benissimo in che modo avesse trovato i soldi per comprarsela.
È l’unica cosa che non abbia mai considerato di rivendere per coprire i debiti di gioco. Per lui è sempre valsa più di qualsiasi alone violaceo sugli occhi o di ogni altra ingessatura intorno a dita fragili come i legnetti che trovavamo nei boschi da bambini e che usavamo come proiettili da colpire nel momento in cui era fermi a mezz’aria con i bastoni fabbricati e poi dimenticati dai nostri nonni, rimpiazzati da un nuovo ramo da modellare.
Ho guardato la sua figura minuta salutarmi con quel sorriso strafottente che un milione di volte avrei voluto cancellargli dalla faccia a suon di schiaffi, così come un milione di volte avrei voluto abbracciarlo forte e dirgli che gli volevo bene.
Ma siamo maschi, non siamo capaci di cacciare fuori dalla bocca la cosa più semplice che esista; dobbiamo girare intorno alle parole ogni volta, devono suonare sempre come la dimostrazione del fatto che certi pensieri ci passano alti sopra la testa come i fili della luce, quando in realtà è solo che ci manca il coraggio di far sapere agli altri che tormentano anche noi.
Mi ha rivolto un cenno della mano impercettibile, quasi come se volesse nasconderlo ma il suo corpo si ribellasse a tanta stupidità. Poi con la stessa mano ha schiacciato la leva della frizione e col piede ha innestato la marcia producendo uno scatto secco, profondo al tempo stesso, preciso, come di un qualcosa che si conficca con impeto nell’esatto posto in cui è sempre dovuto stare.
È diventato via via più piccolo mentre si allontanava dal marciapiede da cui lo osservavo d’in piedi, i colori del casco e della giacca e dei pantaloni e delle scarpe che si confondevano l’uno nell’altro mano a mano che il fragore del motore si affievoliva in un suono sempre più indistinguibile ed il fumo che usciva dalle marmitte si disperdeva nell’aria in una tonalità azzurrognola illuminata dalla luce dei lampioni, fino a scomparire del tutto dietro ad una curva.
E poi non l’ho visto più. Mai più.
Ho solo letto di lui sui giornali, uno di quegli articoli che escono a distanza di qualche giorno con un nome e un cognome gettato lì a caso su quella carta che ti macchia le dita come la fuliggine, in un punto della pagina talmente insignificante che rischi di passarci sopra senza nemmeno accorgertene, se non fosse per un riquadro di pallettoni sfocati a comporre l’immagine del tuo migliore amico seduto su un mezzo d’epoca a due ruote, scomparsi entrambi senza lasciare traccia.
Tutte le ipotesi sono al vaglio degli inquirenti.
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“devono suonare sempre come la dimostrazione del fatto che certi pensieri ci passano alti sopra la testa come i fili della luce, quando in realtà è solo che ci manca il coraggio di far sapere agli altri che tormentano anche noi.”
Bravissimo
Ottimo l’incipit iniziale che inculca da subito forti dubbi su un tema importante, diffuso, ma spesso trascurato. Le tue considerazioni sono talmente profonde che ogni riga ti dice che ti devi soffermare su di essa e riflettere. Agli occhi balza la tematica della dipendenza, qualsiasi essa sia, io però che a volte penso e sento strano, ho visto l’amicizia. Mi pare che tu abbia voluto scrivere di lei, più che di altro, di amicizia e del voler disperatamente bene a qualcuno, nonostante non siamo capaci di dirlo. Tutti concentrati su noi stessi con quel pizzico di egoismo. E poi, tac, scattano i sensi di colpa. Ho anche io un’amica che ho amato così tanto da arrivare a non poterne più di lei e quando si è ‘levata di torno’ ho preso l’occasione di respirare credendo fosse quello di cui avevo bisogno. Invece, forse, avevo bisogno semplicemente di lei, però non ce l’ho fatta ad andare a cercarla e gli anni sono volati via, nonostante quasi non passi giorno in cui io non le rivolga un pensiero. Ecco, questo ho visto nel tuo racconto e ti ringrazio per avermi risvegliato certe emozioni. Bravissimo come sempre.
