Un rituale del cavolo

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Carolina, in crisi d’astinenza da olio essenziale di finocchio, ha una discussione molto accesa con una strana gracidante creatura…

Nel 1618 l’Inquisizione processò Maria Panzona, una benandante di Latisana che si professava guaritrice buona. Il fulcro del suo caso risiedeva nell’uso di una misteriosa “materia rossa” ricevuta in sogno, usata come potente amuleto per curare e spezzare le fatture. Maria fu talmente irremovibile nella sua dignità, che il Sant’Uffizio di Venezia decise di sottrarre il processo al tribunale locale e ordinò il suo trasferimento di nelle prigioni centrali della Serenissima.

Oggi è un bel giorno, viene mia figlia a trovarmi. Per telefono mi ha raccontato tutte le cose che le sono successe nelle ultime settimane e l’ho sentita un po’ preoccupata. Sono così felice di esserle d’aiuto, soprattutto perché è stata lei a chiedermelo. Dopo tutti questi anni si sta aprendo un po’ finalmente. È sempre stata scettica riguardo alle mie capacità. Dice che non ci crede. A volte mi guarda con pietà, altre quasi con rabbia, e questo mi rattrista. Però so che mi vuole tanto bene e forse, ora che vive un momento di disagio, vedrà le cose diversamente.

Mentre parlava al telefono, ho individuato e scritto tutto ciò di cui ho bisogno per la pratica di visione:

La tazza in cui beve il caffè in ufficio,

La federa su cui posa il viso quando dorme,

Le scarpe con cui va a lavorare,

Le pantofole che usa a casa,

La sua camicetta preferita,

L’anello di fidanzamento,

La foto della sua amica più cara,

La foto della futura suocera.

Davanti a me, sul tavolo, ho già preparato tutto: due bicchieri di vetro trasparente, aceto, bicarbonato e una brocca di sangue di terra (l’acqua di cottura di un bel cavolo rosso).

Fisso la porta a vetri della sala da qualche minuto, so che sta per arrivare. Eccola! Le vado incontro. Ci abbracciamo. Ci fermiamo l’una nelle braccia dell’altra. Tutto è calore, i suoni sono ovattati, come se fossimo sott’acqua. I suoi capelli profumano di pioggia e di città, le faccio una carezza, la sfioro come quando era bambina. Lei inclina il viso e appoggia la guancia nella mia mano. Sento la pelle farsi cotone, dentro gli organi si sciolgono.

“Hai portato tutto?”

“Sì, mamma. Tutto quello che mi hai chiesto.”

“Allora, vieni, cominciamo.”

Ci sediamo ancora effervescenti di gioia infinita.

Lei mi passa un oggetto alla volta e io li dispongo sulla tavola trasformata in altare. Quando il quadro è completo osservo dall’alto. Il silenzio è d’obbligo.

Gli oggetti cominciano a chiamarsi l’un l’altro unendosi in vincoli sottili attraverso fili di luce colorata che vibrano più o meno intensamente. Un labirinto multicolore di frequenze prende forma sotto i miei occhi, ora sta a me trovare l’uscita. Verso il sangue di terra nei due bicchieri, un viola denso che cattura la luce della stanza. Aggiungo l’aceto in uno e il bicarbonato nell’altro. Prendo l’anello di fidanzamento e la foto della futura suocera, sentendo il filo rosso che li unisce farsi teso e aspro; ne sfioro i bordi con poche gocce di liquido, pronta a guardare quale sfumatura prenderà il loro destino. Tutto si fa blu notte. Nessun problema.

Cambio disposizione alle reliquie e prendo la federa. Ripeto il rituale, la intingo in entrambi i bicchieri. Attendo il responso. Dopo qualche secondo, la stoffa si tinge di rosso acceso. Fuocherello. Problema.

I filamenti si fanno fosforescenti e pulsano. “Beccato!” Esclamo con grande orgoglio.

Ormai sono vecchia e ho già intuito.

Prendo la foto della sua amica. La intingo: rosso acceso che cola. Improvvisamente divento tristissima. La sofferenza m’invade il cuore come l’ombra di un drago morente. Non trovo soluzione alla mia disperazione.

“Tesoro, la tua amica è follemente innamorata del tuo futuro marito. Soffre tantissimo, questo disturba il tuo sonno. Dobbiamo aiutarla!”

“Eh? Cosa? Ma vaaaa. A Beatrice non piacciono gli uomini!”

Improvvisamente tutto mi è chiaro.

“Oooo bene ora sì che ci siamo. Hai capito? È innamorata di te!”

“Ma dai, cosa dici…ci conosciamo da quando eravamo bambine, siamo amiche!”

La guardo fissa negli occhi.

“Tesoro, la devi aiutare. Non puoi lasciare la situazione così com’è. Ci sono troppe lacrime.”

“Ma se anche fosse, cosa dovrei fare? Parlarle? E di cosa? Lei non mi ha mai detto niente!”

“Se lo avesse fatto, per te farebbe qualche differenza?”

“No. Amo Carlo e voglio sposarlo.”

“Allora le devi parlare. Uccidi il sogno o si protrarrà tutta la vita. Uccidere è tuo dovere.”

Lei mi fissa incredula. Lo so, preferisce non vedere. Inoltre rifiuta il fatto che tutto ciò costituisca una responsabilità. Ogni dono lo è sempre…una grande, sconveniente rottura di scatole, ma così amabile, che non si riesce a descrivere. O l’altro lo accetta così com’è oppure capisce un’altra cosa.

Sfortunatamente sento una presenza avvicinarsi. 

“Signora Clotilde, desidera un caffè?” mi chiede l’infermiera.

“Mia cara, un caffè non si rifiuta mai! Portamene una bella tazza, per favore. Ho appena finito il mio lavoro e me la merito. Nel frattempo può gettare un paio di ceppi nel camino? Fa freddino oggi.”

“Certamente, lo farò. Il giardiniere ha appena finito di spaccare la legna. Signora Marta lei desidera qualcosa?” chiede a mia figlia.

“No, grazie. Ma vengo ad aiutarla. Così non deve fare due giri.”

“Perfetto, grazie.”

Le due si dirigono al bancone del bar, vicino alla vetrata che dà sul parco. Si scambiano occhiatine di intesa.

“Oggi è una giornata buona” dice l’infermiera. 

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. la descrizione dell’abbraccio è stupenda, ho percepito sulla pelle il calore trasmesso. Mi ha lasciata perplessa il finale, il commento dell’infermiera mi ha fatto dubitare a riguardo della fiducia della figlia nei confronti di quanto ha affermato sua madre

    1. Buongiorno Laura, ti ringrazio di cuore per il commento sull’abbraccio, che mi ha fatto gioire! Per quel che riguarda il finale, lo scetticismo della figlia è anticipato all’inizio del racconto. In generale posso solo dire che è un patchwork, bisogna lasciare che la coperta si formi, poi cucirla e infine infilarsi sotto e continuare a leggere con la torcia… Almeno questo è il mio intento. Ora vediamo come si dipana…