Una persona quasi importante

L’altro giorno su Netflix ho visto una puntata di una serie tv, anzi, dieci secondi di una puntata di una serie tv. Ho visto giusto quei dieci secondi in cui un mio conoscente fa una battuta… un cane. Niente di più, niente di meno. Ho pensato però a quanto sarebbe stata contenta mia nonna se fossi stato io a pronunciare quella battuta. Io l’avrei fatto solamente per lei, il ragazzo in questione invece, l’aveva fatto perché credeva di non essere un cane.

A parte ciò, mi trovavo a Milano da mia nonna e avevamo appena finito di cenare. Tra un piatto e l’altro le raccontai un po’ della mia condizione, tralasciando molto e soffermandomi nei dettagli irrilevanti. Come quella volta che conobbi una ragazza svizzera a Milano, tralasciando che me la diede al primo appuntamento e soffermandomi sul fatto che lavorasse l’uncinetto. Poi le dissi di quanto incerto fosse il mio futuro, ma nonostante questo la facesse stare male, continuai a parlargliene. Era la sua unica occasione di avere contatto con una realtà che non conosceva: quella dei giovani dell’internet, mica quella dei ragazzi con le vespe a marce. Non la realtà dei suoi figli.

Raccontai anche che stavo cercando lavoro come copywriter e lei giustamente non capì. Aggiunsi quindi che cercavo da lavorare in pubblicità e lei pensò subito come attore. L’idea mi piacque e feci sì con la testa, ma rettificai che non era facile data la tanta competizione. La narrazione era da bicchiere mezzo vuoto ma mi divertivo a dipanare la tragica trama col sorriso. Forse era un tentativo di dirle che non aveva capito molto, che si può essere felici anche senza la laurea, senza il lavoro, senza il futuro. Ma non avevo affatto ragione, però manco lei.

Più tardi nonna mi parlò dei Pinaldi, mentre sbucciava il mandarino e disuniva gli spicchi tra di loro. I Pinaldi erano ricchi schiavisti che mia nonna stimava molto e con cui giocava sempre a fare paragoni. Andava a finire logicamente che la nostra famiglia perdeva il confronto. Noi non avevo mai avuto schiavi o maggiordomi e non essendo né medici né ingegneri, era perdere in partenza. Potevo però ascoltare e poi commentare i suoi deliri perché io non avevo nessuna responsabilità dei risultati familiari. Ero bocciato due volte alle superiori e ormai ero a posto, non poteva di certo aspettarsi dei miracoli da parte mia. Poco dopo ci demmo la buonanotte ed andai a letto. Il giorno dopo mi aspettava un colloquio con un’agenzia pubblicitaria, per un lavoro che richiedeva la partita iva e che mi avrebbe dato la possibilità di dubitare, ancora una volta, di questo mondo pieno di possibilità. Io che volevo essere Freddie Mercury, Woody Allen, Ronaldo Nazario De Lima e Dan Harmor messi insieme, mi sentivo per l’ennesima volta un cane, per mia nonna invece come lavoro non era tanto male.

Mi svegliai due ore dopo con un prurito metafisico alle gambe e corsi subito in bagno sbattendo qua e là. Allo specchio scoprii che ero pieno di bubboli rossi, dalle caviglie fino alle chiappe; decisi al volo di andare al pronto soccorso. Svegliai con accortezza mia nonna e sommessamente le dissi che sarei andato a farmi dare una controllata, causa uno strano prurito alle gambe. In realtà avrei voluto piangere e urlare di paura. Per fortuna l’ospedale era vicino casa e andai quindi a piedi. Poco dopo mia nonna mi scrisse che mi avrebbe raggiunto in macchina.

Una volta sceso per strada il prurito divenne insostenibile e pensai di strapparmi di dosso i pantaloni e proseguire il percorso da nudo. Arrivai al pronto soccorso sudato e barcollante di dolore. Dissi chiaramente che stavo per morire.

Pensai che un prurito del genere necessitasse di un nome medico specifico, diverso dal solito. Teorizzai così il “prurito devastante” ma mi scordai di proporlo ai medici. Nel frattempo il fastidio continuava e per un attimo valutai una vita senza gambe, poi mi portarono in un ambulatorio e mi spogliarono.

Il medico e l’infermiera rimasero a bocca aperta. Mi feci dunque coraggio e piegai il collo per guardarmi le gambe: la visione fu terrificante, forse una delle cose più brutte che avessi mai visto, ed era tutta sul mio corpo. Le gambe mutarono in fluorescenti e i bubboli che prima erano rossi diventarono bolle gialle piene di schifo. I medici diventarono tre e le infermiere cinque, tutti quelli che potevano vennero a vedere quello strano episodio. Probabilmente, il materasso in disuso dove avevo dormito, aveva sviluppato negli anni dei batteri poderosi che adesso colonizzavano le mie gambe e davano spettacolo al pronto soccorso. Mi fecero un’anestesia o qualcosa del genere e iniziarono a bucarmi una ad una, tutte le bolle. Poi mi accorsi di mia nonna, in piedi vicino alla porta. Mi pareva un po’ preoccupata, ma credo che il fatto di essere in una stanza piena di medici la tranquillizzasse. Anzi, forse era addirittura emozionata. Io invece ero un po’ frastornato, il dolore diminuiva ma nonostante questo sentivo ancora prudere.

Nonna rimase sull’uscio della stanza e mentre mi bucavano le bolle, si mise a parlare di me con tutto lo staff medico. Mi stava narrando… Raccontava ai medici di chi ero e cosa facevo, ed io iniziai ad imbarazzarmi. Diceva che avevo girato il mondo e imparato l’inglese, che avevo studiato il cinema e che sapevo recitare. Disse anche che nello sport ero forte nonostante le due spalle lussate. Disse poi che ero a Milano per lavorare in pubblicità. Raccontò insomma che non ero niente male. Mi stava facendo sembrare una persona importante, quasi come un dottore.

Poi la chiusero fuori, ed io rimasi da solo con medici e infermieri che guardavano le mie bolle sgonfiarsi una dopo l’altra. Quella che avevo contratto era una forma rara di infezione cutanea, una roba che il medico più anziano in sala aveva visto solo una volta e che per tutti gli altri era una novità. Alla fine dello spettacolo però non ci furono né applausi né standing ovation ma riuscii finalmente ad addormentarmi.

Il mattino seguente lo passai in ospedale per fare alcuni controlli. Riuscii comunque a contattare l’agenzia e a spiegare la situazione in cui mi trovavo. Furono gentili e accettarono di farmi fare il colloquio online. Pensai che farlo dall’ospedale avrebbe dato un’immagine da veterano, di uno disposto a tutto pur di lavorare con loro. Non fu una sorpresa scoprire che la proposta lavorativa faceva schifo ma continua a sorridere e annuire. L’idea del veterano mi sembrò la cosa più stupida del mondo e a quel punto smisi di sforzarmi di far colpo su di loro. Il colloquio finì in poco tempo e con un sorriso posticcio mi congedai. Nel pomeriggio mi dimisero dall’ospedale e quindi salutai medici, firmai qualche autografo e tornai a casa. Raccontai alla nonna dell’insolito colloquio e rimase contenta della mia decisione. A ripensarci anche io rimasi contento, accettare quel lavoro era meglio di nulla.

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Discussioni

  1. Il gap generazionale a volte è difficile da superare, le precedenti generazioni si sono confrontate con un mondo totalmente diverso rispetto a quello attuale. La nonna mi ha fatto molta tenerezza, soprattutto quando in ospedale ha iniziato ad elencare le virtù del nipote. Quando succede, pur avendone fastidio, risulta confortante