Umiliazione

 Era il quattordici dicembre del millenovecento novantasette quando, alla tenera età di tre anni, fregai l’amministrazione della scuola materna, e mi feci portare a casa, additando il capo, per indicare un feroce mal di testa, talmente violento per cui non riuscivo a smettere di vomitare e a defecarmi addosso, anche nella saletta dei giochi dei bambini, arrivando anche a vomitare sopra un giocattolo della Clementoni, uno dei migliori in circolazione. Una bambina di origini nordafricane, adottata da una famiglia di Arezzo, iniziò a piangere, quando mi vide star male, e poi continuò quando sentì il pungente odore delle mie feci da infante, e chiamò le maestre per farmi portare via il prima possibile, prima che anche lei si mettesse a buttare giù tutto quello che le era rimasto della refezione nella sua pancia delicata. Chiamarono immediatamente mia madre, uscita dalla parrucchiera come sempre (all’epoca poteva permettersi questo e altro), e mi venne a prendere il prima possibile, così da mettere in mostra sia la sua nuova chioma biondiccia, sia la sua disperazione di madre sempre attenta al figlio malato di mente, una vera peste di giorno e di notte, eppure sano visto che ogni responso medico non portava mai a nulla, nemmeno ad una diagnosi di autismo o degenerazione mentale. E lo diceva sempre con quella chioma svolazzante, quasi di amianto, resistente al tempo e allo spazio, così resistente che ritrovato qualche suo capello anche oggi, all’interno della scuola materna, ventiquattr’ore prima della chiusura definitiva, e del passaggio all’essere uno dei tanti e inutili Archivi Comunali.

L’avevo letto qualche giorno fa, sul Corriere d’Arezzo, la scuola materna dove io venivo considerato l’Anticristo stava per diventare un Archivio Comunale, e tutti i bambini avrebbero passato gli anni della materna non più in una villa ottocentesca, teatro di nefandezze e di orrori bellici, ma in un’asettica struttura brutalista, un nuovo istituto, nel mezzo delle campagne. Mi sono presentato con una chioma simile a quella di mia madre, ma castana, grazie al phon semi-rotto i capelli sono diventati indomabili, ma a differenza di mia madre sono uscito di casa senza dirigermi subito dalla parrucchiera. Proprio il fatto che entrambi la ondeggiamo alla stessa maniera mi ha fatto pensare alla scena di lei, quella mattina, quando salì le scale della scuola per raggiungermi  e per portarmi a casa, tutto agitato e bagnato com’ero. Ma non prima di perdere tempo a sfoggiare la sua disperazione da mamma chiocciola, urlando alla sua platea la disgrazia di avere un figlio demoniaco e tante altre sciocchezze che la facevano sentire davvero viva e non morta, come quando andava a comprare per negozi, fumandosi lo stipendio mensile e parte del nostro patrimonio. Voleva umiliarmi, perché sapeva che io stavo recitando, ma non essendo interessata a lasciarmi lì o a dire alle maestre che era una finzione degna di un premio Oscar, preferiva umiliarmi, mettermi in croce; e, poi, da buona samaritana, portarmi a casa e lasciarmi dove volevo, sul mio lettino al caldo, mentre fuori tutta la Val di Chiana era lucida di gelo e secca. Umiliarmi era fortificante per la mia personalità, secondo lei, perché l’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità; ciò oggi mi fa impazzire, pur avendo ventott’anni, soprattutto oggi grazie alla recente dichiarazione di un ministro della Repubblica: la stessa identica frase, uguale anche nel tono e nella stupidità che emana, e, per fortuna, oggi mia madre non può più esprimersi, per ovvie ragioni. Le maestre erano sostanzialmente buone, disinteressate, ma buone. Sprecavano il loro tempo con un occhio verso di noi e con uno a leggere le circolari ministeriali, per questo, quando la bimbetta nordafricana le pianse addosso per farmi smettere, bastò uno dei due occhi per comporre il numero sul telefono e chiamare mia madre; quello stesso telefono che ho trovato appena sono salito. Era per terra, forse è caduto durante i lavori di trasloco.

