Rico, Suave & Lara Compton – Una questione di creanza

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: «Lo vedi che ore sono? Vuoi farti tutta una tirata? Chi cazzo ti aspetta a casa tanto? Rilassati, goditi i lati positivi del mestiere. Com’è andata piuttosto?» «Come vuoi che sia andata? Dice se gliene spediamo una copia a casa.» «Simpatico. Hai trovato da mangiare per Stinky?»

«Fammi capire: davvero hai dato un nome a quell’affare? Non credi che la faccenda ti stia sfuggendo un tantino di mano?»

Il cielo all’orizzonte iniziò a mutare verso quella tonalità di rosso che fa apparire il mondo come immerso in uno smisurato cocktail Martini, rendendo i contorni di ciò che contiene morbidi e sfuggenti. La macchina sobbalzò un paio di volte a causa del manto non ancora completato dai lavori di manutenzione quando l’autostrada numero quattro si immise nella tre, all’altezza di Boscawen, NH, riprendendo poi il suo incedere costante e regolare.

«Dovrò pure chiamarla in qualche modo, ti pare?» disse Rico mantenendo lo sguardo fisso fuori dal finestrino.

«Io avrei continuato a chiamarla ratto di fogna.»

«Suona troppo lungo. Credo che sia lo stesso ragionamento che deve aver fatto tua madre quando ti ha dato il nome che ti ritrovi. Tuo padre le avrà detto “Perché non continuiamo a chiamarlo aborto di culo? In fondo è quello che sembra”, ma lei niente, testarda come un mulo. Sì, dev’essere andata così.»

«In realtà ha continuato a chiamarmici spesso e volentieri a quel modo.»

«Allora lo vedi che mi confermi un’infanzia di merda? La mela mica cade assieme all’albero.»

«Si dice che la mela non cade lontano dall’albero, analfabeta. E in questo caso quell’espressione non c’entra un cazzo con la mia infanzia di merda.»

«Fatto sta che da un’infanzia di merda non poteva che venirne fuori uno stronzo. Tu non hai fame? Io si porco cazzo, una fame del diavolo. Esci alla prossima, offro io.»

«Cosa vuol dire “offro io”? Siamo pagati, genio. Va tutto in nota spese.»

«Eh va beh, vuol dire che questa volta il conto ce lo metto io senza chiedere il rimborso.»

«Che è successo, è morta la zia Jinny? Hai ereditato?»

«Che due coglioni però! Fai passare la voglia alla gente di essere gentile con te.»

«Sarà per questo che mi dicono che sono inaccogliente.»

«Puoi dirlo forte, che cazzo.»

«Non ti agitare. Sto già svoltando.»

Suave uscì dall’autostrada e percorse la quasi totalità di King Street fino a quando, a destra della carreggiata, uno corto braccio d’asfalto li guidò verso un ampio parcheggio pressoché deserto, dove arrestarono l’auto sormontati da un’insegna a quell’ora già illuminata che li informò di essere i benvenuti (e probabilmente unici) avventori dello Smoke Shack BBQ. L’edificio dal tetto spiovente, di un rosso ancora più acceso del cielo che incombeva sulla loro testa, li osservò privo di interesse, indifferente alla loro presenza.

«Ti va bene qua?» domandò Suave dopo aver spento il motore.

«Perché me lo domandi, se tanto hai già tolto la chiave dal cruscotto?»

«Non lo so, un retaggio dell’educazione impartita da mia madre? È il mio modo per dimostrarle quanto abbia apprezzato di non avermi chiamato aborto di culo.»

«Chissà come sarebbe fiera di te se ti vedesse in questo momento. Certo, va bene, vada per la Baracca. Mettiamogli a ferro e fuoco la cucina, che cazzo» disse Rico aprendo lo sportello. Scese dall’auto e si stirò i muscoli del collo, flettendoli a destra e sinistra.

«Aspetta, dove vai?» chiese Suave sporgendosi dalla propria postazione verso quella del passeggero, «Questo coso lo lasci qui? E se ci molla di nuovo una bomba chimica e ci infesta l’abitacolo?»

