Una malattia

Sono un uomo malato. Ho passato la mia vita ad almanaccare su un futuro fantastico…Non voglio negare la presenza della mia malattia già prima di quell’infausto giorno, ma sbaglierei se non riservassi a quell’avvenimento la cruciale importanza per la sua esplosione. Mi avevano invitato a passeggiare per la Città Universitaria… Non l’avessi mai fatto! Non smetterò mai di scagliarmi contro l’Università.

Avevamo girato interamente ogni corso di studio, da Fisica a Storia, da Filosofia a Matematica, da Architettura a Giurisprudenza… Ero troppo disperato, quando ricevetti quell’invito, per poter anche solamente pensare di rifiutare una così generosa offerta…Dopo tre anni di isolamento, la mia immatricolazione al corso di studi, che qui non oso nominare, mi aveva procurato inevitabilmente nuove conoscenze. Mai però avrei immaginato che sarebbero andate oltre ai saluti e alle domande di rito.

Squillò il telefono dopo pranzo, nel primo pomeriggio. Era una giornata radiosa, poiché si era ai primi di maggio. Il complesso degli edifici universitari è stato costruito molti anni fa, ma l’assoluta idiozia degli studenti che vi abitano è tale da renderlo più animato, e di conseguenza anche meno tetro. Fuori, durante le pause, un osservatore attento potrebbe raccogliervi, facendosi una semplice camminata e aguzzando la vista, un campionario completo della stolidità umana; potrebbe compilare una fenomenologia scientifica dei caratteri idioti insiti nella natura degli studenti. Perché l’uomo è sciocco, ma lo studente ne rappresenta l’archetipo ed il cominciamento, e nei miei ventiquattro anni di vita non ho mai incontrato un uomo senza laurea che fosse ridicolo o bestiale quanto quelli che l’avevano. Anche le feste di laurea, celebrate in pompa magna nella piazza principale della Città, non significano altro che questo… Ogni volta che mi capitava di passarci, lo sguardo dei laureati o dei parenti che si posava su di me era come una lama tagliente incisa nel mio ventre sanguinante. – Ma lei non ha dunque una laurea? Mi disse un giorno, durante la mia solita passeggiata, il nonno di una studentessa. – E lei, una laurea ce l’ha? – Mi guardi bene. Io sono nato nel ’28, come potrei averla? Allora si lavorava bene, senza impicci. La carta straccia la usavamo per spedire lettere alle fidanzate – . Questo vegliardo aveva tutta l’aria di essere la persona che cercavo: continuai. – Allora perché vorrebbe biasimarmi? Io una laurea non la possiedo, se è questo che le interessa. Il mio certificato di idoneità me lo procuro durante le mie incursioni… le assicuro che è sufficiente – ma il nonno era sparito.

Mi aspettavo di ritrovare il mio circo anche quel pomeriggio. Tutto quello che trovai fu invece una desolazione assoluta: vicoli vuoti, alberi non ancora potati, un silenzio sepolcrale. L’appuntamento era nella piazza centrale, dove al centro rifulge una enorme fontana e dietro di essa, incisa a grossi caratteri sulla sommità delle biblioteche per essere ben leggibile a tutti quanti, una scritta ingannatrice in latino, covata da un manipolo di professori moribondi che dopo una vita di studi aridi e mortificanti non ha avuto neanche l’estro necessario a concepire un metodo più ingegnoso per turlupinare gli indifesi studenti dell’Ateneo. Aspettai qualche minuto l’arrivo degli altri; poi, più furioso che mai, passeggiai da solo, come ai vecchi tempi…

Ma l’Ateneo era vuoto? Fui attratto da alcuni schiamazzi all’interno delle aule. Non che mi stupissero, ma considerando l’aspetto deserto degli esterni, difficilmente poteva esserci qualcuno che faceva lezione. Siccome ero rimasto solo, decisi di entrare. Salii le scale e mi diressi verso l’aula III. Quando feci per entrare mi trovai di fronte ad un’immagine che non dimenticherò mai. Un professore abbastanza giovane, impettito quanto basta, giaceva in piedi sulla cattedra e strillava ai suoi pochi studenti, annaspando gli arti superiori come un animale addomesticato. – La nazionalizzazione, voi non lo capirete mai cos’è! Mai!! Non sapete nemmeno come si scrive! Figuriamoci! Scrivete ora, da bravi… la nazionalizzazione precede l’industrializzazione… la nazionalizzazione precede l’industrializzazione! – . Gli studenti si chinarono meccanicamente sul banco e scrissero. Ma il professore non sembrava comunque soddisfatto. Non potei trattenere un sussulto. – Chi è? – chiese il professore. – Venga subito a sedersi, e mi dia il libretto. Quaranta minuti di ritardo non li permettevano nemmeno al Rettore, quando era studente. E si vergogni – . Misi a frutto i miei pochi anni di atletica e scappai fuori, giusto in tempo, perché qualche secondo dopo alla finestra dell’aula III si presentò uno spettacolo poco dignitoso: spiaccicati al vetro e con gli occhi strabuzzati, gli studenti si incollarono l’uno all’altro e mi fissarono per qualche secondo, inebetiti. Il professore arrivò subito dopo e si accodò dietro di loro, muovendosi come un ossesso e richiamandoli all’ordine.

