Un fiore di notte

Le tende si erano gonfiate all’improvviso, come mongolfiere lineari appese alla finestra, seduta lungo il bordo gelido del bagno, avevo sentito lo scoppio nitido di un urlo lacerante attraverso il cielo, era così che il temporale si era fatto la sua strada umida nel tragitto del mio pomeriggio.

Ci avevo messo tempo a capire cosa fosse il dolore, un tempo disteso come lenzuola nel letto che già alla prima notte sanno di sudore e pieghe di gambe.

Io nel mio dolore ci avevo fatto le rughe e fatto gomitoli con capelli e nodi, dietro la nuca, dove si dorme appena, nodi spessi e ingestibili, insieme alla felicità avevo visto cadere i capelli, le unghie spezzarsi, i denti farsi più gialli, acidi, in quella saliva arida che si sa di avere quando non si ha più voglia di vivere.

-Tirati su.

La sua era una voce molle e quella sua morbidezza, come caramelle già masticate, era lo stimolo alla violenza, lui non mi ordinava di farlo, ma sapevo che dovevo obbedirgli.

Le vesciche sui piedi, le costole come tubi di metallo piegati in due, destinati a non allinearsi mai più, quella sensazione di fiato gonfiato artificialmente, come una pompa innesta su di me e solo per lui, per dargli questo potere, per essere come quelle tende che rimangono appese nonostante fuori il mondo si squarci.

-Tirati su.

L’aveva detto una seconda volta, sapevo non ci sarebbe stata una terza.

Era stato così, il freddo della ceramica era scomparso nel solco delle sue mani grezze e ruvide, mi aveva fatto urtare contro la porta e poi composta, come una maglia nuova in un negozio, mi aveva esposto alla sua visuale lungo il bordo del letto.

-Ora lo facciamo.

Avevo solo annuito e mi ero sentita come un flauto a inizio scuola, che fa bene una sola nota pur di non farne altre ancora.

Così lo avevo amato una sola volta, o almeno mi era sembrato, almeno a lui era bastato.

Quando sorridi a qualcuno, quando provi empatia e ti catapulti nel mondo degli adulti, tu non hai idea che il potere di un sorriso potrebbe non avere mai fine.

La prima volta non gli avevo sorriso perché lo amassi e nemmeno perché mi piacesse, mi aveva solo fatto simpatia, stava su un muretto incapace di mangiarsi un gelato senza sporcarsi.

Quando sei giovane non sai amare davvero, ma lo impari dopo, questo.

Prima ogni guazzabuglio di emozione può essere amore.

Le tende della camera erano ferme, lui si era spogliato adagio, come i tempi morti alla stazione fra un treno e l’altro, quando non hai altro da fare che aspettare.

Sapeva che non sarei scappata.

Le sue scarpe, molli e consunte come la sua voce, finivano sempre sotto il letto, slacciava, toglieva, riallacciava e le cacciava verso la metà esatta delle due assi, così non danno fastidio, me lo diceva in modo tranquillo ma io ne sentivo lo stesso il suo odore invadente e dolce, come lo avessi già dentro.

I letti cigolano, sbattono, si spostano, muovano viti, curvano doghe, lui faceva sempre piano, come se il piano non fosse una violenza, come se farlo e sembrare due morti, inermi, composti, ci rendesse più puri, innocenti nello schifo condiviso.

Il mento era scorticato dalla sua barba ispida e non curata, le mani bloccate dalle sue, senza possibilità di movimento, la lingua ficcata in gola senza che io potessi ricambiare quel sussulto, nemmeno lo volevo, ma nemmeno potevo.

Non parlare e non muoverti, erano sempre quelle le raccomandazioni, perché così potresti essere chiunque, erano solo quelle le sue giustificazioni.

E allora mi chiedevo, perché proprio io?

Perché quel giorno a quel muretto, non mi hai lasciata stare?

Perché forse sono io che ti ho salutato per prima.

Chiunque potrebbe dire che in un giorno qualunque, senza rendercene conto, noi siamo andati alla ricerca del nostro male.

-Io ho finito.

Si era tirato su, avevo sentito il mio respiro più libero e si era richiuso la camicia addosso, per un tempo indefinito, non mi avrebbe dato più fastidio.

