Un click 

Accade un click quando ti innamori o quando credi che accada.

È un click netto, rotondo, dal suono nitido come la prima goccia di pioggia sulla testa.

Io quando mi ha baciato ho sentito proprio questo, una goccia diretta sul mio cuore, un click leggero sul pulsante del mio desiderio.

Lui mi ha baciata e il mondo intorno si è allineato al nostro abbraccio.

L’aria ha cominciato a galleggiare in piccoli vortici tondeggianti, ammassi invisibili di capelli e terra attorno alla nostra intimità, grumi di aria come ballerini volanti e un palco celeste di cielo.

Attorno forse la gente nemmeno ci ha guardato, noi di certo quelle altre facce non le abbiamo nemmeno notate.

Chissà intorno alle nostre braccia sulla schiena chi c’era, io ricordo solo il mio essere sudata e l’effetto della sua maglietta appiccicata sotto le mie dita, come il miele che più provi a farlo scendere e più ti rimane addosso.

Ricordo il desiderio estremo di mordergli il collo, arrivare con la punta della lingua sotto l’orecchio e riporci dentro del fiato, addentare con i miei denti leggeri quel suo pezzo di pelle salato e vedere se mi avrebbe stretta più forte, quasi senza lasciarmi andare via.

Ricordo che non l’ho fatto, che il tempo non è bastato.

Poi non so come, ma le mie mani in pochissimi istanti hanno superato la lunga barriera della sua schiena, sono scesa naturale in quella spazio, come se le mie dita fossero sempre state appoggiate a quel suo pezzo di corpo e gli ho stretto un po’ più forte il culo, forse avrei semplicemente voluto buttarlo lungo qualsiasi angolo a disposizione e stargli sopra e continuare a baciarlo.

Ci sono attimi fisici brevissimi in cui nella mente è come se per ore intere stessimo già facendo l’amore.

Era così per noi a ridosso di quel parco piccolo di città.

La fontana aveva creato una goccia flebile e interrotta fra il mio silenzio e le sue labbra, avevo aspettato che fosse lui a baciarmi, avevo aspettato il suo abbraccio timido prima di sciogliere un noi dentro il prosecco del nostro primo appuntamento.

Mi aveva regalato un libro e una piccola fotografia di un tramonto marocchino.

-Ti ho pensato durante quel viaggio.

-È bellissima.

-Puoi tenerla come segnalibro. Infondo ci siamo conosciuti così, fra i libri.

Seduti nel primo bar del centro, ancora eccitati dal guardarci, come due qualunque parlavamo di noi, chi abbiamo amato prima, chi forse ameremo dopo, i viaggi da fare, i film da guardare.

Eravamo arrivati ad almeno quattro film da vedere insieme e già avevamo un’opinione su ognuno di loro.

Settembre ci raccontava di alberi ancora verdi, nessuna foglia gialla pronta a crollarci addosso, era come fosse ancora un’estate torrida e violenta a scandirci i passi svelti delle nostre camminate, poche ore per conoscersi e per stare insieme e una città che invece pareva andare per una volta, una soltanto, più lenta dei nostri momenti a disposizione e dei nostri ritmi sconnessi.

I tabacchini con i souvenir appesi ai muri e noi, con lo sbaglio di abitare in un due città differenti, a fare gara su chi avesse dalla sua la carta jolly del luogo più bello.

-Vince la tua, ovvio.

Glielo avevo detto con la risata acuta, quel click nervoso che ti fa alzare la voce come se così potessi fermare pure il tempo.

-La tua è bella, ci sto bene.

E avevo avuto come l’impressione che parlasse di me, che fossi io la città in cui volesse abitare.

Passeggiare con lui accanto voleva dire non notare più nulla dei posti e degli anfratti che sapevo a memoria, quante cose che volevo fargli vedere mentre ero solo stata capace di perdermi in quelle fessure strettissime che erano le ombre dei suoi occhi.

Le sue fessure basse e le sue facce strambe, aveva un modo di stringere gli occhi quando voleva dire qualcosa di importante, un modo univoco di affascinarmi, stringeva gli occhi, pensava nel giro leggero di un paio di secondi e poi parlava senza fine.

In piazza ci eravamo seduti una seconda volta in un caffè da turisti e mi ero resa conto che quando ti conosci fai le classiche cose stupide che non vuoi fare, le mani sono goffe a cercarsi, i bar sono pessimi in cui sedersi.

Quando accade quel click vorresti che ci fosse un angolo di mondo adatto a baciare, camminare e parlare, un posto vuoto, senza gente, incontaminato in cui le mani possono incontrarsi e le bocche addentarsi l’un l’altra senza essere il quadro realistico di nessun altro.

Volevo toccarlo e allora se qualcuno ci fosse passato accanto avrei fatto apposta ad andargli più vicino, la trama dei suoi jeans così attigua a me e la voglia irrequieta di metterci le mie mani dentro.

Vengo io da te, voglio vederti, me l’aveva detto solo quattro giorni prima.

Due frasi e la sua inconfondibile voce roca agganciata allo schermo freddo del mio cellulare, quello stesso schermo che ci relegava nella distanza di poco più di 6 pollici, noi che invece insieme ci saremmo già messi a girare il mondo.

E adesso dopo mesi appesi al telefono a capire chi fossimo, era lì davanti.

Un click netto nel mio petto mentre ero nelle sue prolungate braccia, la consapevolezza nitida come la pellicola di una fotografia di poterlo amare da subito.