Pochi minuti dopo, come in un parco degli orrori, ero ancora turbato da quella visione che subito se ne presentò un’altra, stavolta proveniente da Giurisprudenza. Preferii non entrare…ma stavolta, incredibilmente, fu il professore a farmi entrare con la forza. Era un uomo di mezza età, con camicia e cravatta marcate da due iniziali, che evidentemente erano le sue. Nonostante l’età, aveva i capelli completamente grigi. Mi afferrò il bacino, mi sollevò e rotolai per tutti i gradini che precedevano l’entrata. Quando varcai la soglia tutti si misero a ridere e mi fecero delle foto. – Scusate l’assenza, ma era un esemplare troppo allettante per dimostrarvi concretamente quello che stavo spiegando. L’effrazione, ai sensi del 143868n/d 1934, è un concetto molto semplice, e deve esservi chiaro. Se la vostra proprietà viene sottoposta ad effrazione, se viene effranta, se si esplica un singolare caso di effrazione coatta come vi ho mostrato con questo marmocchio, voi… . – Signore, ora dovrei andare. Spero di essere stato utile. – Ma dove pensa di essere? A un circo? Qui stiamo dimostrando in ostensione, strcitu sensu, una pratica legale di cruciale importanza, della quale dovranno avvalersi seriamente i miei studenti, già fra qualche anno. Non si muova da lì! – Fu in quel momento che dal finestrino vidi i ritardatari, che mi aspettavano seduti sul ciglio della strada, accanto alla fontana. Gli feci un cenno di aiuto; come potevo immaginare, non capirono. Per loro era normale…Per loro era normale assistere supinamente ad una lezione senza prendervi parte attiva; per loro era normale che io fossi vessato così abominevolmente da un semplice essere umano; per loro era normale apprendere una manciata di nozioni, lavorare, sposarsi e morire sepolti in uno squallido cimitero comunale. Per loro tutto questo era normale. Assestai un pugno violentissimo alla finestra, sì che il vetro si frantumò in mille pezzi. – Ora avete capito? – gridai ai due, che si decisero a voltarsi dopo che ebbero sentito il mio grido mostruoso, che risuonò in tutta la piazza. – Io vi ho portato qui, sebbene siate stati voi ad invitarmi, perché è qui, dentro questo posto, che io ho covato tutta la mia violenza.

Dopo la mia esplosione, fui trasportato al Sant’Umberto in codice rosso quel pomeriggio stesso. Non ebbi più notizie dei miei due amici, i quali diedero l’allarme e non si fecero più vivi. Mia madre accorse subito per sincerarsi delle mie condizioni, e rimase scioccata non solo quando i medici la informarono di quanto era accaduto, ma soprattutto quando nel leggere il referto medico per la mia dimissione scoprì le due frasi che avevo continuamente pronunciato durante il coma, che durò 66 giorni. Quando mi svegliai i medici mi proibirono di assistere alle lezioni, di fare sport o movimenti che richiedessero un qualche sforzo fisico. Dopo alcune complicazioni che mi sarebbe troppo noioso raccontare, persi l’uso della parola, e divenni muto. In seguito, solo scrivendo sono riuscito a capire cosa fosse successo quel giorno d’estate del 2016.

Ho inviato il manoscritto delle mie memorie a molte case editrici, ma è stato sempre rifiutato. Affido questo breve resoconto alla benevolenza di chi potrà capire la mia situazione. L’unico rimpianto che ho, a molti anni da quel giorno, è di essere diventato muto piuttosto che sordo. Forse, perdendo l’udito, mi sarei risparmiato frasi che ancora oggi sono costretto ad ascoltare con indulgenza. Forse, con qualche parola in più, anche con una semplice manciata, sarei riuscito a spiegare ai pochi che bastano quale fu la causa del mio mutismo. Avrei risparmiato qualche vita; invece sono condannato al silenzio.

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