Un bravo ragazzo messo alle strette

Quando esci di casa con il tuo fidanzato e lui è notoriamente un indeciso cronico, dovresti almeno avere l’accortezza di avvertirlo che la tua intenzione primaria è quella di andare a prendere un gelato. Perché se ti capita di avere un fidanzato come Giuseppe, stai pur certa che passerai mezz’ora a passeggiare e una buona ora e mezza davanti alla lavagna colorata con scritti i gusti di gelato. Stasera mi è passato a prendere a piedi. È settembre, quasi ottobre, e la gente vuole godersi le ultime serate di mare prima di doverlo abbandonare per altri nove mesi. L’estate si aspetta come un figlio. In un certo senso, tutti siamo in stato di gravidanza quando aspettiamo l’estate. Giuseppe mi passa a prendere, dicevo, a piedi. Ha una camicia spiegazzata di cotone con gli ultimi due bottoni aperti e la collana con il ciondolo a tartaruga che gli ho comprato quando siamo andati in vacanza a Taormina. Sopra la camicia indossa una felpa aperta color cachi, che dovrebbe regalare al suo fratello minore. Non perché gli stia stretta, ma perché quella felpa fa proprio pietà e suo fratello ogni volta che mi vede mi chiama Crudelia solo perché una volta ho detto di aver conosciuto un dalmata antipatico. Abbiamo camminato per il centro del paese e sembrava che qualcuno sbuffasse del ghiaccio nel vento. Malgrado questo, ho avuto caldo per tutto il tragitto. Ho il ciclo, ho caldo. Ho trent’anni e mi sembro mia madre quando si spoglia all’improvviso perché le prendono le caldane. Giuseppe invece ha freddo anche le sere d’agosto quando si alza una leggera brezza.
L’ho guidato senza che se ne accorgesse verso la gelateria. Perché io il mio pollo lo conosco, e se gli avessi detto andiamo a prendere un gelato stasera?, lui avrebbe detto che in autunno il gelato non si prende. Ma Giuseppe non riesce a dirmi di no quando faccio due cose: lo metto alle strette o gli mostro le tette. E siccome in centro paese non mi sembra il caso di tirarmi su la maglia, anche se sembra che un sole notturno mi stia alitando in faccia, faccio prima a trascinarlo in gelateria. Siamo a tre metri dalla gelateria e io mi sto dirigendo verso la coda, tenendolo per mano. Lo precedo. Mi sento strattonare. Mi volto, lui mi fa:
– No, amore.
– Dai, voglio un gelatino. Uno solo.
– Ma perché, quanti ne prendi le altre volte?
Si volta dall’altra parte. Sembriamo giocare tiro alla fune.
– Amore, tesoro mio bello, prendiamo un gelato.
– No.
Sfodero il mio sguardo da cucciolo. Di solito a un margine di resistenza di dieci secondi. Uno, due, tre, quattro – mi guarda fisso negli occhi – cinque, sei…
– E andiamo a prendere ‘sto gelato – dice sbuffando.
Esulto e gli accarezzo la guancia.
Ci
piazziamo dietro a una coppia.. Lei ha un pancione enorme e lo accarezza con entrambe le mani. Lui le tiene la borsa sul manico del passeggino, dentro al quale si agita una piccola peste che continua a dire: voglio il pistacchio. Lo ripete mantenendo il tono costante, senza alcuna inflessione, e io penso che sia incredibile dote. Davanti a noi abbiamo cinque o sei persone, ma da questa distanza riusciamo perfettamente a intravedere la lavagna con i gusti di gelato. Allungo il collo, perché il padre dei bambini è piuttosto alto. 
– Che cosa prendi?
– Un cono tre gusti – ho detto.
– Con?
Ondeggio qua là come un metronomo. Dentro di me ho già deciso.
– Tu cosa prendi?
– Non lo so. Credo una coppetta con cioccolato e nocciola.
– Prendi sempre cioccolato e nocciola – ho detto.
– Mi piacciono. Li prendo da quando sono piccolo.
– Perché non provare dei nuovi gusti?
La coda avanza. Faccio un passo avanti ma Giuseppe rimane indietro perché si sta guardando i lacci delle scarpe. Forse uno è più lungo rispetto all’altro. Mi sembra di vedere nella sua scatola cranica. Un neurone sta dicendo all’altro: se non li pareggi, il laccio ti finirà sotto le scarpe, inciamperai e tutti rideranno di te. Si piega, pareggia i lacci, fa un passo avanti.
– Cosa dicevi?
– Dicevo, perché non provi nuovi gusti?
– Perché ce ne sono troppi. Quando ero piccolo era più facile scegliere.
– Lasciati ispirare. Guarda quel ragazzino là.
Ho indicato con il dito un ragazzino che poteva avere sedici o diciassette anni che teneva in mano due coni. Uno con quello che poteva essere mango e pompelmo, l’altro che poteva essere con caramello e Oreo.
– Quel ragazzo non ha stravolto la sua vita, ha solo provato a cambiare.
– Va bene, dai. Vediamo cosa posso prendere…
Giuseppe si sporge oltre la madre incinta, ma la porta della gelateria gli ostruisce la visuale.
– Mi dici che gusti ci sono? Non vedo niente da qui.
– Allora: stracciatella, yogurt, crema.
– No, no, no.
– Fiordilatte, kinder, cioccolato bianco, puffo.
– No. E poi non ho mai capito di cosa sappia un puffo.
