Umberto Saba

Serie: Al Bar Con L'autore


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una dolce malinconia oggi.

Scuoto le spalle in un tentativo di distrarmi, rendendomi conto che era da parecchio che non mi sentivo a disagio come oggi. Sentirsi fissare senza sosta, da un uomo decisamente più grande di te, è sempre un po’ spiacevole ma l’ospite di oggi non batte nemmeno le palpebre.

-Ook, se ha finito la radiografia…-

Dico, dopo essermi schiarita la gola e lasciando in sospeso la frase. Assume una posizione più eretta, mordicchiando sottilmente la pipa che sta fumando e raddrizzando il cappello.

-Chiedo scusa, ma è decisamente raro per me avere una conversazione decente con le donne.-

Nelle sue scuse si averte solo un tono piuttosto neutro, ma è evidente che la cosa gli spiace e lo mette altrettanto a disagio.

-Ben poche di voi hanno lasciato in me ricordi felici. Come la mia cara Peppa per esempio.-

Bevo un sorso del mio tè al limone, osservandolo con un misto di comprensione e, lo confesso, di insofferenza. Non voglio sminuire le sue esperienze ed emozioni, ma al momento trasmette pura tristezza, non semplice malinconia. Nota che il mio disagio non è sparito e si toglie la pipa dalla bocca ancora più abbattuto.

-Ecco, non ho ancora aperto bocca e già vi sentite giù signorina. Smorzate sul nascere qualunque tentativo.-

Abbasso il capo alle sue parole, senza poter fare a meno di sentirmi dispiaciuta a mia volta. Sto cercando di pensare a come alleggerire la conversazione, ma sembra risollevarsi di morale quando, da una casa vicina, sentiamo cinguettare degli uccellini. Dei pettirossi fanno capolino dal tetto e, con un frullio d’ali, scappano da una siepe inseguiti da un merlo. Sorride ancora di più alla vista dell’inseguimento e sorrido anche io.

-Lei per me è l’uomo degli animali. Sembra tornare in vita quando le stanno intorno.-

Osserva deliziato un grosso gatto nero che gironzola davanti al portone dell’università. Lo stesso che, alcuni giorni fa, si è arrotolato senza preoccupazione alcuna sulla sedia del professore e ha dormito beatamente durante tutta la lezione obbligando il docente a sedersi sulla sedia accanto per non disturbarlo.

-Alcuni ricordano le persone per come si comportano.-

Inizia a parlare con una nuova luce nei suoi occhi azzurri, non particolarmente viva ma presente.

-Come la gattina di mia moglie. Indipendente e… elegante.-

-Ma la sua confidente era una capretta.-

Gli faccio notare. Annuisce, fumando nuovamente la pipa il cui fumo sale sul soffitto in lente spirali. Ricorda quello di un camino, di una casa lontana.

-La mia Lina era una donna forte. Per quante pecche ebbe il nostro rapporto, ed è per questo che forse non l’ho mai descritta come la capretta che mi ascoltava. Ma rivivrei tutto con lei. Non era una vita perfetta, ma era quella giusta.-

E’ sempre lì, nella sua voce, quella nota malinconica, eppure sembra essersi addolcita nel parlare di una delle persone che ha significato molto per lui. Tuttavia trovo così strano che un uomo che paragona la propria compagna ad una regina non la veda mai come la persona al quale confidarsi.

L’orologio incombe sulla mia testa e il libro, leggermente consumato, sta aspettando pazientemente di essere portato in classe.

-Eh… ti invidio mia cara. Tu e quel gatto avete più voglia di quanta ne avevo io allora.-

Mi distrae indicando il felino nero che entra di soppiatto dal portone dell’università per poi sparire come lo stesso fumo uscito dalla sua pipa.

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