Una curiosa anomalia

Serie: Senza Battito


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Patrizio scopre che Armando è in pericolo ed è necessario un salvatag

Si affacciò per guardare il gruppetto che aveva spiato finora: Armando era leggermente e piacevolmente stupito, mentre i dottori erano pietrificati. Furono proprio quelle espressione a uccidere quella miserabile speranza nutrita da Patrizio che fosse tutto un terribile malinteso.

Il primo a riprendersi dallo shock fu l’irreprensibile Tubero.

«Lei che ci fa fuori dal letto a origliare come uno scolaretto?»

«Armando, che stanno dicendo questi imbecilli?»

Ignorando le reazioni indignate dei camiciati, Armando rispose con estrema serenità:

«Ti avevo detto che non me la facevano passare liscia. Sono incurabile, cosa vuoi farci? C’est la mort!» E rise.

Nel frattempo, Patrizio l’aveva raggiunto.

«Ma tu non hai niente che non va, che stai dicendo?»

«Mi scusi, ma non credo che sia a lei stabilire cosa ci sia che non va nel paziente!» Poi Tubero si rivolse ai suoi colleghi: «Anni di studi e dobbiamo farci insegnare il mestiere da questo deficiente».

«Che c’è, ti sei affezionato? Sei un mio fan adesso?» e con una risata poggiò la mano sulla spalla di un Patrizio che aveva il cuore a mille. «Non puoi farci niente. Lascia perdere.»

Lo disse con tale rassegnata pacatezza da sembrare un monaco tibetano. Chiunque si sarebbe piegato a tanta serenità. Ma per la legge dei contrari, gli umori di Patrizio si dovevano agitare sempre nella direzione opposta a quelli degli altri: era stato così fin da bambino, non voleva mai accettare le cose che andavano bene a tutti, doveva sempre farsi notare ed essere il bastian contrario. Non c’era una riflessione umanistico-filosofica dietro, era una mera questione di elettricità, fluidi. Di pancia.

«Lascio perdere un cazzo.»

Afferrò Armando e come un giocatore di rugby che sfida una mischia, buttò per aria i dottori (anche la Trottalemme, perché lui era per la parità dei sessi) e si lanciò in fondo alla rampa, aprì la porta di sicurezza del piano inferiore (il secondo) e si diresse al trotto per il corridoio. L’apertura aveva fatto scattare l’allarme, e nella luce lattiginosa del corridoio si potevano intravedere i corpi scossi nel sonno all’interno delle loro stanze buie, fetide di deodorante e malattia.

«Sei proprio uno scemo» disse Armando ridacchiando.

Patrizio aveva il fiatone, non poteva fargli notare ora che ingrato deficiente fosse, anche perché, in fondo al corridoio, apparve Tubero, che nonostante la notevole appendice nasale era stato il più aerodinamico del trio e li aveva colti di sorpresa.

«Lei si sta comportando in maniera completamente irragionevole» urlò il chirurgo, impugnando un set di bisturi a ventaglio, come fosse un lanciatore di coltelli. Intimò alle suore di chiudere i pazienti in camera e si avvicinò ai due fuggitivi, sempre brandendo i bisturi.

«Ragioni, signor Patrizio. Che razza di sciocchezze sono queste? Il signor Armando è già morto.»

«Ma quale morto? È più vivo di me e lei messi assieme! Lo guardi.»

«Lo sguardo inganna, signor Patrizio. Le strumentazioni in nostra dotazione, no.»

«Ma santo cielo, siete impazziti tutti? Lo guardi!»

«Io lo guardo, signor Patrizio. E sa che vedo? Una curiosa anomalia, che non può mettere in discussione la struttura della realtà così come l’abbiamo conosciuta per secoli.»

I nostri, intanto, indietreggiavano, mentre le suore, rinchiusi i pazienti, si erano disposte come una muraglia umana alle loro spalle.

«Quindi voi non siete in grado di capire qualcosa e vi limitate a cancellarla? Siete degli idioti, dei pazzi!»

«Lei non è in grado di affrontare questa discussione, non ne ha gli strumenti, non ha la preparazione adatta, non può capire; e io sono stanco dei suoi insulti, signor Patrizio» e dicendo ciò, iniziò a scagliare bisturi all’indirizzo dei pazienti fuggiaschi, incurante di beccare qualche suora nel procedimento. Va detto, infatti, che nonostante la precisione (è il caso di dirlo) chirurgica dei lanci del dottor Tubero, la pancia di Patrizio aveva un formidabile istinto di autoconservazione e fece fare al suo proprietario un paio di schivate grandiose. Ma i suoi riflessi non sarebbero bastati a lungo, specie perché Armando si piegava in due dalle risate e rendeva difficile il trascinarselo dietro.

Così, poiché le suore erano incuranti di crepare, Patrizio ne acchiappò una dal mucchio e, usandola come scudo umano, corse deciso verso il chirurgo, che preso in contropiede si fece sbalzare via.

Le monache gli correvano dietro, così Patrizio ne approfittò per menarle con la suora che aveva già in mano – la quale ormai era morta.

So che a molti di voi questa immagine risulterà disturbante, ma la scuola cattolica era stata davvero pesante per Patrizio.

«Smettila di ridere, imbecille, andiamo!»

Si diressero giù per le scale, fino al primo piano. Se non fosse stato così imbottito di adrenalina, forse il nostro eroico amico si sarebbe insospettito di non trovare nessuno ad aspettarli. Così andò dritto spedito nella trappola dell’astuta dottoressa.