Grazie Cristiana, sì, alla fine è tutto un racconto sui legami, l’ambientazione è un contorno. Chissà cos’è che scatta nella testa da spingere ad utilzzare un involucro al posto di un altro per esprimere un concetto.
In realtà credo sia semplicemente una fra le tue tante capacità. Al lettore scovarle 😊
“certi tappeti è meglio non scrollarli troppo forte dal terrazzo, a meno di non essere certi che di sotto non cadrà anche un pezzo di casa propria. E quella certezza non si ha mai.”
👏
Magnifico, l’ho adorato da subito. La frase iniziale mi ha accompagnata per tutta la lettura, e ad ogni passo mi chiedevo ma quale è la persona sbagliata? L’amico che non riesce ad aiutare, o quello bravo a non farsi salvare?
Hai descritto magistralmente la dinamica di certe dipendenze, e la solitudine in cui ti costringono, e sei stato bravissimo, a mio parere, a restare in equilibrio sopra entrambe le parti senza cadere nel giudizio.
La frase finale è una doccia gelata, ma ci voleva.
Bravo come sempre!
Grazie Dea, davvero. I dubbi e le riflessioni che ti hanno fatto compagnia sono stati esattamente la gratificazione che avrei voluto ricevere.
Io mi sono perso …scusa ma lo leggo non nel pieno delle mie poche facoltà..Devo ritornarci sopra …Al solito periodi molto lunghi che mi disperdono.Cazzo sei bravissimo ma scrivi talmente profondo da poter essere letto da pochi. Scusa l’ho letto da alticcio. Per dirtela tutta al CASINÒ ho sempre vinto mentre ad alzare il gomito ho sempre perso.Notte e grazie x scrivere
Grazie Giulio, in vino veritas, è venuto il momento per me di fare un po’ di autocritica😅
Magnifico racconto, Roberto. Un lavoro artistico – perché di questo si tratta – ben assestato. Tutto mi è piaciuto, ma l’inizio particolarmente. Quando ancora non si sa di quale vizio parli, quando fai vedere che il tempo è comunque un nemico.
È facile (almeno per me) caderci dentro con tutti e due i piedi in questo racconto, dalla parte di entrambi i protagonisti. E pensare che non ho mai avuto il vizio del gioco!
Grazie Francesco, per una volta sono felice di aver fatto scivolare qualcuno 🙂
Davvero toccante nel suo essere sfuggente. Bello!
Grazie Hugo, onorato.
Questo racconto ha un sapore ineffabile: la narrazione sembra a tratti dura e altre volte si scioglie nell’affetto dell’amicizia, per poi lasciare quel triste aroma alla lettura della scomparsa dell’uomo e della sua moto.
Mi ha davvero colpito!
Ne sono felice, grazie Giuseppe per averlo letto.
“farti pensare un giorno che non sarai stato tu ad avere perso qualcosa che prima avevi e che adesso non hai più, ma che sia stato piuttosto il mondo a richiedere sempre più risorse per fare quello che già facevi un tempo; “
Senescenza programmata.. Io sono già al livello che una carica mi dura mezza giornata e le schermate “laggano” tanto…
dimmelo a me, guarda che barba bianca…
“È diventato via via più piccolo mentre si allontanava dal marciapiede da cui lo osservavo d’in piedi, i colori del casco e della giacca e dei pantaloni e delle scarpe che si confondevano l’uno nell’altro mano a mano che il fragore “
… Una descrizione cinematografica, bellissima. Complimenti.
🙏.
“… un milione di volte avrei voluto abbracciarlo forte e dirgli che gli volevo bene.
Ma siamo maschi, non siamo capaci di cacciare fuori dalla bocca la cosa più semplice che esista”
Quanto apprezzo quello che scrivi! Hai descritto un ludopatico senza tranciare nessun giudizio, evidenziando solo sbalzi e tornanti di una vita sofferta. Sarà che qualche amico che passa le notti in bisca ce l’ho, sarà che l’azzardo l’ho sfiorato anch’io ma mi ha toccato particolarmente questo tuo racconto. Bravo, come sempre, Roberto!
Grazie Giuseppe, orgoglioso di averti raggiunto.