
Un prato fiorito
Si era chiesta molte volte come sarebbe stato crescerla, annusarne l’odore e riscoprirsi a distinguerlo fra milioni di altri; quali emozioni le avrebbe trasmesso il contatto con la sua pelle delicata e il significato degli sguardi complici che si sarebbero scambiate da subito.
Si strinse forte nella coperta rosa e notò un passero posarsi sul davanzale del balconcino. Ne seguì il movimento del capo e osservò le piccole zampette saltellare. Saresti stata come quell’uccellino e io ti avrei guardata dal vetro di una finestra, per non disturbare il tuo volo.
Quella piccola era stata la sua bambina.
«Perché mi mandi via?», le chiese lui mentre le lacrime scorrevano sulle guance e cadevano sulla sua bella mano di musicista appoggiata alla spalliera del divano. La risposta forse arrivò alle labbra, ma non prese forma, forse nemmeno c’era.
La dottoressa le aveva spiegato a lungo e con parole gentili che l’amore di una coppia sopravvive al lutto per un figlio. Bisogna lottare ogni giorno, e tenersi afferrati l’uno all’altra come a un paracadute. Bisognava semplicemente continuare ad amarsi.
La piccola era nata con una grave insufficienza respiratoria dovuta a un trauma da parto. La sua bambina, perfetta e bellissima nel grembo, non lo era stata più al momento in cui era venuta alla luce. Zoe aveva capito da subito che la bimba non stava bene e il suo colore aveva qualcosa di innaturale. L’avevano portata via, di fretta e senza nemmeno appoggiarla qualche istante al suo seno di madre. Non me l’hanno lasciata toccare e io non saprò mai come sarebbe stato.
La famiglia si era stretta attorno a Zoe e lei si era sentita soffocare. Non la voleva più quella famiglia e non voleva lui. Voleva solamente la sua bambina.
I medici avevano chiuso la sua ranocchietta in una scatola di vetro e l’avevano riempita di cannule e tubicini così colorati da sembrare un prato fiorito. Zoe non aveva più lasciato l’ospedale trascorrendo giornate scandite dai permessi che le venivano accordati di stare accanto a quel prato artificiale e per soli pochi minuti al giorno. Quella è mia figlia.
Ostetriche amabili controllavano con discrezione lo stato di salute della madre occupandosi non solamente del suo benessere fisico, ma soprattutto mentale e del suo cuore. Le spiegavano pazientemente che per la bimba non c’era speranza e che non sarebbe sopravvissuta a lungo, bisognava che si preparasse a lasciarla andare. Ma lei voleva che fossero tutti loro ad andarsene e soprattutto lui che non l’aveva portata in grembo e non l’aveva partorita e voleva convincerla a voltare pagina e avere coraggio. Così Zoe aveva deciso di scaricargli addosso la sua rabbia e frustrazione e lui lo aveva accettato, sommessamente, perché l’amava da sempre. «Avremo un altro bambino, se rimaniamo vicini e continuiamo a volerci bene».
Lei si alzò e aprì la finestra perché aveva bisogno di respirare, il rumore spaventò il passero che volò via e questo le dispiacque. Buttò un’occhiata alla porta d’ingresso e vide che le valigie erano pronte, una accanto all’altra. Tornò a sedersi sul divano senza incrociare lo sguardo di lui e lo sentì cercare qualcosa in una tasca e soffiarsi il naso. «Tornerò quando vuoi per prendere le altre cose». Lo immaginò mentre si asciugava gli occhi come aveva fatto così tante volte dal giorno del funerale.
C’era moltissima gente e la piccola bara bianca aveva attraversato il cimitero lungo il viale di sassolini, portata da due giovanotti. Molti si erano stretti attorno ai familiari che piangevano. Il gruppetto delle infermiere del reparto insieme alle ostetriche riunite nell’ultimo gesto di compassione. Tutto questo glielo avevano raccontato perché Zoe quel giorno non c’era ad accompagnare la sua bambina.
Poi erano arrivati gli avvocati perché bisognava fare causa all’ospedale e l’avevano trascinata in un vortice di carte e sofferenza.
Sentì la carezza di lui che le sfiorava piano i capelli e provò un brivido. Vorrei girarmi, prenderti le mani e stringerle forte, vorrei abbracciarti fino a entrare dentro di te, io con lei. Perché finalmente saremmo una cosa sola, come doveva essere.
