Un petit peu

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il protagonista torna in piazza dopo l’isolamento e trova una città sospesa tra euforia e paura. Tra bar riaperti, mascherine e pensieri su Siddhartha, capisce che ripartire non significa solo rimettersi in cammino.

“Pronto? Hotel La Pineta?”

“Sì, mi dica pure.”

“Buongiorno, mi chiamo Daniele e sono un pellegrino che sta percorrendo la Francigena. Ho visto che fate stanze in convenzione e volevo sapere se avevate qualcosa di disponibile per stasera.”

La risposta non arrivò subito. Sentii che la voce si era abbassata e ne subentrò un’altra. Messe insieme sembravano il dialogo tra due api.

“Va bè, meglio della musichetta di attesa”, pensai.

Il ronzio continuava ad andare avanti e io anche. Passo dopo passo avevo lasciato la città ormai da un bel pezzo. L’asfalto, le case e la gente si erano dati il cambio con brecciolino, alberi e uccelli. Dato che la primavera era sempre più alle porte, il ronzio che continuava ad accompagnare i miei passi ci stava come il cacio sulla pasta.

“Mi scusi, può ripetere per favore?”

Staccai il telefono dall’orecchio e guardai lo schermo un po’ stranito. Poi lo riavvicinai e ripetei la frase, modificandola leggermente, per vedere se avrei ottenuto una risposta diversa.

“Sì, sono un pellegrino. Sto percorrendo la Francigena e ho visto che sul sito siete indicati come hotel in convenzione. Volevo sapere se avete una sistemazione per stasera. Dovrei arrivare all’incirca per le diciotto.”

“Un attimo solo.”

E cosa partì stavolta? La musichetta di attesa.

Sentii il suono delle scarpe sul brecciolino aumentare e mi accorsi che il piccolo albero che, senza un motivo preciso, avevo inquadrato durante l’attesa precedente si era fatto improvvisamente grande.

“Sì. Pronto, è ancora in linea?”

“E dove vuole che sia?”, pensai.

“Certo”, risposi.

“Mi scusi, ma al momento non abbiamo camere disponibili. In realtà non siamo neanche aperti. Ci dispiace.”

Oh cazzo, pensai.

“Ok, va bene, grazie lo stesso. Soprattutto per la musica della segreteria. Bellissima.”

E riattaccai.

Rimisi il cellulare in tasca, poi lo ripresi in mano. Intanto la strada sterrata era diventata un sentiero immerso in una pineta e il sito era ancora aperto, con altri nomi di alloggi in convenzione. Provai col secondo della lista. Linea occupata. Il terzo, senza risposta. Quando arrivai in fondo, l’unica risposta che ricevetti fu quella del ginocchio, che tornò a farsi sentire.

Con l’altra mano frugai nell’altra tasca. Bustina di Oki.

A quel punto mi ritrovai a camminare con i bastoni da trekking in entrambe le mani, che non seguivano minimamente i passi. In più avevo il cellulare da una parte e la bustina dall’altra. Mi accorsi che non avevo più arti disponibili per aprirla. Mi scappò un mezzo sorriso.

Poi, improvvisamente, sentii:

“Mi scusi.”

Con un accento francese.

Guardai lo schermo per vedere se per sbaglio fosse partito un video. Ma lì c’era solo la lista.

“Monsieur.”

Ancora.

A quel punto mi fermai, levai lo sguardo dallo schermo e mi girai. Dietro di me, a qualche decina di metri, una sagoma femminile, in groppa a un asino, mi stava salutando con la mano. Con gli occhi sgranati e la bocca aperta, alzai il braccio e, con la mano che ormai impugnava il mondo intero, ricambiai il saluto.

Decisi che era arrivato il momento di organizzarsi. Mi scostai dal sentiero e, come una macchina in sosta in autostrada, mi misi su uno spiazzo lì accanto che sembrava proprio una piazzola di sosta.

“Che faccio, metto la freccia?”

Scossi la testa per cacciare il pensiero ridicolo e anche impraticabile, feci due passi e, mentre il rumore degli zoccoli si faceva sempre più vicino, iniziai a scompormi. Cellulare in tasca, bastoni infilzati nel terreno e zaino appoggiato su una zona erbosa vicino a un albero. Un robot di un anime giapponese non avrebbe potuto fare meglio.

Mi era rimasta solo la bustina di Oki, che finalmente, con un morso, riuscii a strappare e, mentre la polverina magica si infilava nello spazio tra la lingua e il palato, mi voltai di nuovo.

E la vidi.

Capelli castani, mossi, che le cadevano lungo il collo e tenuti fermi alla meglio da una fascia colorata. Un ciuffo ribelle le finiva in mezzo agli occhi color nocciola e faceva risaltare uno dei nasini più graziosi che avessi mai visto.

Con un soffio lo scostò dalle labbra e mi disse qualcosa.

Le labbra si muovevano, ma io non riuscivo né a sentire né a capire.

Per qualche secondo il mondo si fermò intorno a quel viso.

E io con lui.

Sentivo la polvere di Oki sciogliersi sotto la lingua. Quando lei smise di parlare e accennò un sorriso, capii che avevo ancora la bocca aperta. Lei si portò una mano davanti alle labbra per coprire la smorfia. Io chiusi la mia per coprire la figura di merda.

Abbassai lo sguardo e solo allora feci caso all’asino. Dal manto grigio chiaro, quasi imbiancato soprattutto sul petto, e dagli occhi un po’ gonfi e storti, mi sembrò anziano.

“Italiano?” mi chiese.

Mandai giù l’Oki senza aspettare che finisse di sciogliersi e le risposi:

“No. Casertano. Ma sì, Caserta fa parte dell’Italia fino a prova contraria.”

Non potevo vedermi in faccia, ma se avessi avuto uno specchio davanti avrei visto esattamente la faccia di come mi sentivo in quel momento.

Lei mi guardò e non disse nulla. Però il punto interrogativo ce l’aveva disegnato davanti agli occhi.

“Scusa?”

Mi grattai la testa.

“Sì, sì. Italiano. Tu francese, vero?”

Il punto interrogativo le sparì dal volto per trasformarsi in stupore.

“Oui, je suis de France, je suis…”

E continuò a dire cose. Cose di cui non capii nemmeno mezza parola. Fino a quando disse:

“Tu parles français?”

“Un petit peu.”

Quando mi sentì dire quella frase, le si illuminarono gli occhi. E io mi sentii fiero di me stesso, di aver ascoltato e ricordato quello che diceva una mia ex ai tempi delle superiori.

Dimmelo ora che non ti ascoltavo.

Non era vero. E ora ne avevo le prove.

Preso dall’entusiasmo continuai:

“Je m’appelle Daniele. Et tu?”

Lei a quel punto scese dall’asino con un balzo e si avvicinò.

“Je suis Sophie.”

Poi continuò a parlare. E non so se in quelle frasi mi raccontò tutta la sua vita, ma per quello che stavo capendo ci poteva anche stare.

Continua...

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