Tutti. Tranne te.
«Prendi gli asciugamani che sono nel comò in fondo al corridoio, Matteo.»
«Quale corridoio, Lina?»
«Non lo so!»
«Forza, ragazzi, che stiamo facendo?»
«Ma che ne so, Cinzia. Qui è un gran casino.»
«Cristina, dici che ce la fa?»
«Non ne ho la più pallida idea, Cinzia.»
«Scusate, ma questo corridoio?»
«Non lo so, Matteo. Adesso vado a chiamare Mario. Forse lui lo sa.»
«Scusa, Cinzia, perché Mario dovrebbe saperlo?»
«Ma che ne so, Cristina, non ci sto capendo più niente.»
«Matteo?»
«Oh. Che c’è, Lina?»
«Questi asciugamani li hai trovati o no?»
«Lina, sta ancora cercando il corridoio.»
Mi voltai verso la porta e mi scappò un sorriso.
Qui stanno impazzendo tutti, pensai.
Poi guardai il letto.
Lei era ancora lì.
Sdraiata su un fianco, sopra alcune coperte che avevo preso dal mio appartamento. Meno male che non buttavo via niente. O almeno non buttavo quello che avevo pagato e poteva ancora servire.
Il respiro era irregolare. Mi guardava fissa negli occhi.
«Perché proprio io, Zora?»
Mi alzai dalla vecchia cassapanca davanti al letto e mi avvicinai a lei. Aveva gli occhi lucidi e le pupille dilatate.
Allungai la mano verso il ventre, che si gonfiava e si contraeva sempre di più, ma appena lo sfiorai, lei si girò di scatto e puntò il muso verso la mia mano, quasi con rabbia.
Fece un lamento e mi guardò.
«Tranquilla» le dissi, sorridendo. «Sono io.»
Lei socchiuse gli occhi, tirò appena fuori la lingua e lasciò cadere la testa sul letto.
Spostai la mano dal ventre al muso.
Non fece niente.
«Tranquilla, manca poco.»
La stanza era illuminata da una singola lampada. Guardai l’altra.
Spenta.
Provai ad alzare le tapparelle della finestra.
Rotte.
Tirai su le spalle.
«Vabbè, almeno una funziona. Dovrebbe bastare, vero, Zora?»
«Ragazzi, c’è Mario.»
«Cinzia, basta con questo Mario!»
«Mario, meno male che sei arrivato.»
«Perché?»
«Ci servono degli asciugamani.»
«Saranno in bagno, no?»
Alzai gli occhi verso il soffitto. Macchie scure anche lì.
Mi avviai verso la porta e, proprio mentre afferravo la maniglia, sentii un lamento.
Un fischio.
Mi girai.
Zora teneva il collo dritto e gli occhi sgranati.
«Tranquilla, arrivo subito.»
Aprii la porta e li vidi muoversi come formiche a cui qualcuno aveva appena bloccato la marcia.
«Arturo! Allora?» disse Cinzia. «Come sta?»
«Come sta?» chiese mia sorella, che le stava accanto.
«Arturo, fai vedere a Matteo dov’è il corridoio» disse mia madre, mentre andava su e giù per la stanza.
Sentii un rumore sordo provenire dal corridoio.
«Arturo, dov’è questo corridoio?» chiese mio padre, dopo aver urtato chissà cosa.
Girai lo sguardo e vidi Mario fermo sulla porta d’ingresso, che mi guardava.
«Gliel’ho detto. Saranno in bagno, no?»
Rimasi lì sulla porta a guardare quelle formiche una a una e poi dissi:
«Ragazzi, tranquilli. Ormai manca poco e gli asciugamani sono…»
Mia sorella si alzò di scatto dal divano e si avvicinò alla porta.
«Non ce la faccio. Devo entrare. Alla fine Zora è mia.»
Provai a fermarla, ma quando lei si affacciò sentii un ringhio fortissimo, seguito da un abbaio minaccioso.
Subito dopo, un lamento.
Spostai mia sorella.
«Non è possibile. Non mi fa entrare» disse lei, mentre la scostavo dalla porta.
Entrai.
Zora muoveva la testa senza trovare pace. I lamenti erano diventati fischi acuti.
«Zora!»
Mi accovacciai davanti a lei e le allungai la mano verso il muso.
«Ci siamo, bella?»
