Una sigaretta

Come da rito, dopo pranzo mi preparo un caffè, prendo un cubetto del mio cioccolato preferito e mi accingo alla scrivania, dove la mia peggior nemica mi aspetta: la macchina da scrivere. Ormai sono settimane che provo a scrivere uno stralcio che mi soddisfi, ma niente la mia mente non vuole collaborare e rimango lì fermo a guardare quel pezzo di carta che appassisce come un fiore incolto. Preso dallo sconforto vado a prendere il mio pacchetto di Camel Blue, lui non mi ha mai deluso, sempre pronto a darmi conforto e pace, al prezzo di un piccolo sacrificio. Di sigarette ormai ne sono rimaste poche, quindi penso di godermela in finestra, forse anche sperando che mi schiarisca la mente e faccia da musa.

La luce mi dà vita nuova, il venticello mi culla e con lei la mia musa, una volta ripresa la ragione, vedo la vicina. Era concentrata, con la sua solita diligenza, a ricucire l’orlo dei pantaloni del marito, quel pover’uomo sempre più consumato dal suo lavoro. La vicina con la sua forte presenza, quella che hanno poche donne, non la si ottiene è un’aura con cui ci nasci e che si amalgamava perfettamente con i suoi segni del tempo, marcati dai raggi del sole. Dentro la casa c’era il suo allievo, quel bambino era famoso per la sua iperattività, come a dimostrarsi invece di esercitarsi al piano, stava giocando a fare il mimo con delle pinze, fingendo di prendersi il naso. Ma la vicina, con fare autoritario lo sgridò e lui incominciò a piagnucolare parole che mi fu difficile sentire, ma dai suoi movimenti non più da mimo, ma da poppante potei intuire. Contava gli spartiti, come per mostrare l’arduo compito assegnato fosse impossibile da svolgere, ma con fare la donna lo strinse e sussurrando delle parole come per magia, il bimbo si asciugo le lacrime e lei andò a mostragli la melodia.

Da quel salone incominciò a intonarsi una splendida melodia, se la mia memoria non mi inganna, dovrebbe essere Träumerei di Schumann. Questo mi portò a pensare ai sogni che avevano avuto quelle mani, speranze per un futuro migliore, una carriera. Dai pettegolezzi delle comari, che si radunavano al parchetto di sotto, la mia curiosità fu catturata da quella storia: si diceva che da giovane fosse una talentuosa pianista, ma poi rapita dall’amore per un uomo, lasciò tutto. Ma la cosa incredibile era che quell’uomo non fosse il marito, lui era soltanto un rimpiazzo, un uomo sottomesso che manteneva una donna che non sapeva far altro che suonare, niente che a che vedere con una moglie modello di questi tempi. In cuor mio, non credevo che lei non lo amasse, forse una volta in un tempo passato, perché nessuno si accorgeva del suo sguardo e cura con cui cuciva quei pantaloni.

Oramai disperato, ho concluso la mia cena e mi accingo ad andare a dormire, ma non prima di finire l’ultima gioia nel pacchetto. Mentre l’accendo vedo la vicina, ma non più con quell’aura di forza, ma debole e malinconica che mentre tiene stretta la sua sigaretta rosicchia un dito. Il suo sguardo è fisso nella notte del vuoto sottostante, come un abisso, ma colmo dei tuoi ricordi che puoi riuscire a vedere solo grazie a quest’intimità della notte. Quel magico momento viene interrotto dal marito che con dolcezza la consola e la porta dentro. Con questo passa ancora una giornata, in cui non ho scritto niente, se non una buona scusa per giustificarmi con il me stesso che proverà il giorno seguente.

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