-Vado a fare la spesa.

Non mi aveva salutato, non mi aveva baciato, non mi aveva guardato.

Era uscito dalla stanza come le api che decidono di non girarti più attorno, se ne vanno e basta, veloci.

Le chiavi nella serratura avevano girato quattro volte con una cadenza fluida, potenza e velocità nel tenermi prigioniera di quella casa, sarei potuta andare alla finestra, urlare a qualcuno, urlare aiuto.

Non lo avevo fatto, ero un fiore pronto alla notte, a petali chiusi sarei tornata a non esistere.

Il bagno al mio rientro era ancora freddo e quella ceramica sulla pelle era come la menta peperita sulle labbra secche, ma io ne avevo bisogno, avevo bisogno di qualcosa che spegnesse dal mio corpo il passaggio acceso del suo.

La pioggia fuori scrosciava cascate allineate, il rumore sordo di asfalto e ringhiera risaliva lungo i muri e riscendeva attraverso le grondaie.

Che me ne sarei andata glielo dicevo quasi ogni giorno, ma dove vuoi andare era la sua unica risposta.

E lui sapeva bene quanto fosse vera.

La prima volta che gli ho detto che ero sola, che i miei genitori erano già morti anni prima, mi sembrò sollevato, come se non avesse nessuno con cui fare a gara per il mio affetto.

All’inizio, mi ero sembrata pazza e ingiusta, poi avevo capito quanto non mi fossi sbagliata, perché gli sbagli sono sempre così, si commettono subito e si capiscono dopo.

La verità è che in tutta la mia vita avevo amato solo il mio lavoro.

Il primo che mi fece perdere era una prova da gelataia, tre mesi di stagionale e la possibilità di rimanere in azienda anche nel periodo invernale.

Dovevo presentarmi alle dieci del mattino, alle due del pomeriggio ero ancora chiusa nella sua macchina, mentre lui, una sigaretta dietro l’altra, aveva buttato le chiavi giù da una scarpata.

Mi aveva promesso che mi avrebbe accompagnato lui, perché farmela a piedi quando c’era la sua auto?

Scusa, mi aveva detto, ma tu puoi ambire a molto di più.

Poi c’era stato il bar, una scenata alla mattina, una alla sera, gli appostamenti fuori il locale, la gelosia per tutti, il ragazzo delle consegne, troppo sfacciato, i clienti abituali, troppa confidenza, il proprietario che mi aveva presa solo per scoparmi.

Di scoparmi penso non ne avesse nemmeno una minima voglia, visto il compagno storico che ogni tanto passava a trovarlo, però a licenziarmi non ci aveva messo molto.

Ero senza lavoro, senza soldi, senza una vera famiglia.

E quando lui mi diceva, ma dove vuoi andare, sapeva benissimo che scappare per me non era così immediato.

Avevo provato a denunciarlo una volta, una volta soltanto.

Non immaginavo che il maresciallo fosse un suo amico, non immaginavo che mi dicesse di schiarirmi le idee e ripassare un’altra volta, ma quella volta in più non c’era mai stata.

Le tende avevano smesso di agitarsi, le guance sul pavimento erano tornate fredde e la pioggia, seguendo il ritmo del mio cuore, aveva smesso di sbattere.

Solo silenzio e un leggero spasmo di vento, e le mie braccia, un fiore di notte, pronte di nuovo a chiudersi su stesse per proteggersi.

Poi la porta, un’altra volta ancora la chiave che stava girando, un cacciavite pronto a scavarmi dentro la pelle, ancora e ancora.

C’è un momento esatto in cui le vite cambiano, quando la mia è mutata, le tende sono cadute a terra, sprofondate di peso e leggerezza.

Sulla soglia della porta il viso di un uomo mi guardava sconvolta.

Lui invece era lì accanto, accovacciato sul muro, un coltello sull’addome pronunciato, un fiotto di sangue che arrivava invece dalla sua testa, e poi una ferita aperta anche sul collo.

L’altro uomo mi ha guardato ancora.

-Non dirlo a nessuno.

-Sei quello del terzo piano, il ragazzo di Monica?

-Sì.

