UN CARICO DI MELONI
Estate 1970
Scaricammo meloni per tutta la mattina, al Mercato Generale di frutta e verdura. Era stata una proposta di Billy, e noi avevamo accettato. Eravamo quattro amici quattordicenni, da poco in vacanza, con il diploma di scuola media appena conquistato.
«Mio papà dice che al Mercato si può andare a scaricare i camion; non è un lavoro tanto pesante, e pagano ogni giorno» ci aveva comunicato e così si era deciso di provare. Il Mercato non distava molto dal nostro borgo: una decina di minuti in bicicletta.
Avevamo cominciato poco prima delle otto, e a mezzogiorno i due camion erano ormai svuotati. Sudati ma soddisfatti del lavoro eseguito ci recammo tutti quattro dal titolare per la paga. Il signor Antonio Sambugaro era nel casotto di legno; una targa sopra la porta riportava il suo nome e il numero dello stand.
«Tornate alle due, ragazzi, adesso ho da fare contabilità».
Billy ci guardò uno per uno, poi si rivolse a lui: «Ma signor Sambugaro, abbiamo finito, ha detto che ci pagava oggi…»
«Appunto, oggi alle due… e chiamami Antonio, anzi, Toni come fanno i miei amici!».
Uscimmo e Billy ci guardò nuovamente: «Che facciamo Giampa? tu che dici Tano? e tu Fufu?»
«Torniamo alle due» rispose Tano; Giampa ed io facemmo un cenno di consenso con la testa.
Mangiammo tutti in fretta e per l’ora fissata eravamo nuovamente al Mercato, meno caotico che al mattino: camion vuoti che se ne andavano, addetti alle pulizie che riempivano grossi sacchi di immondizia. Arrivati allo stand di Sambugaro guardammo dalla finestra a fianco della porta chiusa: un vecchietto stava riposando, con la testa su un tavolo di legno e una bottiglia mezza vuota davanti a sé. Bussammo più volte, finché si destò e venne ad aprire.
«Cosa volete?» ci chiese alla fine di un lungo sbadiglio.
«Cerchiamo il signor Sambugaro» rispose prontamente Billy.
«Ah, Toni è andato a casa, non torna più di oggi».
«Ma come» disse Tano alzando la voce «ci deve pagare le ore di questa mattina!»
«Non ne so niente» replicò il vecchietto «andate a casa sua».
«E dove abita?» chiese allora Billy.
«In fondo alla Contrada Castelletto, non potete sbagliare: la strada finisce con la sua fattoria, e ci sarà di sicuro il suo camion davanti all’ingresso».
«Ma saranno più di dieci chilometri!» replicò Tano.
Il vecchietto lo guardò: «No, sono otto da qui, in neanche mezz’ora ci arrivate, siete giovani… adesso andate che ho da chiudere tutto».
Usciti dal casotto ci guardammo con aria sconsolata.
«Torniamo domani» propose Giampa.
«Ormai per oggi è andata così…» provai a dire.
«No, non è andata così» si mise ad inveire Billy «voglio andare a casa di questo farabutto!»
Quindi si decise di montare in bicicletta e partire. Facemmo la strada di corsa; l’ultimo chilometro non era nemmeno asfaltato: ci riempimmo di polvere giallastra. Il cascinale era molto esteso, immerso in un pesante silenzio. Trovammo il signor Sambugaro nello spiazzo interno, mentre sistemava alcune casse di frutta sotto una tettoia.
«Ragazzi, cosa fate qua? non c’è mica da lavorare…»
Billy lo guardò, rosso e accaldato per la pedalata sotto il sole: «Siamo venuti perché ci deve pagare le ore di questa mattina».
«Ah, è vero… avete fatto due ore a testa, siete in quattro, fanno otto ore in totale».
«No, signor Sambugaro, abbiamo fatto quattro ore ciascuno…»
«Beh, ve ne pago due e mezza, anche troppe… eccoti la paga per dieci ore, dividila tu con i tuoi compagni, che mi sembri il capo» e mise in mano a Billy un rotolino di banconote sgualcite.
«Ma lei ci sta imbrogliando, signor Sambugaro!» disse Billy con il volto ormai paonazzo.
«Va bene così, ragazzi, e adesso andate che ho da fare. Se domani venite al Mercato ho due carichi di angurie rotonde».
Fuori dal cancello ci guardammo per l’ennesima volta.
«Non è andata tanto bene» sospirò Giampa.
«Non dovevamo fidarci» disse Tano.
«Torniamo a casa?» proposi io.
«No amici miei, non può finire così la storia…» disse Billy con energia. Poi guardò verso il camion telonato con la scritta “Sambugaro Frutta e Verdura”.
I suoi occhi si illuminarono: «Adesso ognuno sgonfia completamente una gomma, quelle dietro sono doppie, ci vorrà più tempo… e poi tutti a casa!»
Ci mettemmo all’opera; per diversi minuti il camion traballò, emettendo fischi e borbottii nell’aria. A lavoro terminato saltammo sulle biciclette e, a gran velocità, tornammo al nostro borgo, cantando e ridendo per tutto il tragitto.
La mattina seguente ci trovammo al bar-latteria della Pinuccia, a gustarci un meritato ghiacciolo. Avevamo tutti la schiena a pezzi e le braccia doloranti. Le vacanze scolastiche erano ancora lunghe, ma la nostra estate dei meloni era già terminata.
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Purtroppo è quello che avviene ancora oggi, e a livelli ben più preoccupanti… giovani sottopagati e sfruttati, mentre chi dovrebbe retribuirli il giusto si arricchisce anche con il lavoro nero.
Il tutto mentre nessuno si indigna più…
Ma l’ingiustizia, soprattutto quella sociale, quando arriva all’esasperazione porta a conseguenze fuori dai metodi “democratici”… quando succederà, nessuno si meravigli.
Mezzo secolo dopo, i problemi sono ancora gli stessi.
Alla fine ho quasi fatto il tifo per Billy quando ha avuto l’idea delle gomme. E quella “estate dei meloni” chiusa con un ghiacciolo mi ha fatto sorridere: sa proprio di quelle avventure estive che da ragazzi sembrano enormi e poi non si dimenticano più.
È cosi Lino.. mi girava per la testa da anni.. mi ha fatto piacere condividerla.. grazie per la lettura
Quel che è giusto è giusto! Non si imbrogliano i ragazzini volonterosi. Bravo Furio.
grazie Giuseppe.. che velocità di lettura.. mi stavi aspettando al varco..?
Non sono neanche andato a dormire, aspettavo il tuo click di conferma alla pubblicazione eheheh. Buona domenica!
Vaben.. buona domenica pure a te..