
Un Fiore
Sono al sicuro.
Il sole è alto e forte, buca il blu oltremare del cielo picchiando sulle spalle di Giorgia, disegna righe nette ai lati delle spalline della canottiera, una linea netta dove terminano i pantaloncini che espongono la pelle bianca, reduce da un inverno insolitamente nuvoloso.
Sono al sicuro, pensa distratta riprendendo a lasciare sul foglio i contorni di un fiore non ben definito, una margherita, una calendula, una via di mezzo.
Sono al sicuro, dice tra sé e sé, ancora una volta, facendo sbatacchiare l’acqua nella pozza in cui ha immerso i piedi. E poi lo ripete ancora una volta, quasi una melodia infantile, un’ecolalia che ha perso il senso nelle ripetizioni, lo ripete distraendosi dal suo disegno prima di finire l’enigmatica corolla di petali troppo aguzzi per un fiore delicato. Solleva la matita, alza gli occhi a guardare oltre il campo, la casa in costruzione in fondo alla valle: i nuovi vicini, Francesco e Sonia, infermieri. Tra le loro case cinquecento metri o più di rosmarini, timi, e altre piante senza nome pronte ad apparire alle prime piogge e a sparire al primo caldo. Transitorie, miraggi di cui essere insicuri. Oggi non ci lavora nessuno, ma la casa ha già qualche muro, un certo tetto, buchi per finestre future, una porta? Avanza a velocità limitata. Fa quasi male la lentezza con cui prende forma, come un desiderio timoroso di esprimersi.
Come i miei disegni, pensa Giorgia rimettendo la matita nel punto in cui l’aveva sollevata, che hanno un senso ma no so ancora quale. Guarda il fiore stilizzato, allunga il gambo, lo termina con tre righe goffe e sparse a simboleggiare l’erba di un prato bidimensionale, e poi aggiunge una lunga linea retta, prima verso destra e poi giù, a novanta gradi. Aggiunge la sua firma. Fatto.
Sono al sicuro.
Mette il blocco e la matita per terra e, appoggiandosi alle braccia allunga le gambe, va a graffiare con le unghie dei piedi i lati del buco, l’argilla quasi blu; osserva la terra: compatta, a strati ferrosi e rossi, a strati sabbiosa, ma più che altro argilla dura e senza ossigeno. Ci cresce poco senza aggiungere materie organiche. Usa le dita dei piedi per staccarne un blocco sporgente dal bordo, lo osserva sciogliersi lentamente e diventare fango mentre cade verso il fondo del suo pozzo improvvisato. Viene qui a calmare la mente. Il cuore. Le paure. Le sue confusioni. No, che bugia! Viene con la speranza di riscriversi da zero. Viene a radicarsi, a cambiare la carica dei suoi neuroni, elettroni, dei protoni e dei neutrini! Viene ad annaffiarsi e mettere radici; diventare pianta, fiore, resistente al vento e alle tempeste, fragile e forte, colorata e felice. Un fiore da cogliere.
Sono al sicuro, pensa ancora la sua mente, lei, invece, si dice che a volte funziona, a volte infilarsi nel buco l’aiuta a germogliare, le dà linfa, vita.
L’aveva scavato per il mandarino, ma a meno di dieci centimetri dall’inizio aveva trovato roccia, puro granito. Aveva provato a spostarsi di un metro, prima a destra e poi a sinistra, ma c’era sempre roccia, solo roccia, tutto intorno. Un peccato, tanta energia sprecata per scavare… ma poi le era venuta l’idea di usare il buco di granito per i suoi esercizi di Tai-Chi: poteva riempirlo d’acqua e radicarsi, connettersi alla Terra mentre meditava; due piccioni con una fava. Dall’altro lato del campo aveva creato un cerchio di sabbia in cui faceva gli esercizi a piedi nudi, ma qui poteva aggiungere l’acqua e rendere più forte la connessione. La guarigione.
Sono al sicuro, ripeté osservando gocce scure posarsi e creare uno strato di fango. Gli diede una pedata e l’acqua tornò torbida, grigia.