«Mica ce lo possiamo portare dentro. Hai visto in che cazzo di posto siamo? Capace che ce lo cucinano. Lascia uno spiraglio dai finestrini, magari quando abbiamo finito gli porto qualche avanzo. Non ti offendere Stinky, torniamo presto» disse Rico alla volta dell’animale, inarcando la schiena in avanti con le mani sulle ginocchia, per farsi vedere meglio.

«Dio mio, se lo racconto in giro non ci credono» scosse la testa Suave scendendo a sua volta dall’auto.

«Sia ringraziato il Signore per il dono della pace, restate fuori dai coglioni il più a lungo possibile».


***

Scelsero un lungo tavolo color crema posizionato a fianco della vetrata che dava direttamente sul parcheggio, sedendosi uno di fronte all’altro su divanetti imbotti di un verde acido da far venire il mal di testa.

«Cazzo, ma non ce l’ha un po’ di gusto la gente?» si lamentò Rico guardandosi in giro, con il busto poggiato allo schienale ed un braccio disteso sulla spalliera della seduta.

«Se vuoi glielo facciamo notare e ce ne andiamo» disse Suave aprendo lo sportelletto del telefono per controllare le chiamate.

«No, ho troppa fame, chissà quanto cazzo ci toccherebbe guidare per trovare un altro posto.»

«Ci toccherebbe?»

«Che cazzo hai da lamentarti? Sei tu che hai voluto guidare.»

«Forse perché non hai la patente?»

«Ce l’ho la patente. È solo che in questo momento è in un cassetto della motorizzazione. Dicono tanto che viviamo in un Paese libero ma uno non può farsi nemmeno una birra in santa pace.»

«Si chiama “guida in stato di ebrezza”, deficiente. È una roba seria, avresti potuto mettere sotto qualcuno.»

«Ma fammi il piacere. Come sei melodrammatico. E poi non c’è nessuno in giro a quest’ora. Ha chiamato qualcuno?»

«Nessuno che ti riguardi.»

«Non capisco perché ti ostini a non voler mettere una cazzo di suoneria a quel telefono. A che cazzo ti serve se quando ti chiamano non rispondi mai.»

«Perché la suoneria è una roba da zotici, e mi dà sui nervi. Da quando hanno inventato questi cazzo di cosi li senti suonare dappertutto come se avessimo tutti quanti chissà che cazzo di così importante da dirci.»

«Beh, dove sta il problema se i telefoni suonano, scusa? Sono fatti apposta.»

«È una questione di creanza, di mantenere un profilo basso, di non sentire il bisogno di dover dire a tutto il cazzo di mondo quanto ce l’hai grosso. Anche perché di solito sono quelli che dicono di chiamarsi Big Bamboo che in realtà ce l’hanno piccolo.»

«Non ci posso credere. Con il Duemila alle porte tocca ancora sentire lo stereotipo uccello grosso uccello piccolo.»

«… disse l’uomo con l’uccello piccolo.»

«Se ti studiassero saresti un caso scolastico. L’ennesima manifestazione di un conflitto con la tua figura paterna.»

«Che cazzo c’entra mio padre con le dimensioni del mio uccello?»

«È perché credi di avere ancora qualcosa da dimostrargli. Ma sentendoti inadeguato come figlio per ragioni nelle quali mi guardo bene dall’addentrarmi, riversi la tua attenzione sulle dimensioni falliche, così che lui possa provare orgoglio per la virilità della propria prole.»

«Cameriera! Può sfondare le finestre quando ci porta le liste? Così esce fuori la stronzata che ha appena detto il mio amico e non moriamo tutti schiacciati dall’enormità del suo peso. Che cazzo mi vieni a raccontare? Io non ho da dimostrare un bel cazzo di niente a nessuno, tanto meno al mio vecchio. Detto da te che nella suoneria del cellulare hai messo Macho Man, poi…»

«Che cazzo vuol dire? È perché mi piacciono i Village People.»

«Non ti è sfuggita l’ironia della cosa, vero?»

«Quale ironia?»

