Un piccolo per sempre dentro la nostra storia 

Serie: La giusta distanza


Due città per amarsi, la giusta distanza per incontrarsi. L’amore arriva a ondate. Non le fermi, non le prevedi. E di questo amore i due protagonisti dovranno avere il coraggio di viverselo.

L’amore arriva a ondate.

Non le fermi, non le prevedi.

Non sai nemmeno se sotto ci sai trattenere il fiato, se ci sai resistere o se aspetti di essere travolto e ti arrendi.

La prima volta che ci siamo detti qualcosa era il 2023, era luglio e faceva quel caldo torrido e appiccicoso, come il torrone sciolto.

Avevo un costume nero di paillette, che poi non era un costume ma un vecchio intimo che avevo preso per Capodanno, chissà quando tra l’altro.

Accanto a me avevo aperto un libro, non ricordo nemmeno quale fosse, ma abbiamo iniziato a parlare.

-Leggi sempre libri così spessi?

E per spessi lui intendeva quelle storie piene zeppe di drammi, filosofia e dubbi sulla vita.

-Più o meno, già da quando ero adolescente.

-Figo.

E poi mi aveva chiesto cosa avrei letto nei mesi a venire di quella estate.

Avevamo parlato tanto e gli era sfuggito un, ti va se ti chiamo una sera di queste?

Lui da una città nordica, io da pezzi di una città piena di gnocco fritto e tagliatelle.

Ci eravamo trovati nella terra di mezzo dei libri quando Alessandro aveva riunito il gruppo del laboratorio di ceramica, ci aveva unificato quella passione mentre più di trecento chilometri intanto continuavano a divedere le nostre vite su mappe, cartine e pezzi di abitudini.

Qualche sera dopo, due ore di telefonata interrotta mentre ero salita al terzo piano di casa, ancora vuoto e spoglio, con la balconata bianca a fare eco nella scala a chiocciola e il mio cuore a chiedermi, è giusto che mi piaccia così tanto?

Ore e ore seduta sul gres porcellanato freddo, a fare finta che fosse legno e far credere che fosse vero che mi stessi invaghendo di lui.

Poi una sera me lo ha detto, senti ma se vengo da te?

Sarebbe stata la prima volta solo io e lui, a guardarci negli occhi, a dirci quelle parole da vicino.

-Se vengo giovedì nel pomeriggio?

Era appena martedì sera ma io gli dissi di sì subito.

Quel giovedì era giunto di metà settembre, faceva ancora caldo, io avevo i capelli scomposti, la fretta, l’agitazione addosso e il gloss che sarebbe durato poco.

Lui aveva sbagliato treno, perso la coincidenza, era arrivato tardi mentre io dovevo tornare a casa presto.

Quattro o cinque ore soltanto insieme, che non erano volate né passate lente, erano solo state semplicemente nostre.

Questo l’ho fatto per te, e mi aveva dato un vasetto di ceramica blu, mentre ero in Marocco ti ho pensato, e come stai? Hai letto tanto? Ma se bevessimo ancora qualcosa?

Due prosecchi, due cocktail e due bar mentre cercavo di fargli vedere la città nelle vie più importanti, ma non guardavo altro che non fosse lui, e che importa dire se fossimo alti o bassi, più biondi o più scuri in quei momenti, io ricordo solo che stavo allineata alla sua schiena, che le mani hanno cercato di prendersi almeno sei volte fra di loro e che le spalle hanno giocato a baciarsi meglio di noi.

Baciami, continuavo a pensare e lui continuava a non farlo.

-Devo tornare alla stazione, il treno parte tra poco.

Lo avevo accompagnato.

-Tanto ci sentiamo.

Lui si era avvicinato piano, mi aveva guardato con un’aria che sapeva già della nostalgia presente quando stai per finire un libro, un libro che ami, che hai voluto tu finire in fretta e che già alla penultima pagina ti manca.

-Vai se vuoi.

-Aspetto che prendi il treno.

