Rivelazione (The Scarecrow – 3)

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: The Scarecrow - Capitolo 3

Gabriel si trovò costretto a sedersi all’ombra di un acero. La schiena gli doleva, e il viso gli pulsava nel punto in cui suo padre lo aveva colpito. Portò le dita – troppo callose per un ragazzino della sua età – sulla guancia, e le ritrasse di scatto, mentre stringeva i denti e gemeva per il dolore. Doveva essersi scottato, perché tutta la faccia gli bruciava; opera del sole ormai calante.

Jerome continuava a raccogliere patate. Quanto doveva affliggerlo, quella povera, vecchia schiena. Gabriel rimase ad osservarlo. Riempiva il sacchetto di tela, ma solo fino a metà (probabilmente a riempirlo si sarebbe stancato troppo), poi si tirava su con un movimento lento, che lasciava trasparire tutto il dolore che provava alla spina dorsale. Stava fermo per qualche secondo, poi si dirigeva zoppicando verso il carretto. Svuotava il sacco e tornava al punto dove era rimasto con la raccolta. Avanti e indietro, così per tutta la giornata. Gabriel provava tristezza, quando pensava che in realtà gli ultimi sessant’anni della sua vita erano stati un avanti e indietro dal carretto.

Portò di nuovo la mano al volto, toccandosi la guancia con i polpastrelli della mano destra, questa volta prestando più attenzione, e infatti gli fece meno male.

“Gabriel ha preso una brutta punizione, eh?”

L’ombra di Jerome gli si proiettò addosso. Gabriel alzò lo sguardo posandolo sul viso del vecchio, aspettandosi una spiegazione di come si sentiva e su cosa avrebbe dovuto fare. Sebbene non avessero una grande confidenza – i moniti di suo padre, di non fare amicizia con i negri lo trattenevano – Gabriel dentro di sé vedeva in Jerome una figura simile al nonno. E infatti, il vecchio proseguì. Si sedette accanto al ragazzo, il quale lo sentì gemere a denti stretti. Il vecchio prese posto sulla terra, poi si prese un attimo per riprendersi, un’espressione velata di sollievo sul volto.

“Il mondo è pieno di uomini prepotenti” disse, escludendo volutamente di specificare che il padre del ragazzo era uno di loro. “Se la prendono con le persone più deboli. Questa è una… una costante, nella storia degli uomini.”

Gabriel osservava le sue grandi mani nere gesticolare all’ombra del crepuscolo. “Cosa vuol dire che è una costante?”

Il vecchio sorrise, asciugandosi la fronte con il fazzoletto ormai fradicio. “Vuol dire che succede sempre così. Succede da tanti anni la stessa cosa.”

“E perché non imparano mai? Gli uomini, intendo.”

Quello sguardo curioso, intelligente. Il vecchio pensò che ne avrebbe fatta di strada, il ragazzo.

“Alcuni uomini sono abbastanza intelligenti da capirlo…” disse il vecchio, fermandosi e ragionando su come continuare.

“Beh, si potrebbe insegnarglielo” si intromise il ragazzo.

Il vecchio rimase sorpreso dall’innocenza di quella frase. Restò a bocca aperta, fissandolo negli occhi. “Certo, si potrebbe provare a spiegarglielo. Probabilmente qualcuno di loro capirebbe…”

Stavolta il ragazzo non si intromise nei suoi pensieri, ma era impaziente. Finalmente, il vecchio continuò: “Altri uomini, però, non lo capiscono perché la loro fame li acceca. Gli impedisce di ragionare nel verso giusto.”

Gli occhi del ragazzo si illuminarono, come se avesse trovato la soluzione geniale a un caso cruciale. “Noi abbiamo dei campi grandissimi!”

Il vecchio non seppe trattenersi e rise, facendo un gran baccano, smettendo solo dopo aver notato che il volto del ragazzo si stava incupendo. Aveva abbassato lo sguardo.

“Ehi, ragazzo, stavo solo scherzando. Il fatto è che mi hai frainteso: questi uomini non hanno fame di cibo. Anzi, molti di loro non ci fanno nemmeno caso, perché sono molto ricchi e possono mangiare quanto vogliono. Hanno fame di altre cose.”

“Quali cose?”

Il vecchio ci pensò su un attimo, guardando il tramonto. O forse stava osservando lo spaventapasseri. Il suo volto, scuro come il carbone e solcato di rughe profonde come canyon, s’incupì. Sembrava voler dire qualcosa, ma allo stesso tempo si chiedeva se fosse opportuno raccontarla a un ragazzino. Talvolta la medicina è amara, ma poi il male passa ed è questo che conta pensò.

“Potere, denaro. Fama…” disse distratto.

Il ragazzo non rispose, ma aveva notato qualcosa nel vecchio. “Cosa c’è che non va?”

Nessuna risposta. Ora ne era certo, Jerome stava fissando lo spaventapasseri.

“Allora?”

Il vecchio si voltò, e per la seconda volta si fissarono negli occhi. Un vecchio dalla pelle scura, schiavo. Un ragazzino, bianco ma arrossato per le scottature, libero. Così diversi, ma così vicini. Il volto di Jerome si faceva sempre più severo, e quello del ragazzo lo seguiva nella stessa direzione, come una prova di forza. O forse, era la consapevolezza che, per certi versi, si trovavano nella stessa situazione, e conveniva agire di comune accordo. E allora cosa gli impediva di raccontare ciò che aveva sulla punta della lingua?

