
Una piega inopportuna
L’uomo corrugò la fronte acuendo solchi già profondi e alleggerendo per un attimo altri.
Con pollice e indice sfilò dalle labbra screpolate la sigaretta consumata ben oltre la metà. La rigirò fra le dita così che la parte accesa puntasse verso l’alto. Ne soffiò via la cenere, lasciando esposta la brace rovente, studiandola per qualche istante ancora rapito dal bagliore nonostante gli anni.
Estrasse dalla scatola di cartone ammaccata il sacchetto trasparente sigillato, attraverso cui contò quattro rasoi usa e getta. Accostò la punta scoperta della sigaretta all’estremità superiore della busta, osservando il materiale cedevole sciogliersi in goccioline di plastica che una volta fuse lasciarono il posto ad un foro dalla circonferenza quasi perfetta, l’odore di petrolio e chimica a farsi strada con prepotenza lungo le cavità nasali.
Per ultimo avvicinò la confezione alla rastrelliera di metallo, sistemata senza un criterio preciso davanti alla ricca esposizione di pile alcaline a scaffale, e operò affinché una delle astine libere incontrasse il foro, penetrandolo in tutta la sua virilità.
Si allontanò di un passo ed osservò il sacchetto penzolare con energia, carico della forza cinetica appena impressa, i colori sgargianti ad attrarre l’attenzione di chi sarebbe passato di lì.
«Non si può fumare nei luoghi chiusi» lo apostrofò il ragazzino conciato da teppista che aveva guidato il furgone mentre lui osservava il paesaggio fuori dal finestrino, «non sono più gli anni 80.»
«Non sto fumando» rispose distratto l’uomo.
Abbassò lo sguardo sui pantaloni. Vi trovò il segno di una piccola piega inopportuna, frutto di una stiratura affrettata e superficiale. Scendeva obliqua poco sopra il ginocchio per poi interrompersi bruscamente e riprendere in maniera discontinua poco più a sinistra, dando vita ad uno strappo simile a quello che sin da bambino aveva sempre notato sul palmo della mano, lungo la linea della vita.
Se l’era domandato spesso, se a quella linea corrispondesse davvero il significato che qualcuno voleva attribuirgli. O se alla fine non fosse nient’altro che il modo in cui la carne va a piegarsi e sovrapporsi a sé stessa, creando quelle che sulla faccia sia chiamano rughe.
Il punto di rottura però c’era stato eccome, l’avevano scritto su tutti i giornali. E a volere credere a questo genere di cose, era innegabile che la separazione lungo la linea del palmo si trovasse proprio in un punto che, a conti fatti, poteva corrispondere al tempo in cui gli eventi avevano virato verso l’irreparabile.
Si sarebbe potuto verificare con la controparte. Ruotarle la mano verso l’alto e controllare quanto fosse lunga la sua, di linea. Sondarne la superficie glabra con il pollice per verificare se ad un certo punto si potesse intravedere qualcosa: un taglio netto, un segno di chiusura, una qualsiasi evidenza che lei probabilmente non avrebbe saputo interpretare.
Ma come fai, una volta che i fatti prendono una certa piega? Le cose non si possono organizzare così, senza ragione. Mica puoi metterti a scavare, a dissotterrare, a rimuovere viti e far saltare saldature per levarti un dubbio. Ci sono regole di opportunità da seguire. Mica è un film.
I suoi vecchi amici e i familiari avevano avuto tutti di che lamentarsi, di che recriminare. I poveri cristi che ci rimettono sempre e solo loro, le circostanze, il contesto, troppa luce, poca luce, troppa chiarezza, troppi punti oscuri.
Tutti tranne lui. Lui se n’era rimasto impassibile là seduto dietro al banco, con le mani sulle cosce ad ascoltare punto per punto quello che persone migliori di lui avevano da obiettargli.
A domanda aveva risposto, chiunque fosse il suo interlocutore, ma non si era mai spinto oltre.