Il taxi bianco che ha accostato lungo il bordo del nostro primo bacio ci ha strappato una pagina di futuro e ci ha riportato sul tragitto che di nuovo ci avrebbe visti lontani.

Provavamo a dirci addio, o almeno un agrodolce arrivederci, mentre ci eravamo appena baciati.

Un click. Un bacio. Il primo bacio, l’unico, intercorso fra noi.

-Devo andare Anna, resterei se non dovessi lavorare. Sono arrivato troppo tardi, mi dispiace.

Non avevo capito se parlasse della coincidenza sbagliata del suo aereo o su quella del nostro incontro, sapevamo entrambi che una storia a distanza non ci avrebbe fatto la vita facile.

-Non ti preoccupare Giorgio, quello che hai fatto oggi lo apprezzo molto.

Aveva nuovamente strizzato gli occhi, stava pensando ad una chiusa, una battuta finale epica, una battuta finale che forse poteva essere ancora romantica, ma lui non è mai stato bravo con le chiuse, noi parliamo sempre, aggiungiamo sempre qualcosa in più, come sarti che allungano vestiti, noi eravamo perfetti per continuare ad indossarci.

Quando avevo sciolto il nostro abbraccio mi ero sentita sfrattata da una casa appena presa e che ancora non avevo arredato.

Si può sentire già la mancanza di qualcosa che non è ancora iniziato?

Io quella mancanza mentre saliva con le gambe stanche dentro il taxi la sentivo tutta, a pieno, come quando in mare ti travolgono le onde e ne esci stremato, senza fiato.

Le onde ti portano via capelli e orecchini, perline appese ai bikini e lui si stava portando via la mia idea di futuro.

Era accaduto un altro click dentro me e non sapevo dove fosse il tasto reset.

-Non ti dimenticherò mai, lo sai vero?

Aveva fatto un ultimo tuffo dentro i miei occhi e mi aveva lanciato questa estrema frase come un paracadute, quasi per salvarmi da quel finale, ma io mi sentivo una mongolfiera rotta in discesa libera.

-Tanto ci sentiremo prossimamente, no?

Lui aveva fatto di sì con la testa e non riusciva più a chiudere la portiera, ma ormai tutto aveva preso il sapore salino dell’addio, un sapore forte e poi ferroso, come sangue che finalmente esce dalla ferita, come quando finalmente ti accorgi del dolore che stai provando.

-Vieni da me, io ti aspetto.

Prima che la portiera si chiudesse del tutto, aveva un aggiunto una frase a sballare quel finale.

Poi sono rimasta sola, i sandali gialli dentro l’asfalto caldo, la città che era tornata improvvisamente mia, conosciuta, caotica e affollata.

Gli altri, tutte quelle indefinite persone, erano tornate ad avere volti, voci, nomi e suoni.

I cani abbaiavano, le campane delle chiese suonavano, i gelati colavano fra le mani dei turisti.

Tutto era uguale, nessuno ci aveva visti, nessuno sapeva, nessuna foto a immortalare il nostro tempo assieme.

Non era mai stato qui se non ci fosse stata la memoria nel mio cuore a sapere del suo viaggio.

Ma lui aveva i brillantini del mio gloss sulle guance ed io il suo profumo nei miei capelli.

Un click aveva sciolto in noi la sensazione di esserci trovati e appartenerci.

Una casa tutta parquet, una vita lontano dal caos, uscire fuori ed essere chi siamo, i nostri animali accanto, restare sempre liberi di essere noi stessi, mangiare i ravioli cinesi seduti su un letto giapponese.

Erano queste le cose che ci eravamo detti, gli allineamenti del tempo che vedevamo davanti a noi.

Bastava un click, un biglietto e raggiungerlo presto.

Lui in me che vedeva tanta libertà, non sapeva quanta poca ne avessi.

I problemi mi avrebbero assalita, il tempo non sarebbe bastato, la valigia sarebbe rimasta nell’armadio.

Non accade quasi mai di incontrarsi nel momento giusto, per noi anche il luogo era quello sbagliato.

Solo lui mi era sembrato così giusto.

Con un click avevo aperto Amazon, una busta rossa mi sarebbe arrivata il giorno seguente.

Quella stessa sera al telefono lui aveva sorriso, un po’ deluso.

-Una busta rossa?

-Sì, con tutto quello che vorremmo fare insieme.

-Ti vorrei già qui. Però ci sto.

E il click per chiudere la chiamata parve non arrivare mai. 

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. @micol_fusca cara, eccoti qua che bello! In verità questo amore può essere spento da molti fattori, volti ed eventi, l’amore degli altri per gli essi subisce questi mutamenti, il nostro è quello che si attacca alla speranza, alla vita e alla voglia di andare avanti, rimane seppur flebile.
      Mi fa piacere che nonostante tutto arrivi questo di me e dei miei racconti, speriamo che questo amore continui a crescere 😀

  1. Ciao ❣️ ❣️
    Bellissimo … un click per far vivere il dolce l’amore è l’amaro della distanza.
    Un poche righe sono salita in una montagna russa di emozioni … Bellissimo grazie per questo viaggio ❣️

    1. @LolaSuarez93 ciao! Prima di tutto grazie per avermi letta 😀 mi ha colpito l’espressione montagna russa perchè è un termine che recentemente ho usato tantissimo nelle mie chiacchere fra amici, bellissimo che sia arrivato tutto questo anche attraverso questo racconto! A presto… cioè, al prossimo viaggio!