E solo allora dentro quell’abbraccio sudato e lungo, mi aveva baciato, giusto in tempo per vederlo andare via.

Mi prese la sensazione straziante di non vederlo mai più.

Poi ci eravamo risentiti come due che stanno insieme da tempo e che sono dall’altra parte della stanza, con abitudine e premura a raccontarci di noi.

Quando ti rivedo? Vieni a casa mia, ti faccio gli spaghetti. Lo sai che Alessandro fa una serata qui a Torino? Potremmo andarci insieme.

E più lui chiedeva tempo, più era difficile spiegargli che proprio non potevo.

-Sto andando al cinema. Sarebbe bello fossi con me.

-Allora pensami come quando mi hai baciata.

-Devo fermarmi, perché non sei qui.

Lui era insofferente, io speranzosa.

Tutti e due comunque distanti.

Poi ci fu una chiamata, una delle ultime credo, in cui aveva farfugliato scuse strane, discorsi a caso, emozioni in disordine ed io non sapevo cosa dirgli, avevo solo sentito un dolore dentro, come un tizzone di carbone ardente fuso con il cuore.

Avevo riagganciato e lo avevo lasciato andare.

Sapevo che non ci saremmo più sentiti. Sapevo che ci eravamo dati un addio senza dircelo.

Ora è febbraio del 2025 e credo sia uno degli inverni più freddi che abbia fatto negli ultimi anni.

Lui è nudo davanti alla finestra, si sta accendendo una sigaretta in mezzo alla brezza secca della sera, ha un freddo lungo le ossa e lo ha già da prima quando è arrivato con lo stesso treno che anni fa lo aveva portato via da qui.

Io sono sola nel letto minuscolo mentre lo guardo, credo di essermene innamorata, credo che questi mesi a risentirsi, che questo nostro rivederci di oggi pomeriggio abbia riaperto un mondo solo nostro, fatto di solitudini che soltanto fra noi riusciamo a confessarci.

Ho un euro sotto la coscia nuda, lo metto sul comodino della sua stanza, tre giorni per vedere quella città che tanto gli era piaciuta, ma so che sono tre giorni per stare con me.

-Adesso torno da te.

Lui mi guarda come quelle statue esposte nei musei, che solo girandoci attorno ne vedi lo splendore, e da ogni angolazione in cui lui mi guarda io mi sento bella.

Chiude adagio la finestra e mi torna addosso, con la sua pelle sopra la mia.

L’amore arriva a folate.

Non le blocchi, non le trattieni.

Tolgo gli orecchini e gli appoggio vicino all’euro di poco fa, sopra uno dei libri che sta leggendo, come qualche anno fa mi chiedo se sia giusto amarlo già, poi lui mi abbraccia da dietro e nella stanza buia vedo l’oro degli orecchini sorreggere la luce dei lampioni di fuori.

Mi farà male, forse. Forse non lo vedrò più. Forse domani avremo nuove scuse.

Ma è comunque una notte d’amore. Un piccolo per sempre dentro la nostra storia. 

Serie: La giusta distanza


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Discussioni

  1. Odio e amo gli amori a distanza. Sono i più intensi, i più laceranti, i più tutto…sei lì, impigliata, tra un desiderio che non sai bene se slanciare o frenare, tra la voglia di averne ancora e la paura che questa è l’ultima, e non ne avrai più…e questa sensazione l’hai descritta benissimo. Vedo che è una serie, se non sbaglio. Aspetto il seguito!

  2. Cara Marta, non so se questo è un racconto che fa parte di una raccolta (mi piacerebbe che finisse così), oppure una storia. In ogni caso, mi piace, come mi piace sempre questa tua maniera quasi strampalata e bellissima di parlare di amori un po’ a caso. Non vedo l’ora di leggerti ancora.

  3. “da ogni angolazione in cui lui mi guarda io mi sento bella”. Meraviglioso!!! C’è uno stacco ostico a tre quarti del racconto ma te lo perdono. Si avverte quanto “senti” ciò che hai scritto ed è pregevole. Brava!🌹