Un pomeriggio di fine estate

I suoi capelli neri, ricci. Una volta le mie dita ci si muovevano come piccoli serpenti.
Quando stavamo seduti sul molo a guardare il mare e il vento li smuoveva, era lì che mi sembrava ancora più bella.
Le sue iridi sembrano more, piccoli frutti dolci e scuri. Aspri, all’occorrenza.
Non pare cambiata.
Calma come il mare e capricciosa come il vento.
Il
vestito corto a fiori le sta bene.
Ho visto spesso donne indossare vestiti sgargianti. Molte, anche belle, appaiono spesso ridicole. Lei mai.
Ai
polsi leggeri bracciali che ondeggiano a ogni suo movimento. Le donano, prima non gliene avevo mai visti.
Ma
la voce sembra diversa, più decisa. Non musicale come suonava una volta, appassionata come quando passavamo le serate a chiacchierare davanti a due bicchieri di rosso.
Quando cominciava a parlare, e tentava di tramutare i suoi pensieri in immagini, le sue parole diventavano note di una musica che mi risuonava in testa.
«Sì, è vero. Abbiamo passato dei bei momenti» rispondo.
«Già.» Finalmente si mette comoda; fino a ora era rimasta tesa, come se avesse avuto paura di scottarsi poggiando la schiena alla sedia.

La nostra ordinazione arriva: una bottiglietta d’acqua e due caffè.
Con un po’ di latte per lei. Io, amaro come sempre.
«Grazie!» dice al ragazzo che ci serve.
«Quant’è?» chiedo, e pago.
Le sue gambe si accavallano mentre beve dalla tazzina.
Non hanno il pudore di una volta, ma non sono sfacciate. Sembrano solo invitanti e calde come una giornata di maggio.
Riprendiamo a parlare.
«Come hai passato l’estate?» chiede.
«Niente di che. Un po’ di mare, un po’ di sole. Una birra con gli amici ogni tanto la sera.»
Non ho molto da raccontare, niente che non avrebbero saputo dire la mia camicia estiva e gli occhiali da sole, o la leggera abbronzatura.
«È un peccato che finisca, tra non molto sarà autunno. E l’inverno non mi è mai piaciuto.»
«Lo so» rispondo, prima di finire il mio caffè.

Accendo la seconda sigaretta. Sarebbe stata la terza, o la quarta, se non mi fossi imposto di non cedere. In nulla.
Lei sembra diventare più distante mentre continuiamo a chiacchierare. Forse si rattrista davvero al pensiero della bella stagione che passa, e l’arrivo dell’inverno.
O forse è perché non le fornisco degli appigli. Sono avaro in questo.
Sono la montagna ripida su cui non puoi più arrampicarti, mia amata scalatrice.
Mi hai cercato dopo due anni, dopo tutto quel tempo trascosro a dimenticarti. A tentare di innamorarmi di nuovo, a illudermi di riuscirci.
E quando comincio a credere che forse posso andare avanti cercando di fingere, il telefono squilla.
Rispondo e dici: «Ciao, come stai?»
La vita a volte sa riservarti un’ironia così sottile che puoi coglierla solo stando attento ai particolari.

«È per questo che l’ho lasciato. Capisci che non ami più una persona quando non ti manca e non fai niente per cercare di averla sempre avanti gli occhi. Vero?»
«Sì.»
Non mi stanco mai di guardarti ma le cicatrici del cuore che hai fatto a pezzi pulsano e bruciano.
«E tu? Stai ancora con…» chiede.
«Sì. Viviamo assieme, adesso. Tutto va come deve andare.»
Non è vero, non vedo la mia ex da mesi. Non pensavo a lei da tanto.
Ma tu non puoi saperlo perché il mio sguardo non tradirà nulla.
Continuiamo a parlare per inerzia, il tempo di finire la bottiglietta d’acqua.

Poi la mia mano e la sua si stringono.
Anche in questo è cambiata: la sua stretta ha perduto il languore di una volta. Adesso annuncia, nonostante tutto, una consapevolezza inattesa.
«Ciao, ci vediamo.» Un sorriso, un leggero cenno col capo. Lascio la presa con fatica.
«Sì, ci vediamo.» Anche lei sorride e abbasso lo sguardo, prima che sia troppo tardi.
Le volto le spalle e mi dirigo nella direzione opposta col peso del suo sguardo sulla schiena.

Cammino con passo deciso lungo il viale alberato, non c’è nessuno.
Il
silenzio ogni tanto è interrotto dai sibili del vento tra le chiome degli alberi. D’improvviso si alza: mi provoca, ma non ci casco. Non riuscirà a deprimermi.
Porto le cuffie alle orecchie: note dolci e malinconiche rapiscono dunque la mia attenzione e chiudo gli occhi per un attimo.
Il
tempo di una leggera brezza.
Quando li riapro, foglie secche danzano al suono di un pianoforte. 

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