
Un investigatore zelante
Era una brutta giornata come sempre quando nel mio ufficio entrò un uomo in gessato. «Mister Palance?».
«In persona» risposi.
«Il private eye?».
«Ho la presunzione di definirmi tale».
«I miei uomini stanno bonificando il palazzo, fra poco arriva il mio principale».
Non battei ciglio: di stranezze ce ne sono sempre, una in più non fa mai male.
Pochi minuti dopo assieme all’uomo in gessato entrò un tizio grasso. «Mister Palance, sono mister Di Gennaro».
Lo conoscevo: ogni attività criminosa da Bel Air a Venice Beach era in mano sua. «Cosa desidera?».
Di Gennaro gettò una foto sulla mia scrivania. «Il mio socio in affari, mister Fratelli, è stato ucciso. Voglio che scopra chi è stato l’infame».
«Mister Di Gennaro, non preferisce un private eye migliore di me?».
Fece una risata porcina. «Lei è il migliore».
Iniziai subito le indagini.
Mi aggirai di bar in bar, di locale di spogliarello in locale in spogliarello. Visitai lupanari, sale da oppio, magazzini di ombrellini giapponesi, ma nessuno mi seppe essere d’aiuto neanche se usavo le maniere forti.
Incominciai a pensare che Di Gennaro mi aveva sopravvalutato, ma qualcosa mi diceva che se avessi fallito, o comunque non l’avessi accontentato, la mia tomba sarebbe stato un pilone di cemento.
Mi sforzai la mente, cercai di trovare la soluzione del caso, finché un giorno mi accorsi che qualcuno mi seguiva.
Decisi di fare finta di nulla, mi rifugiai in un vicolo, vidi arrivare qualcuno, gli incollai la Smith & Wesson al grugno tenendolo per il bavero. «Chi sei!».
«LAPD».
«Cosa?».
Il poliziotto non aveva paura di me, né della Smith & Wesson. «Sono un poliziotto, cretino. Se mi ammazzi, ti aspetta la sedia elettrica».
«Cosa vuole da me l’LAPD? Non sono in blu da tre anni». Con prepotenza tornò il ricordo del motivo per cui avevo dato le dimissioni: il capo della polizia prendeva bustarelle e si dedicava ai coca-party mentre sua moglie andava a letto con me.
«Scemo, guarda che…».
Non lo feci concludere: non gli sparai, gli sbattei il calcio della Smith & Wesson in testa e filai via.
Gli sbirri mi inseguirono.
Mi arresi.
Vidi lo scagnozzo di Di Gennaro, con lui il capo della polizia che mi si rivolse dicendo: «Mister Palance, lei è sospettato della morte di mister Fratelli…».
Ero in gabbia.
Mi aspettava la sedia elettrica, anche se non avevo ucciso lo sbirro. Di Gennaro mi aveva incastrato: era stato lui ad ammazzare Fratelli e mi aveva ingaggiato per far credere all’LAPD che fossi io il colpevole che al posto di indagare lavorava per distruggere le prove.
In effetti mi portavo a letto pure la moglie di Di Gennaro.
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Mentre leggeva ho visto scorrere davanti a me una pellicola bianco e nero di un vecchio poliziesco anni 50 😀
L’idea è quella 😉 Grazie del commento, Micol!
Poliziesco lo è e anche intrigante tramite il linguaggio usato assai bene
Ti ringrazio, le tue parole mi fanno molto piacere (non a caso sono in finale a un concorso Mondadori)!
Ciao Kenji, mi hai regalato una piacevole lettura durante un coffee break, grazie 😀
Grazie a te per la stima!
Mi piace molto questa ambientazione newyorchese che avevi già usato per un precedente racconto e che secondo me ti è congeniale. Bravo Kenji ho letto volentieri!
Grazie Cristiana!