La porta di casa si aprì e ci fu silenzio per qualche istante. Lei percepì l’esitazione nell’uomo e sentì nell’animo il peso di quell’attesa. Lo immaginò fermo, in piedi, mentre aspettava una parola oppure un gesto che lei non poteva donare. Poi, la porta si richiuse senza fare rumore. Zoe rivolse ancora il suo sguardo oltre il vetro della finestra e vide che il passerotto era tornato a posarsi sul davanzale.
Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Cristiana! Non mi stancherò mai di elogiare la tua capacità di raccontare un (e il) mondo attraverso scorci di vita brevissimi, quasi istantanei. Ti basta poco – un’immagine, un dipinto, una fotografia – e sei in grado di vederci dentro tutta una gamma di storie e di emozioni. Il titolo poi: è un’immagine straziante e delicatissima. Complimenti! Come sempre.
Grazie Nicholas, volevo che in questa piccola storia ci si potessero calare sia le persone che hanno nel loro vissuto un evento così tragico, sia coloro che lo hanno vissuto a lato o magari non lo hanno vissuto affatto. E ho cercato di raccontare due punti di vista, naturalmente convergenti, ma differenti, portando rispetto a entrambi.
“Non me l’hanno lasciata toccare e io non saprò mai come sarebbe stato.”
Il dolore nel dolore. Una storia drammatica con risvolti fatali. Questa non è la storia di un figlio mai nato, no, è nato ed è vissuto e vivrà sempre e in Zoe e in lui. Il dramma che come uno tsunami travolge vite intere. Bel racconto Cristiana, come al solito magistrale. Sei bravissima a far vivere i momenti più intensi. Grazie
Grazie Nino, di cuore. Chi ha perso un figlio si porterà sempre dentro questo peso, nonostante tutto…Nonostante la vita continui. Io ho espresso un punto di vista femminile, cercando però di abbracciare e dare spazio anche al papà, la cui sofferenza, non va mai dimenticato, è pari a quella di una madre. Spero di esserci riuscita.
Sì, e in un modo eccellente. il padre, nella scena che rappresenti, asseconda il dolore della moglie, ma è ben chiaro il suo, atroce quanto mai. Lo rappresenti con un pò di raziocinio in più, ed è questa forse la vera differenza, o per lo meno, dai a vedere, ottimamente, il lato di resurrezione, un velo di ottimismo e triste rassegnazione dopo un trauma del genere. Importante. Tornare a vivere.
Ho immaginato che per lui sia più facile continuare ad amarla, nonostante tutto. Noi, forse, facciamo più fatica. Grazie ancora 🫂
Il dolore è una gabbia dalla quale è difficile evadere: toglie il pensiero, la parola. Ottenebra ogni cosa. Quante volte, in molti frangenti della vita, sarebbe bastato allungare una mano per stringere quella vicina? Forse troppe. Hai saputo mediare un argomento difficile con molta delicatezza e sensibilità, riuscendo ad evocare la Zoe che ognuno portiamo dentro per qualche motivo.
Si tratta di un accadimento, duro da accettare e impossibile da dimenticare, ma che fa parte della nostra natura. In molte ci siamo passate. A volte ce la si fa arrancando un po’ e facendo aggiustamenti. Altre è invece praticamente impossibile. E anche per coloro che magari ce la fanno, resta sempre un vuoto, un tranello dietro alla porta. Grazie Micol per il tuo tempo
Ciao Cristiana, metti in scena emozioni forti, distruttive. Questo racconto mi è piaciuto molto. Secondo il mio misero parere, è scritto davvero bene.
Penso non possa esistere dolore peggiore per una madre.
Grazie Dario per il tuo apprezzamento. Un racconto non facile da scrivere e una storia difficile da sopportare.
Cara cristiana, in poche righe sei riuscite a mettere tutte le emozioni fortissime, violente, disperate e contrastanti che probabilmente vive chi esperimenta questa tragedia sulla propria pelle. E l’hai fatto con la rara sensibilità che hai tu. E’ davvero bello leggerti, e vedere la tua maestria nell’affrontare temi diversi con tanta cognizione di causa. Grazie.
Grazie Nyam, le tue sono parole troppo gentili, che mi lusingano. Ciò che mi piace fare è provare a vestire i panni degli altri, entrare in empatia e chiedermi come sarebbe se…mi è sempre sembrato un esercizio molto appagante. Un abbraccio
È un racconto di natura scorrevole e al tempo stesso che tratta di un argomento delicato. È veramente bello come il tutto giri intorno a Zoe, ma lascia capire sia il dolore del padre e la sua vicinanza in un momento difficile.
Complimenti! Mi è molto piaciuto e mi ha toccato.
