Ultimo folio

“Di certo Umberto Eco non doveva fare l’ISEE come me” pensò mentre era seduta sulla panca della sala d’attesa del CAF, con la sua borsa di tela in mano con tutti i documenti. “Umberto Eco non aveva un pensiero al mondo tranne il Medioevo e le sue trame, lui sì che stava bene.” Riaprì il libro che rileggeva forse per la ventesima volta, si immerse di nuovo nella cupa atmosfera dell’abbazia. La magia entrò in azione di nuovo: i protagonisti stavano per entrare nel cortile, poteva sentire quasi l’odore della neve, il rumore dei passi, le voci.

La porta dell’ufficio si aprì lentamente e una donna di mezza età ne uscì, il viso basso. Sembrava stanchissima. Un’altra entrò. Sembrava un clone di quella che era uscita, anche il colore degli abiti era quasi identico.
Erano tutte donne, quel pomeriggio, quelle in fila per l’ISEE. Alcune guardavono nel vuoto, altre il cellulare. Forse era la stessa cosa, in fondo.
Altre tre persone prima di lei. Si disse che era meglio tenere d’occhio la vecchietta seduta nella seggiola d’angolo, era già la seconda volta che tentava di saltare la fila.

Nella saletta d’attesa, una pila di riviste vecchie e depliant di negozi e servizi agli anziani lasciati lì da qualcuno, sulla porta i manifesti con le tariffe dei vari servizi appiccicati a strati : nessuno si curava di togliere quelli più vecchi, erano spessi quasi mezzo centimetro.

La musichetta fastidiosa di un giochino risuonò nel silenzio polveroso come un campanello d’allarme. Non riusciva più a riaprire il libro, eppure avrebbe voluto scappare da lì con tutte le sue forze.

A un certo punto attirò la sua attenzione, in un angolo, una poltrona in similpelle, che, nonostante fosse la seduta più comoda, nessuno aveva occupato, forse perché era la più lontana dalla porta dell’ufficio. Dalla sua posizione vedeva che c’era qualcosa tra il cuscino del sedile e lo schienale: forse una stoffa, una sciarpa, sicuramente dimenticata da qualcuno. Se ne vedeva solo un angolo. Cambiò posto improvvisamente e si mise a sedere lì, anche se questo significava avvantaggiare la vecchietta. Cominciò a tastare con la mano dietro la schiena l’angolo che sporgeva e si rese conto che era un materiale piuttosto rigido, non era stoffa.

La signora-clone uscì, ed entrò la ragazza che poco prima aveva iniziato a giocare col cellulare. Altre due prima del suo turno. Ma ormai era tutta concentrata nel cercare di capire che cosa fosse incastrato sotto il cuscino della poltrona. Era abbastanza sottile, ma aveva una consistenza curiosa: a tratti era perfettamente liscio, a tratti leggermente ruvido. Si alzò di pochi millimetri dal sedile e iniziò impercettibilmente, molto delicatamente, a tirare.

Oltre la porta chiusa dell’ufficio si sentiva discutere: l’impiegata stava cercando di spiegare qualcosa alla ragazza che evidentemente non capiva e poco dopo era uscita quasi sbattendo la porta. La vecchietta cercò di passare ma un’altra signora che sembrava il clone delle prime due fu più svelta di lei: “Mi scusi, si ricorda che c’ero prima io?” e infilò la porta.
La vecchietta si ritirò subito, era un’incassatrice formidabile. Dopo il secondo clone toccava a lei, l’attesa stava per finire, ma adesso quasi non le importava più: il foglio (perché adesso era chiaro che questo era) stava uscendo. “Tira con molta molta attenzione, non guardare ancora” si ripetè. La sua trazione era molto lenta e delicata, uniforme. Non avrebbe mai pensato di riuscire ad avere tanta pazienza.

Non le importava più di far finta di rimanere seduta, quindi si voltò e finì di estrarre il foglio. In quella, si aprì la porta e veloce come un fulmine la vecchietta entrò – ma non le importava nemmeno questo. Il cuore le batteva all’impazzata mentre senza sforzo decifrava le lettere sulla pergamena, che sembrava nuova, e anche l’inchiostro rosso e quello nero e l’oro antico del capolettera erano lucenti e quasi umidi, come se le parole fossero state scritte pochi istanti prima:

“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Alessandro Ricci

    “Alcune guardavano nel vuoto, altre il cellulare. Forse era la stessa cosa, in fondo.” Che bella questa frase, il vuoto delle abitudini moderne stride con la ricchezza della letteratura.
    Questo racconto fa parte di una serie? Perchè altrimenti non ho afferrato il finale…. ho letto il “Nome della Rosa” molti anni fa e ricordo bene l’ultima frase, però qualcosa mi sfugge.