C’erano state volte in cui chi lo rappresentava gli aveva chiesto se gli fosse chiara la situazione, se avesse compreso la portata dell’accaduto e quello che gli si prospettava davanti per i potenziali anni a venire.
Lui si era sempre limitato ad annuire e a domandare se si poteva andare avanti, portare a termine tutto quello che era in previsione per la giornata e potersene tornare nel buco dal quale era stato strappato via.
Solo una volta, dietro insistenza di chi gli sedeva di fronte, faccia a faccia ad un tavolino rettangolare sotto il fascio di luce algida di una lampada al neon, l’uomo si era spinto ad emettere un sospiro accondiscendente e ad esprimere a parole quale fosse il suo pensiero.
«Quello che stiamo facendo in questa stanza e perché lo stiamo facendo mi è più che chiaro. Mi domando solo se sia altrettanto chiaro a lei».
L’uomo si passò il dorso delle dita sulla guancia, percependo la barba ispida grattargli risoluta le nocche.
Pensò a tutto quello che c’era stato nel mezzo. Al posto in cui era rimasto così a lungo da fargli dimenticare tutti gli altri che non avrebbe conosciuto.
Pensò alla porzione di cielo che aveva mantenuto costante quegli stessi contorni asimmetrici, e al modo in cui un giorno si erano dissolti come a contatto con l’acido, lasciando defluire fiumi di blu in ogni direzione possibile.
Pensò che era trascorso il tempo sufficiente affinché la fanghiglia e il torbido e i sedimenti se ne andassero per la loro strada verso le profondità del mare, trascinati via dalla corrente, riportando alla vista i riflessi sfuggenti di luce che sotto il pelo dell’acqua si rincorrono l’un l’altro, a comporre intricati disegni sopra la superficie levigata dei sassi in fondo ad un fiume.
Pensò che ci fosse spazio perché accadesse di nuovo. Accumulare un po’ di schiuma densa e bianchissima sulle dita, distenderla senza fretta sulle guance e sotto il mento, alla base del collo, attenderne l’azione emolliente sui peli ingrigiti e nel frattempo concedersi qualche minuto del suo tempo contato, per guardarsi allo specchio con un filo di bene ed accennare nuovamente un sorriso.
L’uomo fece un passo in avanti, attese che il sacchetto dei rasoi smettesse di penzolare, esaurendo la forza cinetica accumulata. Allungò il braccio verso la rastrelliera e lo tirò via dall’astina, infilandoselo nella tasca della giacca. Senza badare al ragazzino conciato da teppista.
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È stato come guardare un corto d’autore, che ti spinge a porti delle domande, lasciandoti il compito di trovare le risposte.
Bello e significativo!
Che complimento mi hai fatto Giuseppe! Un’immagine cinematografica era esattamente quello che ricercavo. Grazie!
L’ho letto e riletto, Roberto. E ogni volta acquistava più senso (più sensi). Tra tutte le modalità di scrittura, questa è quella che mi ha sempre intrigato di più (e sei capace di padroneggiare anche quella😱 ti odio!). Credo che la tematica sia il perdono, non quello guadagnato dopo che si sconta una pena regolata dalla giustizia umana, ma quello più ostico che fatica a lavare via una colpa impressa nella coscienza. Oh: poi magari non ho capito una mazza🤣
Hai centrato in pieno il concetto che ho tentato di trattare, questo mi regala una gran soddisfazione. Grazie Nicholas!
No, non credo crei insoddisfazione questa tua “reticenza” come la chiami tu (mi ricoleggo a una delle tue risposte nei commenti precedenti). Anzi. Mi fai venire in mente tutte quelle situazioni in cui il senso non è arrivare da qualche parte, ma godersi il viaggio. In questi caso, godersi la tua scrittura. Con i mille spunti, le mille porticina che ci apri. Il racconto finisce e noi continuiamo. Dobbiamo solo decidere quale strada prendere.