Grazie Beatrice. Come dici tu, tutto gira dentro e attorno a Zoe, ma vicino a lei c’è una presenza rispettosa e silenziosa. C’è qualcuno che ama. Grazie
Ciao, Cristiana. Racconto molto ben scritto e ben riuscito, particolarmente direi. Vorrei azzardare un’interpretazione controcorrente: il racconto è tutto sul punto di vista di Zoe, ma ci fa vedere quanto amore c’è in lui per quella donna ed è quello il fulcro. Accusato di una colpa che non ha, accetta il verdetto dopo aver cercato di infonderle coraggio. Va via, cacciato insensatamente quale capro espiatorio, con un’ultima speranza verso un ripensamento che non c’è. Le resterà il passerotto alla finestra (perdonatemi il cinismo), perché quel dolore l’ha resa cieca davanti l’amore.
Mi fa piacere che tu abbia colto ciò che più tenevo ad evidenziare. Il racconto si svolge dentro e attorno a Zoe e al suo dolore. Tuttavia, la presenza costante e, a mio parere, fondamentale è quella di lui, paziente e amorevole. Pronto a chiudere in una scatola il suo dolore per venirle in aiuto. Forse la porta non è del tutto chiusa e forse a lei non resterà solamente il passerotto sul davanzale. Grazie Francesco, un abbraccio
Mi ha emozionato
Grazie Kenji, sono contenta che abbia mosso emozioni
Sì, capisco il dolore di Zoe, ma anche lui è distrutto. Lui era il padre, perchè non volerlo più? C’è troppo egoismo in lei.
Sai, volevo che il comportamento di Zoe suscitasse in qualche modo una reazione, perché è giusto percepire in lei una sorta di incosciente egoismo. Tuttavia quando si soffre molto, si tende a immaginare che il proprio dolore sia assolutamente unico, nel senso che si presume che nessuno tranne noi provi qualcosa di simile. Ed è proprio quello che succede a Zoe. È chiaro, per noi che guardiamo da fuori, che non c’è possibilità di pesare le due sofferenze per stabilire quale sia più grande, sarebbe un colpo di testa pensare di poterlo fare. Il punto di vista che ho scelto, però è quello di “lei” e di conseguenza tutto l’asse si sposta. Grazie Sinapsi per il tuo prezioso commento che mi ha dato modo di chiarire il perché di una scelta.
Un tema delicato che hai affrontato con la spiccata sensibilita` che si manifesta spesso nei tuoi racconti. A differenza della bella foto a colori che hai scelto, il racconto sembra in bianco e nero, con la necessaria tristezza che trasmette; attenuata, forse, sul finale, dal volo di un passero messaggero?
Ho immaginato che la presenza del passero possa essere, in qualche modo, il filo che lega i due protagonisti e che forse non è destinato a spezzarsi. Il dolore spesso porta ad allontanare gli altri anche coloro di cui abbiamo più bisogno. Il tempo poi, a volte ci cura e ci aiuta ad accettare la sofferenza e magari a trasformarla. L’unica nota di colore che ho voluto si “vedesse” è quella data dagli strumenti che tengono in vita la piccola e che rendono la sua incubatrice quasi una sorta di giardino fiorito dove lei è il fiore più bello. Grazie Maria Luisa. Un abbraccio.
Struggente ed emozionante questo racconto. Non mi trovo molto nella reazione di lui ma mi hai trascinato nel vortice di emozioni della protagonista. Posso solo immaginare cosa voglia dire essere madre e tu, da madre, sicuramente sei riuscita a trasmettermi questo essere. Infine la metafora del passerotto. Bellissima. Quel legame madre-figlia/o e un figlio che è proprio come un uccellino, ad un certo punto bisogna farlo volare per conto suo. Insomma, hai affrontato in poche righe tante tematiche profonde che fanno riflettere molto, complimenti. Alla prossima Cristiana!
Alla fine del racconto la porta si chiude, ma forse non del tutto. Lui reagisce come gli viene chiesto e, secondo me, ci vuole molto coraggio anche quando si lascia la propria casa. Zoe deve solamente capire che il filo che la lega alla sua bambina è il medesimo che lega il padre. Ci vogliono tempo e cuore, ma a volte le porte tornano a riaprirsi. Grazie Carlo che nei tuoi commenti ci metti sempre quel tocco in più.
“«Avremo un altro bambino, se rimaniamo vicini e continuiamo a volerci bene».”
Pessime parole da dire…
Ho immaginato tutte quelle volte in cui vorremmo usare le parole più belle e appropriate, ma non ci riusciamo