Il respiro affannato si mescolava ai lamenti e ai fischi. Appoggiò il muso sul palmo della mia mano, poi lo tirò su e all’improvviso si girò verso la coda.
La alzò.
Devo ammettere che non fu proprio uno degli spettacoli più belli che abbia visto in vita mia. Ma tra liquido e sangue venne fuori una sacca trasparente, dentro la quale si intravedeva qualcosa di chiaro e peloso.
«Ce l’ha fatta! È nato!» urlai.
«Oddio, ce l’ha fatta, Cinzia» sentii dire a mia sorella.
«Lina, ce l’ha fatta» disse Cinzia.
«Matteo, lascia stare gli asciugamani. Te l’ho detto, sono in bagno» sentii dire a Mario.
Le restai vicino e continuai a chiedermi perché io, perché proprio io.
Zora avvicinò il muso alla sacca, la annusò, poi aprì delicatamente la bocca e, quasi tremando, iniziò a morderla.
«Tiralo fuori, Zora. Tiralo fuori da lì.»
Ma non fece in tempo.
All’improvviso alzò la testa, iniziò a scuoterla e a lamentarsi di nuovo. Lasciò quella prima sacca e la spinse via.
La sacca rotolò sul bordo e si fermò appena in tempo prima di cadere.
Alzò di nuovo la coda e uscì un’altra sacca.
Quella riuscì ad aprirla.
Poi un’altra.
Aprì anche quella.
La guardai.
«Zora, e la prima?»
Stupido.
Vidi che Zora le diede un’annusata e la scostò ancora.
A quel punto qualcosa si mosse dentro di me. Capii qualcosa. O forse niente. Allungai le mani verso quella sacca.
La aprii.
E uscisti fuori.
Tutti andarono da lei.
Tranne te.
Tu, strisciando e guaendo, venisti verso le mie mani.
E io, che fino a pochi minuti prima continuavo a chiedermi perché proprio io, rimasi lì a guardarti arrivare.
Piccolo, bagnato, storto, vivo.
Non sapevo ancora come ti saresti chiamato.
Non sapevo ancora quante volte mi avresti fatto arrabbiare, ridere, preoccupare. Non sapevo ancora che avresti imparato a guardarmi in quel modo assurdo, come se sapessi sempre qualcosa prima di me.
Non sapevo ancora niente.
Sapevo solo che eri arrivato.
Ora la tua foto è qui davanti a me.
Se ne sta appoggiata al mobile, un po’ storta, come quasi tutte le cose importanti della mia vita. Tu guardi l’obiettivo con quell’aria seria e buffa insieme, come se anche in una fotografia stessi cercando di capire dove fossi finito.
Ti guardo e torno a quella stanza.
Alla lampada accesa.
Alle tapparelle rotte.
A Mario sulla porta che ripeteva degli asciugamani.
A Zora che tremava sul letto.
E a te, che invece di andare da lei venisti verso di me.
Forse la risposta era tutta lì.
Forse non c’era nessun perché da capire.
Forse certe cose succedono e basta.
Abbasso gli occhi sulla foto e mi scappa quasi lo stesso sorriso di allora.
«Lo sapevi già, eh?»
Resto qualche secondo in silenzio.
Poi passo un dito sul vetro, proprio sopra il tuo muso.
«Stronzo.»
E mi viene da ridere.
Poco.
Abbastanza.
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Ciao, mi è piaciuto soprattutto il modo in cui hai raccontato questo momento. Il finale, con il cucciolo che va verso il protagonista, è semplice ma funziona bene e lascia una sensazione tenera.
Grazie davvero. Quel finale volevo lasciarlo semplice, senza troppe spiegazioni. Se ti è arrivata quella tenerezza, allora sono contento davvero. 😉
Davvero bello questo racconto, che alterna caos e intimità in modo molto naturale.
I dialoghi iniziali, confusi e quasi comici, contrastano con la tensione silenziosa della stanza, dove tutto diventa più essenziale e vivo.
Il testo costruisce emozione attraverso gesti e dettagli, senza mai forzare il significato.
Il finale è molto efficace e chiude il racconto con semplicità e lascia addosso una sensazione di tenerezza e distanza insieme.
Grazie Cristiana. Mi fa piacere che sia arrivato proprio quel contrasto tra caos e intimità. Era quello che volevo lasciare. 😉