– I puffi non esistono.
Giuseppe mi guarda storto.
– Lo so, non sono mica cretino. Intendo dire: perché chiamarlo puffo.
– Perché è blu.
– Sì ma di che cosa sa.
– Ma che ne so. Andiamo avanti: gianduia, cassata, amarena, banana.
– No.
– C’è anche bacio di dama
– Bacio di dama?
– Sì.
– Che cos’è il bacio di dama?
La coda avanza ancora e la signora incinta si volta verso di noi. Sorride imbarazzata.
– Scusate, ragazzi, ho ascoltato inavvertitamente la vostra conversazione.
– Si figuri – ha detto Giuseppe.
– Noi siamo piemontesi. Il bacio di dama è nato nelle nostre zone. In pratica sono dei biscotti di farina, nocciole, zucchero e burro, e sono queste due “labbra” – nel dirlo si tocca la bocca – unite dal cioccolato fondente. Si chiama così proprio perché simula il bacio, l’incontro tra due labbra. Pensate che è nato più di un secolo fa.
– Wow – ha detto Giuseppe – che cosa carina.
– Cioccolato e nocciola, dunque. Tutto nel bacio di dama.
– Esatto. Io te la consiglio vivamente.
– Grazie, signora.
Tocca alla famiglia felice. Il bambino nel passeggino salta e ogni volta che il sedere batte, il passeggino cigola.
– Basta, altrimenti si rompe – dice papà.
– Io la pianto, ma tu prendi un gelato al pistacchio – ordina il bimbo.
Il papà gli accarezza la testa e dice che va bene. La mamma avverte papà che ha trovato una panchina libera e sta andando a prendere il posto. Vuole gusti freschi, alla frutta, e ha detto: fai tu.
– Ah – ha continuato parlando con Giuseppe – mi aiuteresti a portare il passeggino alla panchina? Sai, con questa pancia.
La
donna mi ha strizzato l’occhio e, mentre Giuseppe prendeva il passeggino, ha sussurrato: scegli tu per lui. Prendigli il bacio di dama. Normalmente avrei storto il naso e avrei pensato: ma questa tizia che cosa vuole? Che cos’è questa confidenza? Ma trovo che sia stata gentile, carina. Mi trasmette simpatia, leggerezza e, perché no, un che di saggio. Sarà il pancione, che ne so. Alla fine gli ho preso un cono due gusti: bacio di dama e pistacchio. Quando gli ho portato il gelato, il bambino nel passeggino ha urlato tutto contento che il ragazzo lo ha copiato e che aveva fatto bene, perché il pistacchio è il gusto più buono dell’universo. Giuseppe avvicina timidamente la bocca al gelato, assaggia il bacio di dama. Non vuole darmi la soddisfazione, ma si vede che gli piace. Ogni volta che trattiene un pensiero le sue orecchie si muovono.
– Allora, come ti sembra? – chiede la signora.
– Non è male – ripete due volte.
Ringraziamo la coppia, la salutiamo augurando loro una felice serata e una buona vacanza. Mentre ci allontaniamo, Giuseppe sta addentando quello che chiamiamo “il culo del gelato”. Io sono più lenta, sto ancora leccando il gusto puffo e vaniglia.
– Di cosa sa il puffo?
– Sembra un mix di fiordilatte e vaniglia.
– Quindi hai preso vaniglia alla seconda.
– A quanto pare. E questo bacio di dama?
– Non lo avrei mai detto, ma è buono. Vorrei un altro bacio di dama.
– Dobbiamo tornare in gelateria?
– No, basta che facciamo così…
Mi prende dolcemente il mento e porta le labbra a sé. È un bacio lento, che schiocca.
– Quante smancerie.
– Che ci devo fare.
Sei giorni dopo siamo tornati in gelateria e Giuseppe ha scelto altri due nuovi gusti, tutto da solo. Si è messo davanti alla lavagna, si è chiuso gli occhi con la mano e ha fatto volteggiare l’altra nel vuoto fino a che io non gli ho detto: basta. Ha voluto far decidere al caso. Lo ha fatto anche la settimana successiva, quando la gelateria stava per chiudere.
– Hai intenzione di farlo per sempre?
– Se ci penso troppo alla fine rimango fermo oppure torno indietro. Meglio agire, anche se con un po’ di incoscienza, no?

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Discussioni

  1. Anche se può sembrare sciocco, per alcuni scegliere a caso un gusto di gelato può essere una grande prova di coraggio: valicare la linea di confine (sicurezza) a favore della scoperta è un passo importante

  2. Ah, se tutti gli indecisi cronici (ma soprattutto le indecise croniche, io ne conosco una irrecuperabile) si lasciassero andare come ha fatto Giuseppe. Anzi, mi basterebbe che QUELLA indecisa cronica che conosco io fosse così malleabile. Mi è piaciuto il modo in cui ti dei calato nel punto di vista di una donna, ben fatto Simone!

  3. “Giuseppe non riesce a dirmi di no quando faccio due cose: lo metto alle strette o gli mostro le tette. E siccome in centro paese non mi sembra il caso di tirarmi su la maglia,”
    Mi ha fatto ridere 😂

  4. La paura di provare una cosa nuova e il conforto di quello che conosci, non male abbinato ad una scelta del gelato! Bravo Simone! …una cosa, di cosa sa il puffo? 😀 Scherzo, però forse è l’unico gusto che non ho mai assaggiato, forse sa di coloranti :D…