Un contenitore rotto sul fondo

“Ma quel tizio di stasera?”

“Quale tizio?”

Le guardò la spalla nuda che aveva vicino.

Giulia se ne stava appoggiata sul cuscino tenendo la trapunta sotto il seno nudo. Dopo aver fatto l’amore le prendeva sempre un caldo tremendo.

“Quello che ti stava appresso al bancone.”

“Uno dei tanti scemi che girano nel tuo locale, chennesò…”

Rimasero qualche secondo senza dire niente poi lui le toccò la spalla con un dito seguendo le lettere del tatuaggio.

“Raccontami ancora di questa canzone.”

Lei cacciò via la mano.

“La sai già la storia.”

“Ma adoro quelle tristi.”

“Vaffanculo.”

Lui sorrise poi prese il cellulare, trovò quello che cercava e lo rimise al suo posto sul comodino. Nel silenzio irruppe un riff di tastiera così tanto anni ’80 che pareva una DeLorean lanciata a 88 miglia orarie.

“Che bastardo che sei” disse Giulia.

“I get up in the evenin’ and I ain’t got nothing to say…” canticchiò lui.

Lei si tirò la trapunta sopra la testa ma da lì sotto la sentì continuare:

“I come home in the mornin’, I go to bed feelin’ the same way…”

Si mise su un fianco, intrufolò una mano sotto le coperte le toccò un seno e poi di nuovo la spalla. Così, la cicatrice era più evidente.

La canzone continuò e al momento giusto urlarono:

“Wanna change my clothes, my hair, my face…”

Qualcuno da sopra sbraitò che era notte fonda e a quel punto pure lui si infilò sotto le coperte.

*

Il sesso fra loro non era mai abbastanza. Una volta lui le disse una cosa.

“Può piacerti o meno, ma noi siamo come un contenitore rotto sul fondo, possiamo infilarci tutto il sesso che ci pare ma non basterà mai a riempirlo.” Giulia lo sapeva che aveva ragione ma pur di smontarlo smise di servigliela su un piatto d’argento per tre mesi. Friggeva nell’ansia. Le scriveva cosa vuoi che faccia? Lei gli rispondeva lo sai. Ma fu lei a tornare al locale. I loro corpi si reclamavano talmente tanto che lo fecero nel ripostiglio accanto ai bagni, con lei spinta contro il muro umido e la minigonna tirata sui fianchi. Dopo si sentì sporca. Sporca e con un odore di varichina incastrato nei capelli per tutta la sera. Ma il sabato dopo successe di nuovo. E poi di nuovo quello successivo e divenne talmente una necessità farlo di nascosto lì dentro, che prese a non indossare più le mutandine. Lui le disse che era proprio una troia. Anzi, disse che era la sua troia al che Giulia gli mollò uno schiaffo che lo fece indietreggiare. Poi però lo tirò subito a sé e mentre lo baciava, con una mano lo introdusse in lei. Perché una troia non lo era, ma sentirsi sua la eccitava terribilmente.

*

“Insomma, quel tizio?”

“Stai ancora lì?” Tirò fuori dalle coperte le braccia e le stese sopra i cuscini fino a toccare con le mani la parete verde alle spalle del letto. “È il dipendente che ti fa guadagnare di più. Lo sai come lo chiamano?”

Fece di no con la testa.

“Spallone. Le ragazze danno di matto per lui. Che ci troveranno di così sexy in quello?”

Lui le baciò un’ascella poi chiese:

“Tu non lo trovi sexy?”

Lei disse mah, poi scese dal letto, si infilò la camicia bianca di lui e andò in bagno camminando a piedi nudi sul parquet.

“Comunque mi riferivo all’altro.”

Si mise seduto sul bordo del letto e cercò per terra i boxer e la camicia. I pantaloni gli aveva mollati nel corridoio mentre si spogliava con le fregole al culo.

“Quando ci sei passato accanto potevi fermarti” disse Giulia dal bagno.

Trovò i boxer vicini al comò. Si chinò a prenderli, li annusò e se li infilò. Cercò ancora la camicia poi si ricordò che l’aveva presa lei.

“Non sporcarmi la camicia. Oggi è il suo compleanno e non voglio storie.”

Giulia si pulì, poi ne prese un lembo che penzolava accanto alla coscia e se la passò fra le gambe. Capirà, pensò. Si alzò dal cesso e uscì.

Lo trovò nel corridoio in mutande mentre si infilava i calzini.

“Esiste qualcosa di meno sexy di un uomo in mutande e calzini?”

Giorgio si guardò le gambe magre e poi i piedi con i calzini. Uno se ne stava afflosciato sulla caviglia. A ventitré anni aveva delle cosce che parevano tronchi di quercia ma vent’anni a evitare palestre, avevano lasciato il segno.

“Voi uomini di una certa età, dovreste capire che prima vanno i pantaloni e poi i calzini. Vi rimarrebbe della dignità.”

Lui raccolse da terra i calzoni blu marino, se li mise e poi le mostrò il dito medio. Lei si tolse la camicia, la appallottolò e gliela lanciò contro rimanendo nuda davanti a lui. Poi si voltò e ondeggiò via senza dire una parola.

Il dubbio che fosse un invito o un addio gli braccò lo stomaco. Guardò l’orologio e disse cazzo! Infilò la camicia dentro i pantaloni, se li chiuse ritirando la pancia e strinse la cintura sul penultimo foro.

“Domattina vado a ritirare la torta. Non è distante da qui, ripasso?” Le chiese dall’ingresso.

Nessuna risposta. 

Gli tornò in mente la ragazza di Pietrasanta per cui gli erano saltate le coronarie per due estati di fila a 16 anni. Sul naso aveva le stesse lentiggini di Giulia e come lei, se ne stava zitta quando si arrabbiava. L’aspettava sul motorino ascoltando Buon compleanno, Elvis! e una sera le disse che voleva diventare un pilota militare, un po’ per fare il figo, un po’ perché ci credeva davvero. Vuoi volare via? Gli chiese. Lui guardò in alto poi disse sì, ma verrai con me. Lei non disse niente e non lo fece per tutta la sera. Non è andata proprio così, eh? Pensò. Poi si chinò, si mise le scarpe e si infilò il cappotto. Giulia aveva rimesso quella canzone e ora le note rimbalzavano nel corridoio arrivando sfumate a lui. Pensò a quanto le aveva raccontato di suo padre e si chiese se non ritrovasse in lui qualcosa di quel balordo. Forse sarebbe meglio lasciarla in pace. 

Di nuovo quella stretta allo stomaco.

Aprì la porta, guardò un’ultima volta verso la camera e se ne andò.

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