Una situazione insopportabile

Serie: Due bastardi pelosi


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Due piccoli, amorevoli cani volpini mettono fine alla serenità di un uomo comune...

Era ormai aprile inoltrato quando decisi di affrontare la situazione. Avevo sperato che cambiasse qualcosa con il passare dei giorni, e in effetti qualcosa era cambiato. In peggio. Se durante le giornate di fine inverno i due piccoli bastardi uscivano nel piccolo cortile della casa di fronte solo nelle ore più calde, da alcuni giorni vivevano praticamente fuori. Non era un problema al mattino, sia perché né io né Francesca eravamo a casa se non in qualche rara occasione, sia perché quando i due cani non erano supportati dalle presenze umane difficilmente li si sentiva abbaiare. Non era un problema il sabato e la domenica, perché di solito la casa di fronte si svuotava di ogni forma di vita, umana e animale. Devo dire che durante i fine settimana, quando in casa erano presenti anche gli adulti, il problema si presentava in modo molto ridotto: i due bastardi abbaiavano solo quando qualcuno passava davanti al loro cancello. Il vero dramma si svolgeva durante i pomeriggi di tutti gli altri giorni, quando il ragazzo e la bambina rientravano da scuola: era in quel momento che i due piccoli mostri quadrupedi iniziavano a dare il meglio di sé, abbaiando e latrando a ondate di qualche minuto intervallate da spazi di silenzio che facevano sperare che il peggio fosse passato. Quei momenti di silenzio tuttavia non facevano altro che accrescere il senso snervante di attesa dei nuovi lamenti canini.

Uscii da casa e attraversai la strada per andare a scambiare due parole con i miei vicini.

«Mio padre e mia madre non ci sono mai al pomeriggio. Non ci sono mai!» disse il ragazzo con cui iniziai a parlare al di là della cancellata che proteggeva la villetta. «Arrivano tipo alle diciotto e quaranta.»

Odioso adolescente brufoloso, pensai. Diciotto e quaranta, non sette meno venti oppure intorno alle sei e mezza oppure un po’ prima delle sette. Diciotto e quaranta. Anzi: tipo diciotto e quaranta. Parlavo da meno di trenta secondi con questo caso umano e avevo già raggiunto il limite della tollerabilità. E intanto i due cani non la smettevano neppure per un attimo.

«Non lo conosci! Non parlare con lui!» La voce che urlava dalla porta di ingresso della villetta era di una bambina, la sorella dell’adolescente che avevo di fronte. Giusto, pensai, non aprire a nessuno se non lo conosci; non dare confidenza agli estranei.

«Zitta! Torna dentro! È il tipo che abita là» disse indicando con il pollice in direzione di casa mia. «Vuole parlare con papà.»

Il tipo

«Non c’è. Arriva più tardi. Anche la mamma arriva più tardi» sentenziò la bambina.

Tipo alle diciotto e quaranta.

«Sì… torna dentro: gliel’ho già detto io!» le urlò il ragazzo.

«Posso parlare con te, se vuoi» proposi.

Mi guardò alzando il mento. Un invito ad andare avanti, evidentemente.

«Vedi» iniziai dopo aver inspirato ed espirato profondamente «il pomeriggio io lavoro nel mio studio che è proprio là, dietro quella finestra. E purtroppo per tutto il pomeriggio i tuoi cani abbaiano. Dovresti farli smettere. Ti rendi conto anche tu che è persino difficile parlare in questo momento se questi due… se questi due cagnolini continuano ad abbaiare?» Tentavo di mantenere la calma, di ricordarmi che stavo comunque parlando a un ragazzo e che in qualche modo in quel momento ero io a invadere il suo spazio.

«Beh? Abbaiano… sono cani. Io non posso farci niente. E poi non sono miei, sono di mia madre e di mio padre. Parla con loro quando sono in casa.»

Tipo alle diciotto e quaranta.

Tornò ad occuparsi del suo smartphone e mi lasciò lì senza possibilità di replicare.

Il pomeriggio continuò come al solito: portai avanti il mio lavoro chiudendo la finestra dello studio. Soffrivo, ma lasciarla aperta avrebbe minato la mia già precaria stabilità mentale.

I due bastardi continuavano ad abbaiare.

