
Un Tuffo
So if I die tomorrow,
Will you know exactly what to say today?
(“If I die tomorrow” – Jack White)
Non ho intenzione di lasciare nessuna traccia dietro di me. Nessun segno del mio passaggio. Non voglio essere ricordato. Non vale la pena per questa vita, in questo mondo. Non vale la pena viverla questa vita. Mi sono sempre chiesto che cosa pensa una persona prima di suicidarsi. In realtà, fino a quando ci pensi, non lo fai. Potrebbe sembrare assurdo come paragone, ma è come fare un figlio.
A pensarci razionalmente, uno non si priverebbe di così tanto per un pargolo strillante, ladro di soldi e ore di sonno. Eppure, è da millenni che la popolazione mondiale lo fa, senza per l’appunto pensarci troppo. Quando c’è benessere e serenità, per divertimento o, chissà per noia. Ma senza mai pensarci a lungo. Perché, in quel caso, volendo tirare giù una lista, sono più gli svantaggi dei vantaggi. Più si rimugina su una cosa e più si è incerti se farla.
E me ne rendo conto ora, in piedi sulla sedia con il cappio al collo. Dico cappio perché suona meglio, ma in realtà è la mia cintura. È da un’ora buona che sono qui, immobile in questa stessa posizione. Le gambe mi formicolano, le spalle indolenzite, le caviglie come fossero incatenate. Guardo la sedia. Ne tasto il fodero con la punta dei piedi, ormai sudati per il lungo contatto con il tessuto del rivestimento. Do un leggero strattone alla cintura. Eppure, questa volta ero partito col piede giusto. Pensavo di essermi convinto. Ma, anche stavolta, mi sono fermato ad un passo dal baratro.
Cosa mi blocca? Non ho più legami, nessun motivo per cui trattenermi da questa parte della barricata. Se mi giro, dietro di me vedo solo guerra e distruzione, mentre dove vorrei andare io, c’è solo calma e silenzio. Ma perché non ci riesco?
Lei non c’entra. Non lei. Non ci penso nemmeno più a lei. Non da quando ha deciso di abbandonarmi per scappare col mio collega dell’ufficio. Fanculo lei e fanculo l’ufficio. Avrei lasciato tutto per lei, e anche ora sto per mollare tutto, sempre per lei. Un amore che prima dà vita e infonde speranza, poi finisce per cancellare tutto, fino a corroderti il midollo, minando la volontà di vivere.
Ma, nonostante tutto, sono ancora qui: sospeso tra la vita e la morte. Continuo a pensare, a chiedermi perché non riesca a compiere l’ultimo passo, ma io so benissimo qual è la risposta: sono un vigliacco. In me c’è sempre la paura di fare qualsiasi cosa, perfino suicidarmi. Sono un inetto, un inerme. Anche Zeno di Italo Svevo mi deriderebbe ma anche, similmente, Fantozzi.
Mi viene in mente la canzone Can’t stand losing you dei Police. Il titolo fuorviante fa credere che sia una smielata dichiarazione d’amore. Invece, parla di amore non corrisposto, un tizio che non riesce più a vivere senza la persona di cui è ossessivamente innamorato. Perciò, infine, opta per compiere l’ultimo gesto. E ciò, è anche visibile dall’immagine di presentazione della canzone, con lui appeso al cappio, in piedi su un blocco di ghiaccio che andrà a sciogliersi pian piano. Avrei dovuto usare anche io questo metodo. Almeno il ghiaccio avrebbe scelto al posto mio, senza ripensamenti, senza poter tornare indietro. Ma dove avrei mai potuto trovare un blocco di ghiaccio? Nemmeno lavorando al mercato ittico.
Ok, sto di nuovo divagando. Ancora a rimuginare. Alzo una gamba, per dare sollievo al piede. Mi sbilancio. Ritorno nella posizione di prima. Ho deciso di porre fine alla mia vita, ma ho timore di farlo. Ho paura della vita, ma anche della morte. Gradirei anche solo avere l’opportunità di provare un morso dell’aldilà, per vedere com’è. Già non abbiamo scelto di esserci, sarebbe almeno soddisfacente scegliere di non esserci più. Ma, allo stesso tempo, nel caso in cui il buio oltre il baratro non sia di nostro gradimento, poter tornare indietro. Una botta di adrenalina, una scarica di defibrillatore. E via, subito di nuovo in pista.
