
Una penna e una matita
Serie: A casa loro
- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
STAGIONE 1
Io me lo ricordo, mi ricordo com’è che per me questa storia è veramente cominciata. Nell’autunno del 2016, il 3 di novembre, un barcone carico di donne, uomini e bambini affonda al argo di Lampedusa. Non è la prima volta che un’imbarcazione di fortuna, un gommone, un rottame a motore si inabissa nel Mediterraneo portandosi dietro e giù fino in fondo tutto quel che c’è da portarsi dietro e giù fino in fondo. Ma questa volta i morti sono 239. E 239 morti ti costringono non tanto a guardare quello che stavi già guardando – Il 2016 è stato tutto quanto così – 239 morti ti costringono a pensare. O almeno, si presume, dovrebbero farlo.
La pietà umana riferita ad un prossimo generico dura, nella maggior parte dei casi, non molto più di quanto possa durare un minuto di silenzio, una testa china, un cappello in mano. C’era sempre troppo rumore prima. Ci sarà sempre troppo rumore dopo. La pietà umana riferita ad un prossimo generico si disperde in maniera così rapida che è lì, la mattina presto, e già la sera dopo cena, ti guardi in giro e non c’è più. C’è una frase di circostanza, al suo posto, uno scrollare tristemente la testa, un’opinione che lascia il tempo che trova. Il più delle volte, a dire il vero, non c’è proprio più niente. C’è uno spazio vuoto che dura più o meno un minuto. Senza memoria, senza agganci. Una scatolina di cartone in attesa di archiviare, magari, altri 239 morti. La pietà umana riferita ad un prossimo generico, quando sei un uomo e non sei un santo, che io sappia, funziona esattamente così. C’era sempre troppo rumore prima. Ci sarà sempre troppo rumore dopo. E noi siamo lì in mezzo, tutti quanti, nel rumore, con le nostre vite da mandare bene o male avanti.
Il 3 novembre del 2016 mi sono fatto il mio minuto di silenzio, quindi. La testa china, il cappello in mano. L’abbiamo fatto in tanti, presumo, sinceramente impressionati da un disastro di proporzioni inedite, così tanto abituati come siamo, però, paradossalmente, ad essere sinceramente impressionati da disastri di proporzioni inedite. Poi non mi ricordo cosa ho mangiato, quella sera a cena, né quanti gradi fossero fuori, se piovesse oppure no. Ma mi ricordo che, mentre 239 croci diventavano acceso dibattito pret a porter, lutto televisivo di giornata, calcolo politico a breve e a lungo termine, parole vuote e parole piene, io avevo in testa una domanda e una domanda sola. Che suonava più o meno così: chi è questa gente, chi sono questi uomini, donne, bambini, che lanciano tutta intera la propria vita in avanti, sulla superfice senza sfondo del mare, in una scommessa che prevede, tra gli altri, un risultato che è senza ritorno. Chi è questa gente, chi sono questi uomini, donne, bambini, che mettono tutto quanto quello che hanno sul piatto, e niente gli avanza, né casa, né terra, né affetti, né niente che verrà mai a salvarli o a soccorrerli, e che sono capaci lo stesso, pur sapendolo, pur avendo paura, di compiere un gesto del genere. Così semplice. Così potente. Così radicale. Così deciso e definitivo.
Insomma, prima di ragionare in termini di privilegio e di responsabilità, che è la mia condizione in questo mondo, che è dato così com’è dato, e che mi spinge ad agire in un certo modo e non in un altro, ho ragionato in termini di necessità e in termini di coraggio. Soprattutto di coraggio. Mi sono guardato dentro e non ho trovato quello che cercavo. Non ce l’avevo quella volta e non ce l’ho neanche adesso, a due anni abbondanti di distanza. Dopo due anni abbondanti che faccio questo lavoro. Il mio coraggio, dettato dalle mie necessità, dal mio orgoglio, dalle mie convinzioni, dettato da chissà cos’altro ancora, è scritto a matita e con una gomma per cancellare in mano. Il coraggio di questi uomini, donne e bambini, invece, è diverso. Il coraggio di questi uomini, donne e bambini è scritto a penna. E con una penna che, dicono, ferisca più di una spada, giorno per giorno, ci si può riscrivere da capo tutto quanto il mondo. Soprattutto quando tutto quanto il mondo è scritto a matita. E con una gomma per cancellare in mano.
Non mi ricordo cosa ho mangiato il 3 di novembre del 2016 per cena, quindi, né quanti gradi fossero fuori, se piovesse oppure no. Quello che mi ricordo è che sono andato sul sito della cooperativa per informarmi sul come e sul cosa e sul chi. Il perché già ce l’avevo. E poi mi ricordo anche che, un paio di settimane dopo, ho compilato e inviato il modulo della cooperativa per diventare socio volontariato. A Gennaio sono finito dalle parti di Cattabrighe, nella struttura di accoglienza per richiedenti asilo “I Canneti”, un ex ristorante sul colle del San.Bartolo, e ancora avevo in testa l’idea precisa e netta di volere imparare qualcosa. Ancora avevo in testa l’idea precisa e netta di volere essere ospitato, per un po’, da questi uomini, donne, bambini, all’interno della loro storia scritta a penna.
La pietà umana riferita ad un prossimo generico dura poco. C’è troppo rumore. Sempre. E quello che abbiamo per gli altri, per il nostro prossimo generico, alle volte assomiglia ad uno spazio di un minuto. Abbiamo un minuto soltanto. Ma quando, in un tempo che balbetta, cicaleggia, canticchia, parla troppo e decide quasi niente, popolazioni intere, come il vento che soffia, come il mare che infuria, si alzano in piedi e scrivono con l’inchiostro dei propri nomi le pagine della propria epica allora, forse, conviene imparare a leggere. Allora forse, conviene imparare a capire.
Io me lo ricordo, mi ricordo. Per me questa storia è cominciata esattamente così.
Serie: A casa loro
- Episodio 1: Il mare e Benedetta
- Episodio 2: Sabato e Domenica
- Episodio 3: Mon Amour (In questura)
- Episodio 4: Mon Amour (Casa Canneti)
- Episodio 5: Mon Amour (Paul e Michelle)
- Episodio 6: Una penna e una matita
- Episodio 7: Abdul lo sapeva
Come tu stesso scrivi è nella nostra natura e non si può fare molto: proviamo della sincera empatia, rabbia per ciò che percepiamo come un’ingiustizia, ma poi noi abbiamo le nostre vite che non sono le loro.
C’è chi come te può fare di più, per fortuna,a c’è anche chi non la pensa come noi e lì bisogna intervenire. Conoscere dici, certo. Bisogna rieducare a capire il prossimo e non è questione di ignoranza o meno, ma di rieducare all’empatia. I leader politici ancorati a ideali di fine ottocento verranno emarginati di conseguenza.
Il fatto è che la strada è lunga. E pronti o meno, quel deve succedere, succede. Non si ferma il vento con le mani. Bisognerebbe costruire vele, invece, per solcare i mari.
Sempre potente la tua prosa, con quelle ripetizioni azzeccate. E pesantissimo il contenuto, che da solo dà forza a tutto quello che scrivi e a come lo scrivi.
Grazie.
Grazie a te Giancarlo, grazie a te.