Quella sera non parlai con i genitori del ragazzo e della bambina. Non parlai con loro il giorno dopo, né nei giorni successivi. A dire il vero trascorsero alcune settimane tranquille: la seconda parte della primavera ci regalò giornate uggiose e fresche che permettevano di lavorare con le finestre chiuse e talvolta con il riscaldamento acceso. Aprile ci salutò così. La prima metà di maggio si presentò allo stesso modo. Poi tornò la primavera con qualche promessa di estate: il tepore dei pomeriggi di fine maggio permise di spalancare le finestre da cui finalmente potevano entrare aria e luce… e l’ossessionante, sgradevole, squittente, irritante emissione laringea dei due stronzi a quattro zampe.

Arrivò anche giugno presentandosi con temperature finalmente estive.

«Hai parlato con i vicini?» mi chiese Francesca una sera mentre stavamo sorseggiando la terza e la quarta birra della confezione da sei.

«Dopo l’incontro con lo stronzetto brufoloso di due mesi fa no» risposi. «Domani ci riproverò, nel tardo pomeriggio, così troverò qualcuno con un po’ di cervello… forse.»

Non fui io a cercare loro il giorno dopo, ma furono loro a cercare me.

Era una giornata particolarmente calda. Lavorare con le finestre chiuse era opprimente. Il calore estivo era sopportabile e piacevole solo nel mezzo del flusso di una corroborante corrente d’aria.

Rientrai a casa dopo le lezioni del mattino e alle due del pomeriggio, giusto il tempo di consumare un veloce pranzo, ero seduto alla scrivania per correggere gli ultimi lavori dei miei studenti prima della chiusura dell’anno scolastico. I due bastardi non davano un attimo di tregua. Per quanto non era mia abitudine provai a lavorare ascoltando musica a un volume che permettesse di coprire i latrati dei due vermi con la coda. Non funzionava, anzi, la musica ad alto volume mi distraeva e comunque non riusciva assolutamente a coprire i versi animali. Spensi la musica e provai a concentrarmi il più possibile su ciò che stavo scrivendo. Era impossibile. Chiusi la finestra e la situazione divenne più sopportabile, ma dopo qualche minuto la mancanza della corrente d’aria si fece sentire.

«No, no, NO! Cazzo… NO!» imprecai battendo i pugni con forza sulla scrivania.

Serie: Due bastardi pelosi


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Capisco molto bene il protagonista, dato che dalle mie parti ci sono un paio di cani che, soprattutto d’estate, abbiano senza sosta tutto il giorno fino a sera inoltrata.
    La storia procede molto bene, mantenendo alto il coinvolgimento. 👌

  2. Il crescendo che diventa progressivamente parossistico si sente arrivare tutto. Il ragazzino odioso e la bambina pignola e petulante ci hanno messo la benzina accanto, è tutto pronto per esplodere. Passo al prossimo episodio, devo leggerlo subito.

  3. Entrambi i primi due episodi sono godibilissimi. Racconto geniale, antipatici i cani e persino i bambini. La morte della moglie mi fa pensare che sia anche e non solo un racconto noir, ma ironico. Molto bene!

    1. Ti è mai successo di trovarti con un cane che abbaia per tutto il pomeriggio mentre stai cercando di concentrarti? In quel caso diventano TUTTI antipatici!
      Grazie per il tuo commento!

  4. Tipo alle diciotto e quaranta…in questa frase, ripetuta più volte, ho ritrovato un geniale espediente per raccontare la rabbia del protagonista che monta.
    Mi è piaciuto molto il ruolo che dai al tempo meteorologico: la primavera uggiosa rimanda ancora di un poco ciò che deve accadere. Come se in qualche modo l’inevitabile fosse guidato dal caso…e sale la tensione per il prossimo episodio.

    1. Ciao! Sai quando ti entrano in testa alcune parole o modi di dire che non sopporti… Per quanto cerchi di farlo, non riesci a scrollarteli di dosso.
      Vedrò di far salire ancora un po’ la tensione…
      Grazie per la lettura!

    1. il confronto generazionale esiste da sempre (per fortuna). E da entrambe le parti lo si vive come l’unico punto di vista corretto. Forse però ci sono momenti in cui si esagera un tantino…
      Ciao Melania e grazie per il tuo commento!