Un Fragile Equilibrio

Serie: Il più grande uomo scimmia vivente


Stefano era un uomo felice. Dall’esterno poteva sembrare trasandato e fiacco, come chi non se la passa tanto bene; in realtà, si sentiva profondamente fortunato e pieno di gioia. Lavorava come progettista elettronico in una piccola-media impresa lombarda, un lavoro che amava con tutto sé stesso.

La progettazione lo affascinava: quei calcoli meticolosi sul foglio, il posizionamento preciso dei componenti elettronici sullo schema, il loro collegamento accurato, sempre con un occhio attento alle specifiche tecniche, lo rapivano dalla realtà. In più, il pensiero che quello schema, dopo aver guidato il lavoro del Masterista e della produzione, sarebbe tornato sul suo banco sotto forma di scheda perfettamente montata e ordinata, gli dava un senso di soddisfazione indescrivibile.

Anche a casa, Stefano aveva molti motivi per essere felice. Tornando, trovava spesso sulla soglia sua moglie e i suoi due figli, sorridenti. Certo, a volte i sorrisi erano meno entusiasti, soprattutto quando, per distrazione, si dimenticava di fare qualche commissione. Ma niente di tutto questo scalfiva la sua gioia: Stefano si sentiva un uomo fortunato. Aveva una famiglia che amava e un lavoro che lo appagava, e questo per lui era sempre stato un sogno e il più sincero traguardo delle sue ambizioni personali.

Certo mancava solo una casa di proprietà per stare lontani dagli affitti da capogiro della Lombardia, e sicuramente un po’ di soldi in più avrebbero aiutato la sua famiglia a pagare con una certa tranquillità i futuri, ma oramai prossimi, studi universitari dei figli. Tuttavia, Stefano cercava sempre di non avvelenarsi troppo l’animo per le questioni economiche familiari.

Tornando al suo lavoro, l’azienda che lo aveva assunto aveva deciso di non rimanere una piccola azienda a conduzione familiare italiana, ma di prendersi dei rischi e provare a strutturarsi e consolidarsi nel territorio, attuando un lungo piano di investimenti decennale. L’unico modo affinché l’azienda potesse iniziare a prendere credibilità agli occhi dei nuovi potenziali clienti, era di rispettare stringenti direttive tecniche e burocratizzandosi, cioè producendo documentazione di qualità nelle fasi di progettazione e produzione dei prodotti realizzati, in conformità con gli standard nazionali ed europei.

Inoltre i vari reparti dell’azienda dovevano iniziare un processo di compartimentazione, suddividendosi in maniera maniacale i diversi ruoli e seguendo oltretutto le direttive presenti nei moduli redatti dalla nuova figura del Responsabile della Qualità. Quest’ultima figura, nuova in azienda, a primo impatto sembrò a tutti i progettisti come una risorsa che doveva generare scartoffie da mostrare ai clienti, ai certificatori o ad altri enti di controllo, ma che non avrebbe intaccato il lavoro dei progettisti stessi.

Purtroppo però quelle scartoffie si dimostrarono, quasi come indispettite, di essere molto di più di semplice carta straccia, difatti da lì a poco la direzione decise che era arrivato il momento di implementare quanto vi era scritto.

Perciò Stefano si trovo da un momento all’altro a dover dedicare un’ora, o quando andava male anche due, alla compilazione di moduli per l’Ufficio Tecnico. Stefano capiva però che quello era l’unico modo per iniziare quel processo di espansione dell’azienda, quindi sebbene preferisse i bei “vecchi tempi” e provava un leggero fastidio nei confronti del Responsabile della Qualità, iniziò a farsene una ragione.

Dopotutto si dimenticava in fretta di quelle “scartoffie” mentre progettava; quanta soddisfazione traeva nello sviscerare i problemi e le richieste dei clienti, per poi lentamente (ma non troppo) risolverli con una sequenza di blocchi hardware accuratamente dimensionati e tra loro interconnessi, e una volta che si trovava tra le mani la scheda realizzata, la testava elettricamente, per poi di solito passarla ai Firmwaristi. Quest’ultimi avrebbero scritto il codice necessario per dare “vita” alla scheda e fargli capire come doveva agire e comportarsi a seconda degli stimoli ricevuti dall’esterno, o ai segnali che venivano direzionati al suo interno.

Stefano pensava di essere proprio in un magnifico settore, e tutto questo entusiasmo lo portava a casa da sua moglie e dai suoi figli, con un bel sorriso sulle labbra e un animo sereno e gaio. I mesi passavano e se si lasciava da parte la progettazione, l’azienda era in subbuglio. Ogni giorno vi era qualche modifica dei moduli e delle direttive da parte del Responsabile della Qualità, che Stefano nel mentre ebbe la sfortuna di conoscere; si chiamava Vittorio e per ironia, o almeno Stefano lo trovava ironico, prima lavorava per un’azienda che produceva tubi idraulici, quindi non sapeva nulla di elettronica, di firmware e di software.

I problemi che stavano nascendo in azienda erano dovute al fatto che le direttive erano più delle volte errate per eseguire un buon lavoro di progettazione e di produzione. Pertanto la direzione e i diversi responsabili di reparto chiedevano modifiche sui diversi moduli, e in seguito organizzavano riunioni con i diversi reparti per comunicare le modifiche, e per spiegare come si sarebbe svolto il lavoro “da oggi in poi”. Questa storia del “da oggi in poi” andò avanti per due mesi buoni, finché la situazione riprese a stabilizzarsi.

Nei successivi tre mesi gli hardwaristi ebbero da dedicarsi alla compilazione e al controllo di un nuovo database aziendale, in cui andavano inseriti uno ad uno tutti i componenti che si aveva nel magazzino. Quei mesi furono per Stefano un inferno che prosciugava quattro ore al giorno delle sue energie mentali, dove si dedicava al controllo dei diversi componenti e a compilare i diversi campi descrittivi di ciascun componente sul gestionale, affinché ogni campo coincidesse con quello che avevano e acquistavano dal loro gestionale i dipendenti dell’Ufficio Acquisti.

La cosa che mandava fuori dai gangheri Stefano era che i due gestionali, sebbene fossero diversi l’uno dall’altro, dovevano facilitare il lavoro interno e comunicare tra loro, senza la necessità di un intervento umano; ebbene in seguito si scoprì che i due gestionali non comunicavano bene tra loro, pertanto vi erano dei poveri cristi che dovevano sempre mettere mano a uno dei due gestionali per fare sempre quadrare le cose, questi poveracci erano finiti in quel reparto che sarebbe diventato sempre più grande e costoso in azienda, l’Ufficio Complicazioni Affari Semplici, come veniva chiamato dai più maliziosi.

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