Una Derringer a Montevideo
Natan viveva alla giornata; amava la gente e le sue peculiarità. Montevideo era una città tranquilla che aveva eletto a suo rifugio mentre aspettava di riprendere il mare con il suo yawl di tredici metri.
La piccola stanza che aveva preso in affitto gli sembrava una reggia, se paragonata all’angusta cabina della sua barca; la doccia era un lusso che aveva quasi dimenticato.
La prima parte del viaggio era terminata e presto, non appena avesse recuperato qualche soldo e saldato qualche debituccio, sarebbe stato pronto per tornare in mare aperto.
Lo stabile in cui risiedeva era al limite dell’area portuale: una pensione per marinai caduta in disuso da quando il commercio si era fatto sempre più frenetico. Il tempo delle vele e dei loro capitani era giunto al termine; questo aveva permesso a Natan di spuntare un buon prezzo e, dando una mano qua e là, la cassetta di sigari in cui teneva i soldi si stava lentamente riempiendo.
La mattina, dopo una colazione composta da un caffè nero, un uovo sodo e una fetta di pane ben tostato, si recava alla marina per lavorare sulla sua barca. Verso l’ora di pranzo andava al baracchino di Zio Leon, dove prendeva la zuppa del giorno. Nel pomeriggio impartiva lezioni di italiano, inglese e portoghese ai figli di alcuni facoltosi, conosciuti alla Bella Renè, un locale-bisca dove gli piaceva sostare, bevendo rum e tenendo banco con storie di mare, donne e guai.
Era di ritorno da una di quelle notti quando si scontrò con una donna inseguita da due figuri. Lei si aggrappò a lui e, sussurrandogli all’orecchio, gli chiese aiuto. Lui, da buon cavaliere, si frappose tra i due e, dopo una breve baruffa che lo vide vincitore ai punti, i figuri si dileguarono.
La donna cadde tra le sue braccia, così la portò nella sua stanzetta, passando quel che rimaneva della notte a sonnecchiare sullo stuoino al centro della stanza, mentre la sua ospite riposava nel suo letto.
Elena fu svegliata dall’aroma di caffè colombiano e dallo sfrigolare delle uova in padella. Dapprima terrorizzata, ispezionò la stanza dal letto senza muoversi: il fisico asciutto di quello che pensava fosse il suo carceriere non aveva nulla a che fare con i due energumeni che l’avevano seguita fuori dal locale. Afferrò dal comodino poco distante una bottiglia e, urlando con tutta la forza che aveva in corpo, si scagliò verso Natan.
Natan fece appena in tempo a schivare l’assalto, vedendo la donna e la bottiglia finire contro il lavello e poi a terra; con la padella ancora in mano cercò di soccorrere Elena, ora ancora più stordita.
Ripresasi dal colpo e dalla figuraccia, Elena e Natan consumarono la colazione nel silenzio imbarazzato di entrambi.
Quell’atmosfera surreale iniziò a diradarsi quando Natan si accese una sigaretta e la passò a Elena, che con i suoi occhioni color edera lo ringraziò. Natan era un buon ascoltatore ed Elena una a cui piaceva parlare, specialmente di sé stessa; così, alle dodici, Natan conosceva ormai tutto di quella donna che solo poche ore prima era per lui un gradito mistero.
La storia dello scambio di persona era ben articolata, così come il fatto che lei fosse una ragazza che studiava all’Università di Montevideo e che, dopo una serata tra amici, di ritorno al suo appartamento, fosse finita tra le sue braccia inseguita da dei malviventi. Tutto plausibile, fin troppo realistico, pensava Natan.
La lunga navigazione che lo aveva portato fin lì l’aveva trascorsa combattendo fortunali e guai di ogni sorta; ma durante le bonacce che accompagnano queste avventure, l’unico modo per non impazzire è leggere. E lui aveva letto molti libri gialli: una vera zavorra di volumi stipati ovunque a bordo, che lo avevano tenuto vigile e sano di mente.