«Beh, ti piacciono i Village People…»

«… certo, e pure i Kiss…»

«… dici che Lara Compton era lesbica e per quello si teneva un animale strano in casa; a te piace quell’affare tanto che gli hai dato un cazzo di nome. Non sarò stato bravo a scuola ma a me pare che due più due faccia quattro.»

«Mmh. E la storia del pangolino cosa dovrebbe dimostrare? Che sia a me che a Lara Compton piacciono le donne?»

«Andiamo amico. L’hai detto anche tu che siamo quasi nel Duemila. Non farti imbrigliare dagli stereotipi. Sentiti libero di esprimere la tua vera identità.»

«Ah, come sei prevedibile. Sei tu quello che si fa condizionare dalla società. A me piacciono le donne, ma anche se non fosse così non vedo dove dovrebbe stare il problema. Mi viene la pelle d’oca quanto sento fare certi discorsi.»

«Ma che cazzo vai dicendo? Hai fatto tutto quel casino, hai detto che ti faceva schifo toccare Lara Compton perché era lesbica. Chi vuoi prendere per il culo?»

«Te amico, solo che ti prendevo per il culo oggi pomeriggio, non ora. A me non fanno schifo le lesbiche, e nemmeno le checche. Uno è libero di leccarsi chi e dove gli pare. Te l’ho detto perché non avevo voglia di frugarla.»

«E per quale motivo, scusa?»

«Perché sei stato poco rispettoso nei miei confronti, e non mi andava di farmi comandare da te. E alla fine direi che c’abbiamo guadagnato entrambi.»

«In che cosa ci avremmo guadagnato?»

«Io non ho preso ordini da te, e tu hai potuto toccarle il culo. È la classica situazione win-win. Te l’ho detto, sei un caso scolastico.»

Suave alzò le mani dal tavolo in gesto di resa e si lasciò andare ad una risata rassegnata.

«Gesù Cristo. Non ci posso credere. È per questo che hai messo in piedi tutta quella manfrina di volermi offrire la cena a tutti i costi? Perché ti sentivi in colpa?»

«Beh, l’hai detto anche tu. È una questione di creanza.»

«Porca troia. Io non… Cameriera! Ce le porta le liste e un paio di birre per cortesia o dobbiamo venircele a prendere?»

«Arrivano! Scusate ragazzi, eccomi. Il primo giro lo offre la casa. Per il ritardo.»

«Non si scusi signorina, è comprensibile, con il pienone che avete stasera…»

«Lo perdoni signorina, il mio amico da dello zotico a tutto il mondo, ma è un gran cafone.»

«Non preoccuparti dolcezza. Abbiamo tutti i nostri demoni che ci divorano.»

Serie: Rico, Suave & Lara Compton


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Discussioni

  1. I due protagonisti sono fantastici😆 Lentamente iniziano a delinearsi anche i loro caratteri, le loro convinzioni e persino le loro “etiche” divergenti – pur essendo così contraddittori – e il fatto di non conoscerne alcun dettaglio fisico è assolutamente un valore aggiunto, perché lasci una libertà totale di immaginarne le fattezze. Sempre un lavoro di livello altissimo, Roberto. Complimenti!

  2. ahahaha… che forte che sei Roberto! La scrivi così bene che mi viene da pensarti come uno dei protagonisti! ahahaha… scherzo ovviamente, ma il dialogo è così fitto e credibile che sembra un vissuto e c’è tutta la tua bravura!!! Come sempre un abbraccio ma ci aggiungo un inchino! Bravo!

    1. Eh eh, alla fine poi, a rileggere a mente fredda, non posso non pensare che aspetti della mia personalità non debordino dalle dita alla carta. O meglio dalle dita allo schermo. Grazie Giuseppe, sei sempre incoraggiante 😘.

  3. Beh, ecco spiegato perché vedo le serie tv solo quando sono abbondantemente terminate: per potermi gustare gli episodi uno dietro l’altro senza doverne attendere l’uscita settimanale.
    E ora sono rimasto con quei due stramboidi seduti al tavolo della “baracca” con il menù in mano. Mi sa che mi tocca aspettare per vedere come prosegue. 😄

    1. Maledizione che bel complimento. E mi tocca confermarti che purtroppo dovrai attendere un po’ di più, questo weekend sono ai seggi e non riesco ad andare avanti. Dannata democrazia. Grazie per esserci sempre!
      Ps: scherzo, viva viva viva la democrazia!