Però seriamente, ci deve essere qualcosa che mi trattenga, oltre alla paura. Ritorno indietro con la mente, fino ai primi ricordi tangibili. Come sempre, ciò che rimane sono gli avvenimenti negativi, come cicatrici sulla pelle. Ma la mia parte di infanzia è stata tutt’altro che traumatica. Tranquilla vita provinciale, sano ambiente famigliare, amici, fidanzatine, merenda alle cinque, giochi, videogiochi, televisione, cartoni animati, primi porno, prime seghe, prime scopate, prime delusioni. Ma quando sei ragazzino, tutto passa. Liceo, buoni voti, università, trasferimento in città. E lì, le cose hanno iniziato a deviare dai binari. Dal niente al tutto, nel giro di poco tempo. Come se dopo anni di vita vissuti in una buia galleria mi fossi trovato a sbucare in un’enorme prateria, illuminata da una luce accecante, senza gli occhiali da sole a proteggermi la vista. E no, non ho raggiunto nessuna illuminazione, nessuna manifestazione divina.
Ma gli occhiali da sole me li mettevo eccome, per coprire le occhiaie dovute ai postumi delle nottate di festini ad alcol e droga. Gli anni universitari si dilatavano, come le pupille dopo aver messo le gocce di collirio. Strisce salate mi solcavano il viso per poi cadere in un mare di disagio, disperazione, desolazione, annichilimento totale. Effluvi balsamici mi coprivano come uno strato di sudore appiccicoso. Provavo di tutto, come un bambino che vuole giocare a scoprire tutti i sensi del gusto. Più ne provavo, meglio stavo, o così credevo. Mi sentivo meno solo, in compagnia dei miei mostri. È incredibile quanto la città, così viva e piena di gente, ti allontani da tutto e da tutti. Non ti senti più te stesso, ma uno dei tanti: una massa informe che si muove senza volontà. I rapporti con i miei genitori si incrinavano sempre più.
Mi laureo, finalmente. Ma senza lode né infamia. Trovo un lavoro, malpagato e poco stimolante. Mi costringo a diventare quello che ho sempre odiato, perché Loro mi costringono. Nascondo le mie manie, celo le mie paranoie, annullo le mie aspirazioni: se sei troppo lento, non vai bene e vieni etichettato come “ritardato”; se sei troppo veloce sei schizzato; se sei troppo buono lo pigli in culo; se sei troppo stronzo sei odiato.
E io sono stato troppo lento, anche ad accorgermi che il mio collega se la stava rubando sotto il mio naso. Se me l’avesse chiesto, gliel’avrei anche ceduta. Cinque anni di relazione tossica sono come un bolo di bile che ti risale continuamente su per l’esofago. E la componente tossica, in senso letterale, era in buona parte costituita da me. Cercavo di tenermela stretta ma, allo stesso tempo, mi divertiva infastidirla. Per il resto, ho già quasi dimenticato tutto. Restano solo i piccoli dettagli: l’alito al sapore di menta misto a caffè e sigaretta, il contatto coi suoi capezzoli eccessivamente sproporzionati e i suoi alluci storti. Per quanto ogni tanto mi estraniassi, in realtà avevo tutto. Sembravo avere tutto, ma poi irrimediabilmente è andato perso.
Oramai che importa, sto cercando di lasciarmi tutto alle spalle, da ormai un paio di settimane. Nemmeno le droghe sembrano più servire a qualcosa. Il lavoro all’ufficio, beh, un po’ complicato. Non dopo la denuncia per rissa che mi sono beccato. Era una relazione tossica, ma lo stronzo mi ha soffiato la tipa senza chiedere il permesso. È una questione più di principio che di onore. L’onore lo ha avuto lui, facendosi percuotere da me. Non avevo mai picchiato qualcuno prima di allora. Continuo ad essere dell’idea che la violenza non risolva nulla, ma in quella situazione è stato soddisfacente fargli battere i tasti della tastiera con la faccia. L’unica volta in tutta la mia vita in cui mi sia sentito realizzato, di aver dimostrato di non essere totalmente una nullità. Ma è stata solo una breve parentesi. È stato l’ultimo tassello del mosaico. Dopo l’amore, anche il lavoro e, senza quest’ultimo, non avrei nemmeno più avuto un tetto sopra la testa. Per fortuna, avevo pagato da poco l’ultimo affitto.
E in questo mese ci ho provato varie volte. Continuo a tirarmi indietro, a retrocedere, a pensare e pensare. Anche questa volta, mi sono messo a pensare. Ma a sto giro mi è venuta un’idea: non mi sono limitato a far girare il flusso di pensieri, bensì ho impresso tutto su una serie di fogli rigorosamente quadrettati, per poter ingabbiare per bene le parole.