-È morto?

-Non lo so, penso di sì.

Si era frugato nelle mani come a cercare delle chiavi inesistenti.

-Sei stato tu?

-Non me lo chiedere.

E aveva tirato fuori un sacchetto di plastica.

-Senti, c’è per stare tranquilla qualche mese.

I soldi si erano subito intravisti nel bianco trasparente della busta.

-Non so dove andare.

-Vai qui, è il B&B di mia zia, ti registrerà come se fossi stata lì anche ieri notte, le serve anche una mano con le pulizie, magari ti ci trovi bene.

-E lui?

Lo abbiamo guardato entrambi, se era vivo, di certo in quell’istante non lo era più.

-Ci penso io.

Ma in quell’attimo, dall’altra parte delle tende cadute, lo sguardo fulgido di una donna stavo impallidendo davanti a noi, i miei piedi nudi nel sangue si erano tinti di un rosso scarlatto che all’improvviso, a man mano che l’ossigeno restava vivo, come un fiore di notte si faceva più scuro al suo interno.

Forse nell’attesa che qualcuno mi salvasse ero morta anche io, ero stata colta appena prima di appassire, ma il vaso era spaccato, l’acqua era marcia e come sempre non avevo nessun’altra casa in cui proiettare il mio futuro.

Il ragazzo di Monica mi aveva abbracciato forte, si era ripreso i soldi ed era sceso per strada, avevo fatto in tempo a vederlo parlare con un poliziotto, prima di riattaccare le tende alla finestra. 

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Discussioni

  1. certe cose bisogna avere il coraggio di scriverle e, ancor prima, la capacità di immaginarle. Non so se tu abbia attinto alla cronaca o a un tuo incubo personale. È tutto molto vero, si respira l’odore della corruzione in quei denti gialli e in quella saliva arida, due immagini molto potenti. Violenza, schiavitù: ci si libera, se ci si libera, solo con un atto estremo.

  2. Volevo commentare delle frasi, un periodo, un concetto. Ma non ci riesco. Il racconto è vivo e potente nel suo insieme e non riesco ad individuarne una parte più che un’altra. Mi ha colpito, ferito in quanto persona e in quanto uomo, perché in un mondo in cui cerchiamo di abbassare i muri, di attraversare i confini, di avvicinarci, di comprenderci e dimenticare le folli differenze che millenni di oppressioni e discriminazioni hanno creato, in un mondo in cui cerchiamo di dirci che no, noi queste cose non le facciamo perché siamo civili, _ormai_ siamo civili, c’è ancora chi le fa.
    Una volta mio figlio mi disse che secondo lui io non ero poi tanto “maschio”, ed intendeva nel senso deleterio del termine. Non capii subito, non capii fino in fondo cosa intendeva. L’ho capito dopo, quando mi ha detto come la pensa lui e come la pensa la sua generazione sulle discriminazioni di genere. Quando mi ha insegnato che bisogna chiedere, quando si conosce qualcuno, che pronome vuole che si usi nei suoi confronti. Ecco. Tutto questo c’entra, c’entra anche con questa storia.
    Grazie, è bellissima anche se tristissima.

  3. Toccante e significativo.
    Questo testo ha l’audacia di affrontare un tema delicato in maniera molto efficace, con l’ausilio di allegorie perfettamente incastrate nel quadro generale della storia narrata.
    Davvero brava!

  4. Le tende usate come pesante sipario tra la prigione e la libertà, tra un mondo di dentro odiato e ripugnante ma conosciuto e un mondo di fuori libero ma non privo di quei pericoli già vissuti un fuori ancora pervaso di tuoni e fulmini. Poi uno spiraglio di salvezza ma ancora nuovamente tradito tanto da richiudere quel sipario. Complimenti

  5. al di là della bravura nel descrivere sentimenti come il dolore , la solitudine di un amore guasto, ho trovato davvero efficace la metafora delle tende. molto brava.

  6. “I letti cigolano, sbattono, si spostano, muovano viti, curvano doghe, lui faceva sempre piano, come se il piano non fosse una violenza, come se farlo e sembrare due morti, inermi, composti, ci rendesse più puri, innocenti nello schifo condiviso”
    👏