      1. Ogni volta questi due personaggi mi fanno sorridere e mi spiazzano con le loro contraddizioni perfettamente coerenti con la loro “personalitá”. Mi domando sempre chi sia e soprattutto come sia chi li ha ingaggiati.
        Bravo Roberto.

  4. Bravo come sempre, Roberto. Nei dialoghi di questo quarto episodio ho notato una cosa in più, o è una novità o mi era sfuggito prima: i personaggi sono, a tratti, paradossali. Killer che si preoccupano di poter fare del male a qualcuno se si guida in stato di ebbrezza e criminali rozzi con un linguaggio che diventa di botto abbastanza forbito, per poi tornare rozzo. Penso che tu ci abbia lavorato su questi particolari.
    Il fatto di indicare lo stato con la sua sigla invece che per esteso è una scelta anche questa?

    1. Francesco, quante gioie mi regali con le tue osservazioni, non ne hai idea.
      Si, quella del paradosso è una scelta precisa, che ho inserito a livello molto superficiale negli episodi precedenti e che qui ho voluto acuire, quasi i due si rilassassero e si mettessero a nudo in un momento di relax.
      Partendo dal presupposto che si tratta appunto di una situazione grottesca, con il preoccuparsi della guida in stato di ebrezza, ad esempio, ho voluto scindere il personaggio killer professionista, che considera l’uccidere semplicemente come un lavoro, dal personaggio che smessi i panni dell’assassino si sente soggetto alle stesse regole di civiltà alle quali siamo soggetti tutti.
      Con il parlare utilizzando linguaggi più forbiti, ho voluto giocare sulla dualità di un personaggio rozzo (hai usato un’espressione perfetta) come Rico che nonostante la professione anche per lui, e nonostante la sua natura, è capace di produrre pensieri che non ti saresti aspettato provenissero da uno così. Un po’ come quando ti si intasa il cesso e viene fuori che a tappare tutto era un diamante incastrato nelle tubature. Anche se personalmente non mi è mai capitato. 😂
      E per la questione degli Stati in sigla e non per esteso, non so, mi è sempre sembrato di vederli scritti così.
      Scusa il pippone, è che io nel behind the scene mi ci diverto spocchiosamente!
      Grazie Francesco!

  5. Se posso esprimere la mia preferenza, il mio asse si sta spostando verso Rico. Non per ciò che lui ‘confessa’ al tavolo, ma perché mi pare più ‘sottile’. Non so dire, ma ho l’impressione che abbia l’intelligenza di colui che sa condurre il gioco a suo piacere. E, mi faccio un po’ i fatti tuoi, credo che anche tu lo preferisca e ti stia divertendo un mondo a torturare il povero Soave che, a mio parere, sta cominciando a sbarellare. E la pangolina?

    1. Come si dice quando hai due figli? Che li ami tutti e due, certo… ma è indubbio che con uno si possa avere più affinità che con l’altro.
      Non c’è niente da fare Cristiana, non ti posso nascondere nulla!

  6. “Il cielo all’orizzonte iniziò a mutare verso quella tonalità di rosso che fa apparire il mondo come immerso in uno smisurato cocktail Martini, rendendo i contorni di ciò che contiene morbidi e sfuggenti. “
    Qui hai dipinto un capolavoro

  7. Magistrale il finale con la tipica saggezza delle cameriere da tavola calda, mentre la pangolina finché può riposa le sue orecchiette in auto… riesci sempre a farci divertire ricordandoci che ridere è una cosa maledettamente seria. Non so come fai, ma ogni volta ti superi. Mi chiedo cosa combineranno ancora questi due…

  8. “Il cielo all’orizzonte iniziò a mutare verso quella tonalità di rosso che fa apparire il mondo come immerso in uno smisurato cocktail Martini, rendendo i contorni di ciò che contiene morbidi e sfuggenti.”
    Eddài così ti tiri gli applausi a scena aperta! 👏 👏