Sono entrato nella stanza dei giochi come in una tomba; non è più inverno, ma primavera. Non ho più tre anni, ma vent’otto. Non sono più analfabeta, ora scrivo per campare. E tutto rimane comunque nell’ombra, immerso nel blu del chiaroscuro. Non c’è più nulla attorno, se non qualche foglio strappato, due o tre macchie mal pulite e i miei ricordi che, ad ogni battito di ciglia, ricompongono la scena, illuminandola con luci poste a lato, in alto, col lampadario di carta fatto dai bambini di qualche anno prima, con la bambina nordafricana che viene portata via dai genitori per andare in una scuola dove i bambini sono più educati con chi ha un colore diverso dal proprio; e io davanti a tutti: il furbetto, l’idiota, il bastardello, che ogni settimana fingeva di star male e sporcava ovunque, lasciando macchine impossibili da lavare. E lasciando anche qualche momento di pura ferocia, come strappare i capelli. Non alla nordafricana, né tanto meno alle maestre: alla chioma biondiccia di mamma. Ero stanco di lei e delle sue sceneggiate, e, proprio quel giorno, appena mi prese in collo per portarmi a casa, alla fine della sua recita applaudita dalle maestre, le strappai un ciocco di capelli, lungo e puzzolente di tinta. È assurdo che abbia resistito oltre vent’anni, a momenti più di lei! Una serie di capelli luminosi, forse l’unica effettiva luce lì dentro: un piccolo tesoro. Vorrei bruciarli sul posto, mangiarmeli, pisciarci o defecarci sopra, disintegrarli con qualche arma o investirli con l’auto, rosicchiarli o usarli come concime; ma ho promesso che avrei provveduto a farne davvero tesoro. Tutto ciò è abbastanza umiliante, se si considera che per accedere alle stanze ho fatto credere ai custodi del piano terra di essere uno del Corriere, tornato sul luogo per fare alcune foto, in vista di un altro articolo di cronaca. Non sapendo davvero chi fossi, i custodi m’hanno fatto salire ai piani superiori, dato che per uno come me, che lavora in un giornale, le porte di questo posto sono sempre aperte

Mi ha fatto impressione salire e scendere le scale, perché sono alto quanto mamma, e, a volte mi sembra di essere lei: in fondo lo sono, le fattezze sono simili, e lei, quando guarda me, si guarda ad uno specchio. E si mette a ridere. Un intero viaggio solo per prendere questi capelli, che le avevo strappato vent’anni fa. L’idea mi venne una mattina, quando la trovai senza parrucca. Si sentiva offesa, non voleva mettersi dei capelli finti, che non erano suoi, non erano curati dalla sua parrucchiera di fiducia, probabilmente provenienti da qualche straniera sporca e lurida. Mentre diceva le sue amenità si interrompeva di tanto in tanto per tossire, e per controllare se nel muco ci fossero tracce di sangue, così da portarla all’indomani dall’oncologo e sbattere in faccia il fatto che la terapia non funzionava. Ma tanto, dopo quest’ennesima pagliacciata contro parrucche, stranieri e medici incapaci, si rimetteva la parrucca come al solito, del colore che le piaceva tanto. Solo che nel prenderla e posarla in testa, dalla rabbia, strappava qualche capello; e lo lasciava cadere a terra, senza mai raccoglierlo. Come un flash rividi me in lei, e la ciocca di capelli nascosta in quel punto. Un viaggio di venti e passa anni, di qualche chilometro di distanza, solo per una ciocca di capelli rimasta inalterata nel tempo, dentro ad una stanza spenta, abbandonata dall’amministrazione, dalle maestre e dai bambini. Me ne sono andato dalla scuola materna con l’amarezza di non aver esaudito uno dei miei desideri più reconditi: pisciare dentro alla sala dei giochi, dopo aver vomitato e defecato. Mi sono fermato poco fuori dalla scuola per farla sul muricciolo, tanto nessuno mi ha visto. È uscita perfettamente dorata, come i suoi capelli. Non ha innaffiato nulla questa ciocca di urina, soltanto un po’ di terra secca, senza vita, spenta e priva di grazia, di un intenso color castano.

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Discussioni

  1. É questo, Amore? Non ne capisco il motivo, ma tutto lo grida. La rabbia, l’umiliazione, la malattia. Si può odiare con tanta intensità solo chi si ama disperatamente. Sono entrata in empatia con il tuo protagonista fin dalle prime righe, rovistando fra le pieghe del suo narrato: probabilmente perchè la mia esperienza è all’opposto, so che non amare porta alla completa indifferenza.