Una splendida giornata

Fu il primo di marzo del 1993 che decisi di non andare a scuola.

Ricordo come fosse oggi. Erano le sette e mezza di un lunedì di pioggia. Nella mia cameretta posai sul letto lo zaino Invicta ricolmo di libri pesanti come mattoni; poi lanciai uno sguardo sconsolato alla finestra, e quelle nuvole grigie  cariche d’acqua mi invasero dentro.

Ripensai a tutte le interrogazioni che mi attendevano: chimica, latino; agli allenamenti di pallanuoto; ai colloqui coi professori appena trascorsi, «Signora, suo figlio è intelligente ma non si applica. Sta sempre con la testa altrove. Ma a cosa pensa?».

Eh, lo sapevo io a cosa pensavo. Pensavo, giorno e notte, a quella disgraziata di Veronica Marchesi di terza A – della quale ero stracotto – e che mi guardava come se fossi uno stronzo di cane mollato sull’asfalto. Né più né meno.

No. Troppo lavoro per un essere umano solo. Qui urgeva prendere dei seri provvedimenti.

Attenzione, non è che volessi smettere di studiare definitivamente: a casa mia l’abbandono degli studi non era contemplato, le conseguenze sarebbero state terribili. Dai lavori forzati in un campo di cotone all’arruolamento nella Legione straniera.

Ma a me bastava solo una piccola pausa per rimettermi in forze. Già, quello di cui avevo bisogno in quel momento era solo di un po’ di tempo libero per me. Lontano da pressioni familiari, borbottii professorali e ragazze bastarde. Lontano dall’uggioso mondo degli adulti, fatto di ansia e routine.

All’improvviso un’idea di evasione mi sfiorò la mente. Saranno stati lo stress, la paura dei voti o la recente lettura di ‘Elogio della fuga’ di Henri Laborit, quella frase com’era? ah sì: 

“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”.

Ecco che l’idea di saltare la scuola mi venne da quel coacervo emotivo di stanchezza e paranoia in cui ero già immerso, mani e piedi, alla tenera età di sedici anni.

Bucare, marinare, bigiare, fare forca, fare sega, fare filone. Fare puff… insomma in qualunque modo lo diciate nel vostro dialetto, questa fu l’idea geniale che mi balenò nella mente quel dannato primo marzo del ’93.

L’amigdala diminuì la sua attività stressoria, il cortisolo calò in modo repentino, i muscoli si distesero.

Quel profumo di libertà mi procurò subito una benefica sensazione di relax.

Che fesso. Ma perché non c’ho pensato prima?, ruminai fischiettando, mentre mi annodavo la cravatta (sì, a scuola a noi era richiesta la divisa).

Nel frattempo, fuori aveva schiarito, magicamente, e un timido sole marzolino sembrava assecondare il mio delitto.

Infilai la giacca bleu e la porta di casa trillando «Vado a scuolaaa». 

Ma una volta sullo scooter, dopo essermi accertato che nessuno mi avesse visto, presi la direzione opposta all’istituto.

Oggi non ho tempoo

Oggi voglio stare spentoo

Raggiunsi il mare cantando a squarciagola ‘Vivere’ di Vasco Rossi, uscita da pochissimo.

Ero euforico come quando vinsi il torneo di Dungeons & Dragons del quartiere.

Certo, un po’ di sana paranoia di essere scoperto restava. Dopotutto la mia era una città di provincia, dove anche le mura avevano occhi e orecchie, e il mio Super-io bifronte, con metà faccia di mio padre e metà di mia madre, sapeva benissimo che stavo trasgredendo una regola sacra.

Ma quella mattina mi sentivo libero e felice. E sarei andato in culo pure al diavolo.

Arrivato alla Marina, parcheggiai lo scooter davanti al mare. 

Ora però si prospettava un problema: dovevo comunque organizzarmi per passare la mattinata.

Capirai, al mare d’inverno ci sarò solo io e qualche pescatore a saccheggiare telline. Mmm, sai che palle. 

Per un attimo pensai con sottile nostalgia ai miei compagni di classe chini sui libri a tradurre dal latino. 

Ma mi passò subito.

Mi frugai nelle tasche, da cui mi uscirono ben cinquantamila ricche lire (evvai con l’onomastico, grazie zio!). 