Quello che aveva appena sentito gli sembrava un racconto d’appendice: una studentessa con una borsetta di marca, portacipria, rossetto e portasigarette abbinati, e una pistola Derringer in borsetta. I contrasti erano evidenti. E poi c’erano i due figuri che li avevano seguiti, appostati fuori dalla pensione.
Natan fece buon viso a cattivo gioco, evitando domande scontate che avrebbero portato a soluzioni drammatiche. La pistola era stata scaricata e di certo non ne fece menzione ad Elena.
Un gioco che durò il lasso di una mattinata. Elena non era un’ingenua: conosceva la natura umana, e il comportamento di Natan non riusciva a nascondere il fatto che avesse capito che la storia era falsa. Così decise di metterlo alla prova: con una scusa prese la borsetta e tirò fuori la pistola, puntandola contro Natan. Lui si limitò a restare fermo, osservando il da farsi.
Fu in quel momento che si sentì bussare alla porta della stanza.
Fuori c’erano il dottore e il padrone della pensione, che chiedevano di entrare. Natan, disarmato, invitò Elena ad attendere e la spedì in bagno, informandola che da lì avrebbe potuto scappare dalla scala antincendio verso il piano superiore, vuoto.
Elena prese le sue cose e scomparve nel bagno, mentre Natan perdeva tempo con il padrone e i due che si presentarono come agenti del governo, intenti alla ricerca di una nota truffatrice.
Natan si limitò a confermare che una donna era stata in quella camera la notte precedente, ma che era uscita molto prima del loro arrivo. Il capo non credeva alle sue parole; così Natan mostrò a tutti da dove faceva entrare e uscire le signorine senza che la direzione se ne accorgesse, approfittando delle scale di servizio esterne allo stabile.
Elena sapeva il fatto suo: si era dileguata senza lasciare traccia. Tant’è che Natan si prese una ramanzina dal direttore dello stabile e una segnalazione dal governo, che avrebbe reso la sua sosta in porto più breve di quanto avesse programmato.
Di quell’avventura, Natan portava con sé i proiettili della pistola di quella spia dagli occhi color edera.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi resta il dubbio su Elena: truffatrice o spia? La pistola farebbe propendere per la spia, però mi chiedo cosa mai ci sarebbe da spiare in Uruguay. Comunque, se continuerai il racconto, che ha del buon potenziale, penso la incontreremo ancora. Piacevole, snello, se proprio si vuole fare un appunto solo un po’ approssimativo nella caratterizzazione degli attori, ma, se è solo un incipit, va bene così.
Grazie per Elena la sua posizione la rende abbastanza ambigua una spia è per sua natura truffatrice Uruguay è sempre stato un crocevia di interessi e personaggi e mi stimola nel trovare una trama per altri racconti
Ciao. Ho letto molto volentieri questo racconto (con una predilezione, ammetto per la sua ambientazione), chiedendomi se sia auto conclusivo o l’incipit di una serie.
Per quanto riguarda il brano nello specifico, la tua scrittura mi è parsa solida e matura, con un’atmosfera portuale ben costruita e coerente. Il ritmo è equilibrato, la struttura efficace e il protagonista risulta credibile e ben caratterizzato attraverso azioni e dettagli.
Credo che alcuni passaggi adottino una modalità riassuntiva che accelera la narrazione ma attenua il coinvolgimento. Forse, a mio parere, una maggiore resa per immagini e azioni renderebbe il testo più incisivo. Il personaggio femminile, pur efficace sul piano funzionale, resta prevalentemente definito dal ruolo narrativo, ma credo che sia una scelta.
Grazie le tue osservazioni sono sempre ben accette era da un po che non scrivevo e mi sono dilettato in questo racconto di gente di mare a me cara …..
Ne farai una serie? Secondo me ha potenziale ☺️
Forse dei racconti brevi con stessi personaggi ……vediamo
Bene, mi è molto piaciuto!
grazie