Oggi, però, è venuta per un’altra ragione. Deve disegnare il suo ultimo fiore. Si era prefissata trecentosessantacinque disegni, uno al giorno, per un anno. Dopo aver provato ogni terapia nota all’uomo e averle fallite tutte, un mattino aveva deciso che avrebbe creato la sua terapia personale. Non poteva fallire più di chiunque altro metodo. Non sarebbe stata in grado di farla soffrire di più.
Sono al sicuro.
Erano trecentosessantacinque giorni che disegnava un fiore. Un singolo tratto di matita continua. Non aveva idea di che fiore fosse e, cosa strana e inconsueta, non le interessava saperlo. Ma ogni giorno, ogni singolo giorno, aveva disegnato il suo fiore. O due, o anche cinque ma sempre, e solo, usando una linea continua. A volte il fiore appariva tra palazzi di cemento, o appassiva e moriva sopra al germoglio di un nuovo fiore, a volte germogliava dal cielo altre dal lato, ma il fiore c’era sempre. A volte nascosto, come volta in cui lo aveva trovato nel marciapiede di quella grande metropoli. Oppure maestoso e unico, al centro di un tavolo, al centro di un vaso.
Forse cercava l’amore, in quel fiore. Cercava il senso della sua vita, e trovava stupido da morire disegnare un fiore ma non riusciva più a smettere. Sperava che oggi, in questo ultimo giorno, il fiore le avrebbe rivelato il suo segreto. Il perché. Il perché era tanto importante, per lei, disegnarlo ogni singolo giorno. Ma aveva messo il blocco per terra, il segno con le sue iniziali era chiaramente impresso sotto al fiore, e lei non sentiva assolutamente nulla di diverso. Il fango le si insinuava tra le dita dei piedi come sempre; il sole scottava ma il vento secco faceva in modo che non se ne accorgesse; la casa dei vicini era un agglomerato ordinato di mattoni e cemento; il cane era accovacciato al suo fianco senza segni di illuminazione; e il corvo gracchiava come tutti i giorni. Nessun nuovo perché, nessun segreto svelato.
Giorgia guardò ancora una volta il blocco di carta spessa e un poco granulosa che aveva usato con precisione puntuale per un anno intero. Sospirò. Guardò gocce di sudore scure cadere dal suo braccio nell’acqua e le dissipò tra il fango. Sentì chiamare il suo nome: era suo marito, Sergio. Probabilmente stava venendo ad assicurarsi che stesse bene. Lo faceva sempre quando non la vedeva per qualche tempo, un comportamento che l’infastidiva, ma che anche la rassicurava.
Sono al sicuro.
Quando iniziò a sentire i passi del marito sulla terra arida dietro di lei richiuse il blocco da disegno e con un sospiro e tirò fuori un piede: era completamente infangato.
«Ehi» disse lui.
«Ehi» disse lei.
«Tutto bene?» chiese lui.
«Tutto bene» rispose lei.
«Disegnavi?» chiese abbozzando uno sguardo al blocco.
«Sì,» rispose lei «ma questo era l’ultimo» disse cercando di sorridere. Allungò una mano per prendere quella del marito, intrecciò due dita alle sue, si mise in piedi e si appoggiò al suo petto. «Non ha funzionato» disse con tono triste «sono ancora malata» fece una pausa «e non so perché».
Il marito la strinse a sé, e stringendola forte disse: «No, ha funzionato invece, non vedi?»
«Non vedi cosa?» la voce di Giorgia si era alterata un poco, crepata agli angoli.
«Hai fatto trecentosessantacinque disegni.»
«Sì, lo so» sbuffò allontanandosi un poco dal petto del marito «ed è l’unica cosa che ho ottenuto!» E, ripensandoci, aggiunse «E non solo! Ho disegnato trecentosessantacinque fiori che non esistono, per trecentosessantacinque giorni, chiedendomi per trecentosessantacinque giorni perché lo facevo, e ora ho zero, dico zero, risposte. Esattamente lo stesso numero che avevo trecentosessantacinque giorni fa. Sai che successo.» Aveva gesticolato mentre diceva queste cose, ma il marito era rimasto immobile, sorrideva.