Intanto facciamo colazione, poi ci pensiamo.

Mi avvicinai all’unico bar aperto, una bettola con le mura usurate dal salmastro.

Spalancai la porta come un cowboy nel saloon e…lo trovai stranamente pieno di gente.

«Albi, Manzo, Gabri Cesco Nicolino…ma voi…ma voi…che cappero ci fate qua?!»

Iniziammo a ridere a crepapelle, e a prenderci a testate nello sterno.

«Ahahah, v’immaginate la faccia di quella stronza della Rinaldi quando all’appello ha trovato mezza classe vuota, ahhaha!»

«Rinaldi vecchiaccia, sai dove te lo devi mettere il tuo Cicerone?! Ahahah!», e giù di nuovo con pacche sulle spalle, ganascini e schiaffetti sul collo, mentre il barista con gli occhi al cielo ci domandava se volessimo il cappuccino o direttamente delle birre.

Ovviamente optammo per un giro di Corona, che poi si trasformarono in Ceres e infine in Du Demon.

Alle nove e mezzo di mattina eravamo già tutti ubriachissimi.

In quello stato acquistammo un pallone Tango dall’unico giornalaio aperto e, infine, ci riversammo sulla spiaggia deserta. Giocammo a pallone per un po’, crossando e dribblando. 

Poi i fumi dell’alcol ebbero il sopravvento, e ad uno ad uno cademmo riversi sulla sabbia in un torpore vicino al coma.

Quando riaprii gli occhi ero da solo sulla spiaggia.

«Noo, che figli di puttana! Se ne sono andati tutti!!» sbraitai ad alta voce mettendomi in piedi e pulendomi la bocca dalla sabbia.

S’era alzato un vento freddo, il mare ristagnava placido, e il sole emanava una luce strana.

L’orologio non mentiva: «Merda, sono le cinque del pomeriggio!»

L’amigdala si mise subito al lavoro regalandomi un principio di panico.

Mi pulii alla bell’e meglio dalla sabbia e saltai sul motorino alla bersagliera, mandandolo a manetta.

Giunsi a mèta che si accendevano i primi lampioni.

Se a casa c’è qualcuno sono fritto, pensai con raccapriccio. 

Mi affacciai furtivamente da dietro un muro per vedere se c’era qualche luce accesa in casa.

Tutto buio, bene: i matusa sono ancora a lavoro, via libera.

Una volta dentro mi spogliai alla garibaldina e mi ficcai sotto la doccia.

Mentre sotto l’acqua calda mi toglievo di dosso il vento freddo del mare, 

ripensai sorridendo a quella splendida giornata.

Una splendida giornata

straviziata, stravissuta senza tregua, cantai.

Uscito dalla doccia trovai mio padre che si toglieva la camicia.

«Ciao pa’,» dissi fischiettando.

«Ah, sei qua. Come è andata a scuola?»

«Ah benissimo. Ho preso otto in latino.»

L’ultima cosa che vidi fu mio padre sollevare una sedia per lanciarmela.

E mia madre urlare: «Fermo, così lo uccidi!»

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ha una voce viva e trascinante, divertente e malinconica insieme. Il senso di libertà adolescenziale funziona proprio perché è breve e incosciente, e il finale a casa riporta tutto a terra in modo secco e riuscito.

  2. Un racconto ironico e leggero con un finale che sfiora il dramma. Mi hai fatto rivivivere le nostre “vele” (da noi si diceva così), quando andavamo in “cricca”, alla spiaggia del Poetto, a Cagliari, e la professoressa di lettere, in una classe mezzo vuota, faceva l’ appello con le lacrime agli occhi.

    1. Ahh che fortunati nella stupenda Cagliari, e poi al Poetto. È vero voi dite fare vela, bellissimo.
      Ho tanti amici a Pula.
      È ancora aperto lo Gnarlis Cabana?
      Grazie di essere passata e sono contento di averti fatto ricordare. Ciao!

  3. Racconto vivo, autentico, con una voce narrante forte e una memoria emotiva credibile.
    L’equilibrio tra ironia, nostalgia e brutalità adolescenziale è centrato.
    Funziona perché sembra ricordato, non ricostruito.