
Una finestra aperta su un brutto panorama
Mi chiusi la porta alle spalle facendo attenzione a non fare alcun rumore. Quando rientravo prima da lavoro facevo sempre così, convinto che presto o tardi l’avrei trovata in compagnia di un altro.
Quella sensazione mi eccitava e terrorizzava allo stesso tempo e non potevo farci proprio niente. Tornavo talmente sopraffatto dalla noia di un lavoro di ufficio piatto ed inappagante che quando riuscivo a darmela a gambe e fuggire lontano da quei brutti grugni, facevo dannare l’anima alla macchina per riuscire ad arrivare a casa di sorpresa e sguazzare nel bagno di dopamine che la scoperta di un adulterio avrebbe scatenato nei miei circuiti. Curva dopo curva pregustavo come un rognoso cane affamato, la sensazione di fregarla, di vederla sgranare gli occhi e dire una banalità da film porno: “amore non è come pensi…” mentre ravana con una mano fra le mutande del tizio che le sedeva accanto sul divano con una faccia da cretino lussurioso e appagato.
Mi gongolavo letteralmente al pensiero di cacciarla di casa senza scenate, da duro quale avevo sempre avuto l’ambizione di diventare, ritrovando il me stesso che avevo lasciato per strada 18 anni prima e immaginandomi già gli sguardi pietosi ed increduli dei colleghi, sbucare da dietro i monitor quando si fosse sparso il pettegolezzo. Li avrei affrontati tutti con il mento che puntava direttamente il cielo e uno sguardo implacabile.
“E che hai fatto quando l’hai trovata con quello?” Mi avrebbe chiesto sicuramente Romani, un ficcanaso di classe A++ che ha fatto strada cibandosi di voci di corridoio, assimilando tutto ciò che poteva tornargli utile e ricacando via tutto il resto.
“Che ho fatto?” Avrei risposto incollando i miei occhi ai suoi senza mai abbassarli, “l’ho cacciata di casa senza neanche alzare la voce. Era talmente terrorizzata dalla mia calma che è scappata via ancora mezza nuda!”.
“E lui?”
“Lui è uscito senza aprire bocca, occhi incollati a terra e uno sguardo implorante pietà che te l’avrei fatto vedere!”
Cazzo che figo che sarei diventato! Mi immaginavo già quella micetta di Sara passarmi vicino con la coda bella alta e uno sguardo provocante più di un tanga a vista.
Invece la trovai seduta da sola sul divano, avvitata su se stessa come un ramo d’edera attorno ad un tronco di quercia, a contemplare in silenzio la finestra aperta alle sue spalle.
Dall’ingresso le vedevo il caschetto di capelli mori che le cadevano piatti sulle spalle. Portava un vecchio maglione infeltrito rosa smunto e teneva le gambe piegate ad angolo sotto di se con ai piedi delle logore ballerine di un blu sporco che mi fecero pensare al fondo di una pozzanghera. Era una cosa che mi faceva sempre infuriare, quel viziaccio maledetto di tenere le scarpe in casa.
Feci un paio di sospiri profondi e invece di saltarle subito alla giugulare le chiesi soltanto se non ci stesse male in quella posizione contorta.
“Perché abbiamo messo quella libreria?” Mi chiese invece Lucia come se fossi sempre stato in casa con lei. Avevamo piazzato la libreria proprio alle spalle del divano, poco lontano dalla finestra che per qualche ragione stava fissando con grande interesse, e l’avevamo inzeppata di libri, immagino per dare un tocco intellettuale al soggiorno. Mi avvicinai a lei, l’intenzione era di accarezzarle i capelli ma la mano si impantanò sulla stoffa rossa dello schienale senza andare oltre.
“Per darci un’aria snob direi…”
Rimase qualche secondo in silenzio puntando sempre la finestra. Poi continuò:
“E’ piena di libri.”
“Tutti di mia madre peraltro.”
“E te quanti ne hai letti?” Chiese fingendo di non sapere la risposta.
“Quelli che bastano” tagliai corto, “piuttosto, perché non ti togli quelle cazzo di scarpe quando sei in casa?”.
“Le scarpe…” ripetè con un sospiro. Finalmente la finestra perse di interesse e Lucia tornò a voltarsi verso la TV evitando con la massima cura di posare gli occhi su di me.
“Avevi un nome così interessante, mi faceva pensare ad una sacco di cose tutte talmente virili che per qualche tempo avevo persino creduto di essermi portata a casa una Ferrari. Invece mi sono ritrovata per le mani una pesantissima stufa di ghisa.”
“Un nome ce l’avrei ancora.” commentai.
“Già… Torello. Non avevo mai conosciuto un uomo che si chiamasse Torello! Ma da un pezzo a questa parte quando dico il tuo nome penso sempre a quei cagnetti del cazzo, hai presente quando senti chiamare Ercole e poi vedi sbucare una mezzasega con degli stecchini al posto delle zampe e due occhi a palla che sembrano sempre sul punto di cadere?”