Si tratta di quello che è bene per il ragazzo, o di quello che vuoi tu? O che pensi di volere. Sicuro di non essere accecato, proprio come gli uomini di cui hai predicato poco fa? Ma che sto facendo…

Il vecchio distolse lo sguardo e Gabriel continuò a fissarlo. Il silenzio si protrasse nell’aria placida che ormai si stava scurendo per l’arrivo della notte. Agatha si era seduta poco più in là, anche lei molto affaticata. Pareva non prestare attenzione alla conversazione tra i due.

Sì. È la cosa giusta.

“Senti, ragazzo” disse il vecchio, avvicinandosi.

Gabriel non batté ciglio, lo sguardo duro. Aveva capito che si trattava di un momento importante e ne capiva il peso, anche se ancora non ne immaginava le conseguenze. Questo diede a Jerome la conferma che, probabilmente, poteva confidarsi con lui, ma non riusciva comunque a vincere la lotta interna a se stesso. Si sentiva come se stesse per consegnare un fucile carico a un ragazzino. Alla fine scelse, d’impeto e senza esserne affatto convinto, di parlare.

“Lo vedi lo spaventapasseri, laggiù?”

Il ragazzo non si voltò nemmeno a guardare l’uomo di paglia, e annuì.

“Bene. Tra di noi, si dice che se si compie un’azione su un oggetto pensando, con tutta la volontà di cui si è capaci, che quell’oggetto sia in realtà un altro oggetto… l’azione che si compie realmente avverrà sull’oggetto immaginario.”

Ancora silenzio. Ora, chiunque avesse osservato la scena da vicino, avrebbe senz’altro notato la differenza delle espressioni sui loro volti. Il ragazzo aveva mantenuto il suo sguardo grave, quasi fuori luogo per la sua età. Il vecchio, invece, aveva l’espressione di chi ha commesso un delitto e si è pentito delle sue azioni. Era sull’orlo di una crisi di panico e sembrava sperare che il ragazzo non chiedesse nulla, che la conversazione finisse lì, dove l’aveva lasciata lui.

Tuttavia, egli stesso si era detto che il ragazzo era sveglio. E infatti, chiese: “Questa cosa che hai detto, funziona anche se mi immagino una persona?”

Jerome ora affannava, e guardava Gabriel con timore. Nell’aria si avvertiva una forte tensione; da lontano giunsero dei tuoni.

“Piove!” Era Agatha che li avvertiva. Li guardò per un istante e, notando che non sembravano ascoltarla, si incamminò da sola verso la fattoria.

Poi, Jerome si alzò di scatto, e fece per avviarsi in direzione della fattoria, ma si fermò.

“Gabriel.”

“Sì, Jerome?”

Esitò, nel suo modo di trovare le parole. Lo sguardo era di autentico terrore. “Quella cosa che ti ho appena detto… ha un prezzo.”

Gabriel lo guardò, muto. Jerome sostenne lo sguardo per qualche istante, poi si incamminò seguendo Agatha. Il ragazzo rimase dov’era, da solo, ascoltando le prime gocce infrangersi contro le foglie degli alberi. E annusando l’odore della terra umida misto a quello di zolfo proveniente dai fulmini, che iniziavano a scatenarsi minacciosi sopra le loro teste.

Era un odore di morte.

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


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Discussioni

  1. Un episodio significativo per la trama e molto intrigante per il lettore.
    La figura dello spaventapasseri rimane ancora sullo sfondo, ma ho l’impressione che tra non molto diventerà assolutamente centrale.

  2. Ciao Nicola, molto bello il dialogo tra Gabriel e Jerome e la lotta interiore di quest’ultimo, i suoi dubbi e la fiducia verso quello che è ancora un bambino, seppure già costretto ad affrontare la crudeltà. Sono molto curiosa di scoprire che svolta prenderà la storia.

  3. Questo terzo episodio ha fatto salire l’interesse per questa storia. Sono stata sempre attratta da quel che si racconta su certi poteri della mente che credo abbia davvero un potenziale enorme, attraverso la forza del pensiero, anche se non so con certezza fin dove possa arrivare.
    Di sicuro vorrei arrivare a leggere anche i prossimi episodi di questa serie e credo che saranno tutti molto interessanti, fino all’ultimo.

    1. L’introduzione di questo elemento “magico” aggiunge ancora più incertezza, non trovi?
      Quella che Jerome racconta a Gabriel è solo una leggenda che non avrà alcuna conseguenza? O invece è una cosa vera? E quanto grandi potranno essere le conseguenzze?

  4. In questo episodio ho ritrovato una sorta di pace, anche se vera pace non è, dopo le inaudite violenze descritte nei precedenti. Questo dialogo apre una ‘porta’ nella mente del ragazzo, quasi uno spiraglio di salvezza. Ciò che Jerome gli consegna fra le mani è una sorta di bambola voodoo. Mi chiedo quanto Gabriel sarà in grado di utilizzarla senza arrecare danno a se stesso. La storia si fa veramente interessante.