«Giò!» la interruppe afferrandole delicatamente la mano «Giò, hai trecentosessantacinque giorni in più dell’anno scorso. Trecento, sessanta, cinque.» Lei s’interruppe e si mise a fissarlo. Non capiva. Cioè, capiva quello che le stava dicendo ma non capiva. Era vero? Aveva funzionato? Ma perché? Come era possibile? Guardò il marito negli occhi e vide una scintilla, brillava come una stella in una notte senza luna. Intuì il suo pensiero: era ancora viva, e non solo, era viva e non aveva preso nessun farmaco per un anno, nessun ricovero, nessuna visita psichiatrica, nulla.
Guardò verso il suo blocco da disegno, un blocco pieno di strani fiori mal disegnati con una sola linea. Come poteva avere funzionato qualcosa che nemmeno capiva?
«Non capisco» disse al marito supplicandolo di darle una spiegazione. «Come è possibile?»
Sergio si abbassò a prendere il blocco e glielo mise davanti, mosse le pagine, gliele mostrò a una a una, ma lei ancora scuoteva la testa, diceva no, non capisco!
«Ogni giorno Giò. Ogni giorno avevi un compito. Ogni giorno.»
E fu così che lo vide! Capì. Ed era così semplice da fare quasi male: non era il fiore, non era il tratto unico, non era la matita e non era il senso del disegno: era il senso del fare. Aveva avuto uno scopo. Ogni giorno. Un perché! E, quell’ogni giorno, ammontava a un anno intero, e ora l’anno era terminato e aveva imparato a vivere. La chiave del suo dolore, della sua confusione. La risposta era straziante, ed era bellissima. Ed era uno, un solo giorno alla volta.
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Molto bello e ben scritto. Brava
Un giorno alla volta, un fiore alla volta, un disegno alla volta…. questo cammino di guarigione quasi inconsapevole l’hai ideato bene e mi piace, mi piace davvero tanto. Poi, tante piccole perle in questo tuo racconto, la relazione così intima fra ‘lei’ e ‘lui’, e quel parallelo iniziale fra la serie di fiori e la casa in costruzione. Brava, continuo a leggerti sempre con piacere.
Grazie mille, sei sempre di grande supporto!
Mi hai fatto tornare in mente quando ero socio WWF, ma quando ero bambino
La curiosità mi uccide: perché?
Ti spiego: da bambino ero socio del WWF e ricevevo i giornaletti dell’associazione, ebbene c’erano dei fumetti che mostravano lo smog della città e dei bambini che volevano piantare dei fiori (più o meno questo). Il tuo racconto me li ha fatti tornare in mente
Ho visto il legame tra due persone che, nonostante le avversità, si cercano e si vogliono bene. Le descrizioni sono talmente ben scritte che mi sono immaginato di essere vicino a lei mentre disegnava. Complimenti 🙂
Grazie Giglio per il tuo tempo. E felice di essere riuscita a facilitare un piccolo viaggio.
“E fu così che lo vide! Capì. Ed era così semplice da fare quasi male: non era il fiore, non era il tratto unico, non era la matita e non era il senso del disegno: era il senso del fare. Aveva avuto uno scopo”
Stupendo
È veramente profondo il senso che sei riuscita a dare a questo tuo racconto e importante l’insegnamento. ‘Un giorno alla volta’, non c’è nulla di così vero. Molto bello
Grazie Cristiana. Era quello che speravo. Grazie.
Beh, però non ci hai detto se quell’anno era bisestile o meno. Perché se era bisestile te ne manca uno! Come la mettiamo? Ah ah ah, scherzo ovviamente. Brava invece, molto brava.
Ha! Allora non hai contato! Mi tocca ripetere trecentosessantacinque giorni per un altro anno… 🫢