Riusciva sempre a farmi saltare i nervi.
Andai alla libreria per prendere tempo e afferrai il primo libro che mi capitò a tiro: si intitolava NON BUTTIAMOCI GIU’.
Lo rificcai con un gesto stizzito dove l’avevo trovato e tornai verso Lucia. Si era tolta le scarpe e le aveva lasciate cadere sul pavimento una sopra l’altra.
“Una volta portavi solo tacchi 12.” commentai.
“Una volta mi amavi” e per la prima volta da quando ero rientrato mi guardò, un’occhiata che si portava appresso la soddisfazione di una stoccata perfetta.
“Oh al diavolo!” sbottai abbassandomi su di lei, “credi di essere rimasta la stessa di un tempo?”
Provò a rispondermi ma fui più rapido di lei.
“Siamo molto diversi da quelli di 20 anni fa bella mia, te per prima!”
Ristabilì la giusta distanza fra noi spingendomi via con un gesto studiato.
“Tu non sei cambiato Torello” disse tranquilla mentre si stendeva sul divano per evitare che mi balenasse l’idea di sederle vicino, “tu sei rimasto il solito stronzo di sempre.”
Avrei voluto ribattere con qualcosa di graffiante ma la realtà è che non mi uscì proprio un accidente di niente.
“Ho la sensazione di non riuscire più a vederti” aggiunse fissando il soffitto, “come se fosse entrata una nuvola dalla finestra e avesse reso tutto lattiginoso, confuso direi.”
Rimasi a fissarla in piedi accanto al divano. Sentivo distintamente la vena al centro della fronte pulsarmi di rabbia e le orecchie bollenti pronte a prendere fuoco.
Me ne andai alla finestra con passo pesante e mi aggrappai al davanzale cercando nel panorama qualcosa che mi calmasse un pò. Il palazzo difronte aveva l’intonaco cadente e rotto e da certe crepe era colato un liquido ambrato, rugginoso, che aveva lasciato sul muro lunghe strisce contorte che mi fecero pensare a sangue trasudato e poi seccato dal sole. Guardai in basso e vidi sul balcone del piano di sotto, una vecchia signora dai capelli bianchi e unti, che stava fumando una sigaretta poggiata alla ringhiera di ferro battuto. Portava una larga vestaglia, sciatta e spiegazzata e con un piede inciabattato si stava grattando la caviglia dell’altro. Notai che indossava dei gambaletti contenitivi color carne che le strizzavano dei polpaccioni gonfi e lividi. Pensai di chiamarla e salutarla, un gesto gentile per compensare tutta quella bruttura che ci circondava.
“Salve Signora” le dissi urlando un pò per farmi sentire.
La nonnetta mi cercò girando la testa a destra e sinistra e finalmente mi trovò alzando lo sguardo. Teneva la sigaretta incastrata fra le labbra secche e il fastidio del fumo che le saliva negli occhi, le faceva assumere un’aria terrificante, con tutte quelle rughe tirate e gli occhi ridotti a fessure umidicce.
La salutai con una mano ma quella mi guardò per qualche secondo come se fossi io quello terrificante e poi rientrò ciabattando nella caverna da dove era venuta.
“Chi saluti?” Mi chiese Lucia. Si era sollevata leggermente dal divano e i suoi occhi sbucavano dal bordo dello schienale come quelli di un ragazzino che spia qualcuno da dietro un muretto.
“La tizia di sotto.”
“La conosci?”
“Occorre per forza conoscere qualcuno per salutarlo?”
Riaffondò nel divano, io mi voltai verso di lei e scivolai con la schiena lungo il muro sotto la finestra fino a sentire il freddo del pavimento.
“Quando eravamo fidanzati” continuò ad un certo punto lei, “mi facevi sempre ascoltare una canzone… oddio come si chiamava?” Domandò più a se stessa che al sottoscritto.
Ci pensai vagamente su.
“Era qualcosa sulla corsa o roba del genere” borbottò.
Mi tornò in mente all’improvviso. Erano anni che non l’ascoltavo più, forse perché ormai puzzava di futuro disatteso, chiuso a doppia mandata dentro un armadio a muro. Solo ricordare quelle note mi fece salire al naso un odoraccio stantio.
“Born to run” sussurrai guardando una mattonella crepata vicino al mio piede destro.
“Che hai detto?”
“Born to run” dissi alzando la voce, “la canzone si intitolava Born to run.”
“Quella!” Esclamò schioccando le dita prima di sbucare nuovamente da dietro il divano. Rimase qualche secondo a fissarmi in quella posizione, con una mano aggrappata al bordo dello schienale e la testa a pascolare fra i ricordi. “Dicevi sempre che eri nato per correre te” aggiunse sarcastica, “ma a me pare proprio che non ti sei mosso neanche di un centimetro.”