È ciò che sto facendo ora, in piedi sulla sedia mentre sto per penzolare dall’architrave del sottotetto. Ho scritto senza pensare alla forma, né ad un ordine in particolare. Non vuole essere un diario per i posteri. L’ho già detto, non voglio essere ricordato. Ma i miei ricordi sì. Ora mi sono svuotato e, con permesso, mi congedo a tempo illimitato. Appoggio il quaderno e la penna. Tiro un lungo respiro, sapendo che sarà l’ultimo. Alzo la gamba e tiro un calcio allo schienale della sedia.
Terminato l’ultimo giro di boa, mi preparo all’immersione. L’acqua è fredda all’impatto, ma ci si abitua subito.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto molto maturo e scritto decisamente bene. Senza tanti fronzoli. Il resoconto di una vita insoddisfacente, che poi, a leggerla bene, pare più normale di tante altre. Eppure a volte non ce la facciamo. Tu hai voluto certamente estremizzare la sconfitta e fornisci numerosi spunti di riflessione. Il quadro è lucido fino alla fine e credo che ciascuno ci si possa in un qualche modo rispecchiare. Benvenuto su Open con un interessante esordio.
Grazie mille Cristiana! Mi ha molto stupito il fatto di esser riuscito a scrivere qualcosa di molto estremizzato ma in cui in parte ci si possa rispecchiare, me l’avete fatto notare tutti voi con i vostri commenti, più di quanto pensassi io stesso.
Ciao. L’essere privati dal rifornimento narcisistico (qualcuno gli ha tolto la donna che credeva non di amare, ma di possedere) ha spinto il tuo protagonista a considerare il suicidio. Nessuna infanzia traumatizzante, la responsabilità delegata sempre agli altri (Loro), atti di violenza perpetrati con la percezione di essere superiori a qualcun altro (collega), insomma personalmente penso che abbia fatto bene a “tuffarsi”. E’ un testo che corre veloce, l’ho apprezzato e anche utile per delle riflessioni. Un saluto.
Grazie mille Bettina, in poche righe hai fatto un’analisi chiara e nitida, migliore rispetto a ciò che sarei in grado di dire io 🙂
Bravo Federico! Mi piacerebbe leggerne altri, complimenti!
Una sbirciatina nell’aldilà, magari fosse possibile!
Il protagonista non trova alcun perché al suo vivere, ma sembra non avere nessun motivo “valido” per giustificare il suicidio. Non vuole più vivere e basta. È forse quello che prova chi pensa di togliersi la vita? Racconto drammatico e riuscitissimo, complimenti.
Grazie mille, sono contento di esser riuscito a trasmettere qualcosa. E’ partito tutto da frustrazioni sul lavoro e ho scritto il resto di getto, arrivando ad estremizzare il tutto, riflettendo sulla vita.
la mia impressione è che questo personaggio ignori i motivi che lo spingeranno a uccidersi. È animato da una semplice e invincibile pulsione autidistruttiva: ed è singolare il paragone che stabilisce fra il suicidio e la paternità sotto il segno del “fino a quando ci pensi non lo fai”. Insomma, per uccidersi deve smettere di pensare al perché lo fa: proprio in ragione del fatto che questo “perché” non esiste.
errata corrige: “autodistruttiva”.
Si la confusione è ciò che guida il tutto, tira i fili del racconto e li intreccia, infatti poi ha bisogno di scrivere su un pezzo di carta tutto quanto per potersi lasciare tutto alle spalle, spesso “chi dice o chi parla poi non fa”.
Terribilmente angosciante e realistico, perché potrebbe essere il racconto di chiunque.
Ben fatto, mi è piaciuto molto. 👍
Grazie mille Giuseppe!
Una sublime angoscia esistenziale sublimata in un pregevolissimo racconto. Anche Emil Cioran, l’apologeta dell’ossessione suicida, avrebbe apprezzato secondo me.
Grazie mille anche per aver chiamato in causa Emil Cioran, purtroppo non ho mai letto nulla di suo, devo assolutamente rimediare!
Amarissimo compianto di sé stesso, per un giovane che ha già perso la voglia di vivere e combattere prima di iniziare. Sembra lo sfogo di un adolescente arrabbiato e deluso, più che di un giovane laureato che lavora(va). Sicuramente, nella assoluta tristezza di un suicidio, dello spreco di una vita che avrebbe potuto fare tanto, c’è lo sdegno per la scelta volontaria di questo spreco. Non esiste, in una persona sana e giovane, un solo motivo al mondo per un atto tanto vile.
Il racconto è bello nella sua amara descrizione di questo drammatico, incomprensibilmente stupido atto volontario. Lo sdegno che ne deriva nel lettore è prova della buona prova dell’autore.
Grazie mille per questo punto di vista, sì probabilmente c’è molta rabbia adolescenziale, che a mio avviso rimane sempre imprigionata in ognuno di noi.