La Trottalemme aveva riversato ettolitri di formaldeide sul pavimento, così, quando Patrizio raggiunse il primo piano di corsa, si trovò a scivolare, senza molta dignità, sul di dietro. A fine corsa, la dottoressa lo attendeva con un estintore che gli schiantò sul viso senza troppe remore. Patrizio rimase praticamente incosciente.

Fortunatamente (o sfortunatamente, dipende dai punti di vista) la Trottalemme non sapeva vincere: in un impeto di gioia per la vittoria decise di azionare l’estintore addosso al malcapitato, a rimarcare il suo primato su di lui.

La schiuma lo fece parzialmente rinsavire, ma il colpo di grazia lo diede Armando che, forse preoccupato per il suo amico o più probabilmente divertito dall’idea della scivolata, sfrecciò sul proprio deretano e raggiunse la dottoressa mentre quella stava ancora maneggiando l’estintore: i due crearono una inverosimile trottola umana, spruzzando schiuma tutt’intorno, e ruzzolarono sopra Patrizio.

«Sai, questa è la serata più bella della mia vita» esclamò Armando e sempre col sorriso diede una capocciata alla Trottalemme.

Nel frattempo, alcuni pazienti e relativo parentame, allarmati dai rumori, si erano affacciati nel corridoio, proprio mentre le suore, che nel frattempo si erano armate di lacci emostatici-lazo e termometri anali per niente rassicuranti, si precipitavano nel corridoio, scivolando sulle loro scarpacce ortopediche, velo al vento, con una grazia degna di una pattinatrice russa e l’espressione di un sicario (sempre russo, per coerenza).

«Ora dobbiamo andare mi sa.»

Patrizio annuì (o forse pensò di annuire, era troppo stordito) e si lasciò guidare dolcemente verso le scale antincendio, per ritrovarsi nel parcheggio riservato al personale. C’era un infermiere che stava prendendo la macchina per tornare a casa: avrebbe detto qualcosa, fatto delle domande, ma aveva appena finito un turno di diciotto ore, quindi fece spallucce e se ne andò.

«Aspetta, non ce la faccio.»

La testa gli faceva proprio male.

«Te ne devi andare. Io non posso proseguire.»

«E dove?»

«Alla polizia, vogliono ucciderti!»

«Ma se sono clinicamente morto!»

E così siamo di nuovo all’inizio. Armando ride e Patrizio non lo prende a sberle solo perché fisicamente e moralmente debilitato.

Patrizio si sedette a terra, con la schiena appoggiata alla macchina di un estraneo. La testa faceva davvero male.

«Posso chiederti perché te la prendi così a cuore?» chiese Armando.

«Ma perché…»

Con cosa attacchi ora, Patrizio?

Nella sacralità della vita non ci credi, tu dici solo il contrario per partito preso, ma non ce l’hai un motivo, non te ne frega di nessuno. Che scusa hai per tutto questo disturbo che ti sei preso?

«… ma che ne so. Tu invece, perché non te la prendi più a cuore? Vogliono ucciderti. Ti vogliono uccidere, lo capisci…»

Armano era scoppiato a ridere alla parola uccidere. A Patrizio era montato il panico. Era tutto inutile, questo fesso non avrebbe obiettato niente, erano in un ospedale, stava per morire, e rideva. Patrizio stesso era inutile, la testa faceva male, non poteva fare nulla, il cellulare era in camera, le suore erano pazze, oddio le suore erano morte, avrebbe avuto dei problemi? Eccolo, a pensare subito a sé, ora ti riconosco Patrizio, ma perché, perché hai fatto tutto questo casino per un uomo che non ti piace, che conosci a malapena e che non ha nessun problema a lasciarsi tutto alle spalle? Guardalo, ride. Che hai nella testa, Patrizio?

Armando rideva di gusto.

«È meglio se torniamo in camera.»

«Armando, aspetta…» Il grande discorso era lì, in punta di lingua.

L’avrebbe pronunciato e tutto avrebbe avuto senso, quella folle notte, la sua inutile vita, l’universo oscuro e perso; questa farsa leggermente tragica sarebbe diventata un grande dramma di ispirazione. Ma poi, vide il dottor Loffa. L’altissimo primarissimo lo guardò, gli mise una mano sulla spalla con fare paterno, e disse: «Mh».

Patrizio sentì tutta la foga scivolargli dalle spalle. Era sconfitto, per sempre. Mai sentì il fallimento in maniera più bruciante. Non avrebbe saputo neanche dire cosa avesse perduto.

Salirono le scale e tornarono in reparto. Quando si mise a letto, Patrizio si accorse che Armando non era lì. Probabilmente non era mai entrato in stanza, non avrebbe saputo dirlo, aveva guardato tutto il tempo a terra, come un bambino sgridato da una maestra. Ebbe un inizio di vertigine, come quando si salta inavvertitamente un gradino facendo le scale. Un bip lo riscosse. Sua mamma aveva scritto uno dei suoi messaggi chilometrici. Per un momento ebbe voglia di chiamarla e dirle tutto, ma si sarebbe sentito stupido.

Voltò le spalle al letto di Armando e si mise a dormire.

Serie: Senza Battito


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Brava, complimenti davvero. Una storia fluida e piacevole. Forse ci sono piccole cose da rivedere nella forma, ma hai colpito nel segno.