Un sabato di marzo

Serie: La giusta distanza


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Laura e Alain continuano a conoscersi e raggiungersi, le paure di lei contrapposte alla voglia di andare da lui, di vederlo.

Ho cercato il suo profumo per tutta casa, forse non lo trovo perché la casa non è più la stessa di quando l’ho conosciuto o forse l’ho nascosto così bene da non dover più avere la fitta del suo ricordo collegata al mio cuore.

Ci ero rimasta male quando, senza troppi perché, non ci eravamo più sentiti.

O forse non ci eravamo più sentiti come avevo desiderato che fosse da quando lo avevo visto la prima volta.

Una sera qualunque la voce era sfumata senza nulla di che, semplicemente senti ad un tratto che stai per dire addio a qualcuno.

-La settimana prossima Alessandro fa un evento qui a Torino, vieni? Dai ci andiamo insieme.

-Non posso proprio Alain, non ci riesco.

Avevo la voce mozzata, troppe cose che lui non avrebbe potuto capire, troppa comunque la voglia di raggiungerlo.

Io comunque non aveva altra scelta che stare dov’ero, a casa mia, pensando ai miei problemi, alle assenze di mio padre, alla malattia di mia madre, ai soldi che non sapevo nemmeno quanto sarebbero rimasti con me.

Instabilità di vita contro la voglia assurda di rimane stabile accanto a lui.

Pensavo che non ci saremmo più inseguiti e nemmeno aspettati nelle nostre lunge attese, adesso invece sto cercando il profumo che mi aveva portato dal Marocco, un profumo solido che mi aveva trascinato addosso il fatto che lui, prima ancora di sapere bene chi fossi, mi aveva pensato da un paese lontano.

-Ho preso qualcosa per te, appena torno te lo porto.

Quella sua voce che mi si era impressa addosso come un maglione mai abbastanza straccio da essere buttato.

Alain ha la voce calda e impastata di chi sta sempre a pensare, ha la bocca sottile, una linea arguta che alza appena quando riesci a far breccia nei suoi silenzi, ha pause lunghissime quando non sa che dire e non riesce mai a fare una chiusa adeguata nelle nostre telefonate, mi chiede sempre se sono andata al cinema, anche se io al cinema non ci vado più da una vita e dovrei comprare almeno un paio di agende per annottare sopra tutti i film che dobbiamo ancora vedere insieme.

Mezzo francese, mezzo torinese e una erre un po’ moscia e qualche vocale doppia, passa dalla barba folta alle guance nude e quando quel sorriso sottile lo tiene all’insù, a me pare che il mondo, tutto il mondo, si fermi per allinearsi con il ritmo frenetico del mio fiato.

Lui sorride e le parole si fanno vortice acerbo dei miei pensieri, sono semi che cadono a terra, pronti a germogliare chissà quando.

-Ehi ciao, sono arrivato. Vado al B&B, mi cambio e ci vediamo, che dici?

Io guardo la macchina nel giardino sotto a me, una macchina che non va, un portafoglio con pochi soldi dentro e i messaggi di Luca che mi chiede che programmi ho oggi.

Di sotto c’è mia madre che non sta ancora bene, un tempo incerto di marzo appena fuori la porta, un profumo addosso a me che per ora è solo mio.

Tutto grida, non andare.

Tutto mi dice, Laura resta.

La mia situazione, i problemi, la macchina, i soldi, Luca, io che effettivamente ho il cuore fragile, mia madre che sta male.

Ma dentro me c’è un solo pensiero, raggiungerlo, andare da lui, avere i palmi delle nostre mani che si uniscono, la luce del suo anello verde sulla mia pelle coordinata alla sua pietra olivastra.

Ho voglia di lui che a parole non so dirlo, lui non ha lingue né vocaboli, come se ci fossero suoni solo per lui, parole nuove e intraducibili per dire l’impulso che mi lega a lui, è una calamita che non mi respinge, gli arrivo accanto e so dove voglio essere, il mondo sa di caramelle alla menta e c’è sempre una brezza fresca a sorreggerci prima di chiuderci in un abbraccio.

Quel suo modo timido di allungare le mani oltre le barriere, tavoli o strade che siano, allungare le sue dita e sfiorare le mie appena in tempo per cavalcare un brivido.

-Sei pronta?

-Sì, è arrivato poco fa.

Mia madre entra in camera con i boccoli neri sugli occhi verdi, questo verde che mi appartiene, penso fra me e me.

-Preso tutto?

-Sì, già messo il caricabatteria in borsa.

-Allora andiamo.

La macchina fa un rumore strano ma non ci pensiamo, non ora, ho il treno che parte fra poco.

Gli alberi sono allineati nei rami, come fossero braccia umane che non vogliono stare sole.

Non ho paura, non ho pensieri, negli occhi ho solo sogni che paiono come fumetti tratteggiati dai suoi occhi, la punta del suo naso come un acquerello chiaro, delicato e il ritratto nitido di come mi piace sia luminoso quando chiede di me tra bicchieri di vino e caffè.

Il treno è quasi vuoto, leggo i messaggi di Luca ad uno ad uno, non riesco ad affrontare questa chiusura, non riesco ad affrontare che il mondo sia così triste grazie alle azioni di qualcuno.

Anche Alain mi scrive ancora.

-Mi faccio un giro mentre ti aspetto. La tua città sempre bellissima, ma sto congelando.

Sorrido mentre lo penso nei suoi giacconi blu e i capelli scomposti, dice che li sta facendo allungare ma ancora non c’è abituato.

-Ti scongelo io fra poco.

-Sì, meglio.

Penso alle sue braccia, penso all’ultima volta che ho amato così.

Vorrei fosse la volta in cui penso che l’amore raggiunga il suo lato estremo, totale, focalizzante, al primo istante.

Quando scendo dal treno è un sabato di marzo pieno di gente, colori accesi, residui di carnevale nelle strade, maschere che non si arrendono ad essere tolte.

Io quando lo vedo è come se mi sentissi già nuda, struccata, con i passi incerti dei piedi nudi.

-Ciao.

Lui mi guarda, e invece siamo vestiti, strati di maglia a interporre fra noi lo scoglio tipo di ritrovarsi dopo ogni micro addio, ma ora addio distanza, allargo le braccia, lo faccio mio.

-Ciao a te.

Glielo dico anche io in mezzo alla piazza, in un sabato di marzo, incerti, amici, amanti, innamorati, dentro un’avventura, in una città mia, in mezzo a mille ricordi, alle parole degli altri, ai baci già dati e che ora invece voglio dare solo a lui. 

Serie: La giusta distanza


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Discussioni

  1. Non so se in amore la giusta distanza esista. Sì è sempre troppo, o troppo poco. È la parte delle storie che ci rende fragili, ma anche quella che ci fa amare di più. Stai rendendo benissimo questo concetto, nei tuoi racconti. Mi ci ritrovo e mi piace moltissimo.