UFO-crash

La Willis aveva le sospensioni vecchie, doveva aver fatto la guerra in Europa e poi quella in Corea, pensava Clarence.

Accanto a lui, l’autiere cantava una canzone della Louisiana e Clarence si chiedeva il perché di quell’allegria: la polvere li circondava e accanto a un cactus c’era il teschio di un bufalo.

Alla fine, Clarence si rivolse all’autiere. «Ma perché tutto questo mistero? Dove stiamo andando?».

L’autiere fece un sorriso enigmatico. «La parola “mistero” ci sta, signore».

«Certo, ma non mi hai risposto».

«Perché è un segreto».

«Avanti, di cosa si tratta?» insisté Clarence, mentre la Willis continuava il suo viaggio. «I sovietici hanno combinato qualcosa… o sono stati i cinesi?».

«Nulla di tutto questo. Fra poco vedrà».

La Willis incominciò una salita, quindi si inoltrò fra i tornanti di quelle colline di sabbia, pietre e cactus.

Allora, proprio quando Clarence stava per perdere la pazienza, vide alcuni check point dell’esercito. Favorirono i documenti, poi ripresero il tragitto.

Dopo un’ora, Clarence vide dei quonset. «Una base improvvisata» commentò.

«È esatto». L’autiere non disse altro.

Dopo aver superato i quonset che sembravano dei parassiti attaccati a qualcosa di più grande quanto importante, Clarence rimase a bocca aperta: vicino a una scia di terra rivoltata larga quindici metri e lunga quello che sembrava un miglio – e che tutto era controllato da sciami di uomini in tuta anti-radiazioni – c’era un immenso, maestoso, disco volante.

Ovvio, Clarence non sapeva qual era il nome preciso che gli davano gli extraterrestri, ma dal ‘47 era quella l’espressione più adeguata e Clarence era rimasto a bocca aperta.

L’autiere non era più allegro, sembrava intimidito. Parcheggiò la Willis e saltò giù. Clarence fece lo stesso, portando con sé la valigetta piena di ferri del mestiere.

Si ricordò del motivo per cui era lì e raggiunse il solco tracciato dalla caduta del disco volante. Si mise in ginocchio, aprì la valigetta e raccolse alcuni campioni di terriccio: forse erano granelli di sabbia senza nulla di speciale, ma dovevano per forza avere una carica radioattiva dopo il passaggio del disco volante.

Adesso l’autiere aveva fretta. «Ha finito?».

«Sì, certo, ho finito». Clarence uscì dal solco e risalì a bordo della Willis, allora ripartirono.

«Ovvio, signore, tutto ciò non l’ha mai visto. Se l’opinione pubblica sapesse che non siamo soli nell’universo, chissà cosa succederebbe».

«Certo, certo. Io faccio il chimico dell’esercito, non il giornalista».

Uscirono da quel grappolo di quonset, perciò fecero il tragitto inverso e nella città più vicina si salutarono.

Clarence attese di tornare calmo, poi andò alla radio: doveva comunicare al Kgb la sua scoperta.

Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. Fantasticare su quanto sia veramente accaduto a Roswell in quel lontano 1947 mi ha sempre affascinata, tanto che anch’io ho scritto un racconto a riguardo. Mi sarebbe piaciuto poter dare uno sguardo da vicino

  2. Ma guarda un po’ sto fetente di Clarence doppiogiochista…
    Comunque anche oggi ho imparato una parola nuova, non sapevo che quei capannoni (che io chiamavo genericamente “hangar” si chiamassero quonset.