Poi si riaccucciò sul divano e io mi alzai a chiudere la finestra sopra di me.
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Racconto amaro di un amore mai decollato. Il tempo qui logora invece che rendere complici, una realtà ben viva in molte coppie fossilizzate, incapaci di evolversi. Non so dire se questa sia la regola, ma penso sia piuttosto comune. Mi piace chi sa raccontare il quotidiano sviscerandone le emozioni e i tormenti, la tua prosa ha questo potere.
Ciao Micol, grazie di cuore per quanto hai scritto e per il tempo che hai dedicato al mio racconto.
Le tue parole colgono perfettamente quanto volevo esprimere.
Alla prossima lettura…
Guarda, se non ci fosse stato l’easter egg su Nick Hornby avrei proprio scritto che la tua prosa mi ricorda quello dello scrittore britannico, molto fresca e leggera, e vederla trapiantata nell’esperienza italiana rende più spassosa l’esperienza narrativa, che qui vedo un po’ come un’istanza generazionale: Ying e Yang quotidiano, e difficoltà nel gestirli.
Grazie David per il tuo commento e per il tempo che hai speso leggendo il mio racconto. Mi ha fatto piacere leggere ciò che hai scritto.
Alla prossima lettura…
La lettura di questo bellissimo racconto trasmette tutta la rabbia e frustrazione dei due protagonisti. Ciascuno a suo modo: l’uno manifestandole apertamente e l’altra fingendo calma e superiorità. Alla fine perdono entrambi. Molto vicino alle dinamiche comuni di vita di coppia. Fa molto pensare e riflettere. Il lessico è ricco e i vocaboli scelti accuratamente. Veramente bravo!
Grazie davvero Cristiana per il tempo che mi hai dedicato e per le belle parole che hai scritto. Mi ha fatto molto piacere leggere il tuo commento.
Alla prossima lettura…
Davvero interessante e godibile. Forse il finale appena appena un passo indietro, per la mia modesta opinione.
Ma mi è piaciuto molto, bella scrittura.
Complimenti.
Ciao Roberto, grazie tanto per il tuo commento e per aver letto il mio racconto. Cercherò di lavorare sui finali per renderli più accattivanti, so che è un mio punto debole.
Alla prossima lettura…
Ciao Raffaele, anche per me è la prima volta che leggo un tuo racconto e ne rsto ammaliata ed angosciata. Trasmetti benissimo questa sensazione di gabbia richiusa, di aria viziata nonostante la finestra aperta, di angoscia di un rapporto avvitato su sé stesso, di personaggi che stanno insieme non si sa bene perché. Bello, davvero bello. È notte, inizia a far freddo, piove. Ora uscirò sul balcone per lavarmi di dosso queste sensazioni. Grazie per aver condiviso questo racconto.
Ciao Nyam Z. grazie davvero tanto per il tempo che hai dedicato al mio racconto e per le belle parole che hai speso. Sono molto contento che ti sia piaciuto e l’ultima immagine che mi hai regalato nel tuo commento è bellissima.
Grazie ancora.
Alla prossima lettura.
Ciao Raffaele, credo sia la prima volta che leggo un tuo racconto. Mi hai colpita e quasi affondata con le tue parole, come in una partita di battaglia navale, dove i colori delle mie barche mi appaiono un po` scolorite nel confronto. Il tuo modo di scrivere cattura l’ attenzione in ogni frase, con uno stile sempre ironico e sferzante e con un po` di sarcarmo che esalta ulteriormente il contenuto. Una situazone che appare, a tratti, quasi agghiacciante, nel descrivere una realta` nuda e cruda sulla tossicita`nella vita di una coppia, piu` comune che rara. Mi aspettavo una conclusione diversa. Rassegnazione e` forse la parola adatta per definire il finale?
Ciao M. Luisa, grazie di cuore per il tempo che mi hai dedicato e le belle parole che ho letto con estremo piacere. Sì, direi che rassegnazione potrebbe essere proprio la parola giusta per poter definire il finale ma chi lo sa…
Grazie ancora.
Ciao Raf, me storie che hanno al centro le dinamiche di coppia mi piacciono, anche perché esaltano la tensione continua dei rapporti di coppia, difficilmente rappresentabili come qualcosa di statico. Il questo LibriCK, dal ritmo molto ben scandito e dallo stile molto coinvolgente, viene fuori proprio quanto i rapporti cambiano, perché a cambiare sono le persone e il contesto. Mi è piaciuto molto.
Grazie Tiziano, è sempre bello leggere i tuoi commenti.
Grazie delle belle parole e del tempo che hai dedicato al mio LibriCK.
Alla prossima lettura…