*ricollego
*porticine
Ho scritto senza rileggere. Scusa 😅
Sono contento che il racconto abbia aperto antri e anfratti, alla fine qualcosa da quei pertugi salta sempre fuori. Grazie
Bravo, Roberto. Lo stile del racconto è ricercato, fatto apposta per impegnare il lettore a riflettere sul testo. È un racconto che si gusta, lo si legge e poi lo si rilegge per vedere se sia sfuggito qualcosa. E chissà quanti sono gli uotcome il protagonista di questa storia!
Grazie Francesco, l’idea che venga letto più di una volta è lusinghiera.
C’è da perdersi durante la lettura nei gesti minimali, accurati, lenti, quasi snervanti compiuti dalle mani del protagonista. I suoi pensieri giocano con i movimenti delle dita: i primi ti portano lontano, i secondi ti afferrano e ti rimettono a terra. Dice bene @Melania quando parla di domande senza risposta. Io aggiungo che il tuo racconto è anche un ottimo esempio di finale aperto. Il resto tocca a noi. Bravissimo Roberto.
Grazie Cristiana, dedichi sempre tanta attenzione alle cose che scrivo.
Ciao Roberto, ecco uno dei racconti a cui ci hai abituato tu.
Stavolta non rispondi alle domande neppure alla fine, lasci intuire cosa è successo e ti concentri sui dettagli, trasformandoli in immagini.
Molto bravo!
Grazie Melania, spero che questo mia reticenza nello svelare alla fine non crei dell’insoddisfazione.
Un esercizio stilistico di gran classe. Un racconto in una fotografia allo specchio, quello che non c’è perché al suo posto c’è uno scaffale pieno di batterie. Ma ci sarebbe stato bene. Uno specchio, un lavandino, un rubinetto. Una promessa: il lento raspare della lama sui peli ispidi, ripetuto, fino a lasciare la pelle liscia e molliccia. La pelle di un uomo che è entrato in un buco da giovane e ne è uscito vecchio.
Bello, molto. Ma che te lo dico a fare?
Grazie Giancarlo, ti immedesimi sempre nelle cose che scrivo, ho un debito di riconoscenza con te.
Giammai! Io leggo e se un racconto mi piace, commento positivamente, altrimenti non commento. Giammai dovresti pensare di avere un debito con me perché mi immedesimo nei tuoi racconti! Dovrei poi aspettarmi commenti positivi da te anche su storie che non mi piacciono? No, no davvero. Sono io che ho un debito con te, perché condividi storie che mi piacciono e mi coinvolgono, e io le leggo e le commento direttamente con l’autore, cosa impagabile.
Grazie a te, Roberto!
Ciao Roberto! Come sempre una costruzione magistrale del racconto! Si parte dai dettagli, minuziosi e quasi insignificanti per arrivare a dischiudere la storia senza mai affrontarla veramente! Veramente bravo! , ma non occorre che te lo dica!
Grazie Piergiorgio, trovi sempre belle parole nei tuoi commenti.
Ciao Roberto, benritrovato! Ho letto in maniera molto piacevole il tuo racconto, trovandolo ricco di dettagli e particolari affascinanti. Hai i miei complimenti come sempre!!
E io me li prendo con gran piacere! Grazie Alfredo.
Veramente interessante!
Grazie Kenji!
Bentornato a te, Roberto, ed alla tua affascinante scrittura. Sei un cesellatore, dilati i tempi narrativi facendoci cogliere dettagli normalmente tralasciati. Io leggo e rileggo e mi stupisco. Sempre impeccabile ed efficace tanto che la sola mancanza di un accento appare enorme e dissonante (Per ultimo avvicino). Che dire? Solo ammirazione, consueta, per una grande penna. Grazie!👏👏👏👏
Grazie Giuseppe, i tuoi commenti sono sempre lusinghieri. E grazie per avermi segnalato il refuso in un modo così elegante.
L’introduzione ricca di dettagli introduce gradualmente a uno scorcio della storia di quest’uomo, il cui nome non viene rivelato (il che secondo me da un tocco stilistico interessante).
Mi è piaciuto anche come il finale riprende le scene iniziali, dando un senso di conclusione.
Bravo!
Grazie Nicola, anche per avere notato i dettagli.