UNA STANZA PER DUE

Aldo dice che mia madre  puzza. Lo dice come si dice “umidità” o “muffa”, senza tono: «Tua madre  puzza. E io dovrei tenermela in casa?» 

Eppure, la prima volta l’ha fatta entrare. Due giorni. Per la scena. Spazzolino rosa messo nel bicchiere del bagno come una bandierina. Ha tirato fuori la brandina dal ripostiglio e ci ha steso sopra il copriletto buono, ricami stirati. 

Ha detto: «Vedrai che sono civile.» 

Io ero arrivato da lui con uno zaino e un documento scaduto, una faccia da “non disturbo”. Profugo non di guerra, ma di stanze finite e lavori a ore. Aldo mi ha preso come si prende qualcosa che serve: prima «Doccia». Non “benvenuto”. Doccia. Shampoo, spugna, asciugamano grigio. Profumo di detersivo. «Così sembri a posto», dice. Come se “a posto” fosse un odore. 

Mi chiama “ragazzo”. Il nome lo usa fuori, per le presentazioni. Dentro basta il ruolo. E io ci sto. Se sono una cosa, almeno sono una cosa utile. Un oggetto che funziona. È una scusa, lo so. Ma le scuse servono a respirare. 

Quando vuole tenerezza mi prende la nuca. Quando vuole altro mi prende e basta, senza parole. Non urla, non minaccia. Non ne ha bisogno: basta il tetto, basta la casa come contratto. Io lo chiamo desiderio per non chiamarlo bisogno. Preferisco essere colpevole che invisibile. 

Mia madre è arrivata con un rosario sgranato e una busta di biscotti secchi. Non parlava. Non mangiava. Sedeva e guardava il muro, immobile, come se ci fosse scritto un avviso. Aveva addosso odore di cassetti chiusi: polvere umida, panni riposti, speranza dimenticata. Aldo la osservava come una macchia. «Mi dà angoscia», mi ha detto. «Non ringrazia. È come se mi seppellisse vivo nel salotto.» 

Dopo due giorni lei è tornata a Torino. Mi ha baciato sulla fronte: «Tu stai bene. Allora io posso andare.» 

Io le ho creduto, perché crederle era più leggero che seguirla. 

Due mesi dopo era davanti al negozio dove lavoro. Pioveva. Scarpe rotte, piedi nudi dentro. 

«A Torino non c’è più posto. Al Sud almeno c’è mio figlio.» 

Quando l’ho portata su, Aldo non ha aperto. 

«Questa casa non è un ostello», ha detto attraverso la porta. 

Poi, in privato, senza pubblico: «Se entra, mi sporca la casa. E mi sporca te. Io ti ho rimesso in forma e tu mi riporti la ruggine?» 

Io ho detto tempo. Cura. Ho usato parole morbide come un panno, per non graffiare. 

Aldo ha riso senza allegria: «Tua madre è un’icona del fallimento. E tu sei il fallimento pulito. Quello che posso esporre.» 

Da allora lei dorme dove capita: panchine, androni, santuari. La vedo a volte alla Caritas con una busta di pane duro stretta al petto. Si segna mentre cammina. Benedice porte, cani, saracinesche. Benedice tutto tranne sé stessa. Aldo dice che lo infastidisce anche da lontano: «La gente guarda. Mi fa vergognare.» La vergogna di Aldo è estetica, non è colpa: è immagine. 

Eppure la notte l’immagine cade. Verso le tre Aldo si alza. Il letto si alleggerisce di colpo, poi resta la mia pelle a ricordare la sua. Dal bagno arrivano rumori piccoli: piastrelle, acqua, un colpo di sciacquone come un punto messo a fine frase. Torna e mi sveglia con una carezza breve, di ritorno, la mano che passa sulla nuca e scende un dito sulla spalla. È una carezza che non consola: verifica. «Su,» dice. «Non farmi aspettare.»

Poi lo senti trattenersi, come se contasse. Non è premura: è controllo. Quando avvicina la bocca, fa attenzione ai denti. Li nasconde, li ritrae, come si mette via una lama perché non resti segno. È la sua cura strana: non vuole farmi male per non doverci pensare dopo.

Quando ha preso il suo, sparisce di nuovo in bagno. Questa volta più a lungo.

Filo. Sciacquo. L’acqua che corre finché l’odore cambia. Lo sento sputare come si butta via una prova.

Rientra e non mi guarda. «Acqua,» dice soltanto.

Al mattino io cambio le lenzuola senza rumore. Il tessuto intriso pesa più del resto, e mi tira le dita. In quel peso c’è il conto: quello che lui chiama stanchezza quando è sua, puzza quando è di mia madre. Io mi tengo pulito, efficiente, invisibile. Mi dico che è scelta. È servizio. È resa che cammina. 

Una notte ho scritto a mia madre: “ti ho rovinato la vita” e ho guardato giù dal balcone. 

Aldo mi ha tirato via, schiaffo secco, nodo al petto. «Tu sei malato. E mi stai contagiando.» 

Da allora mi comporto bene. Lavoro, cucino, stendo. Mi allineo. Cerco di essere la versione più pulita di me. 

Mia madre riappare come fanno i santi e i fantasmi. Una volta era ferma sotto casa, mani giunte: «Se vuole bene a te, dovrebbe voler bene anche a me.» 

Io guardo le scarpe di Aldo, pulite. Guardo le mie, pulite. La verità è che io gli ho concesso di trattarmi come cosa, perché una cosa non viene cacciata se rende. E c’è una vanità piccola, cattiva: essere “il suo trofeo” mi fa sentire sopra mia madre, sopra la strada. Mi dico: almeno io sono attivo. Almeno io scelgo. Lo chiamo scelta per non chiamarlo bisogno. Lo chiamo scelta. È fame. 

Aldo dice che le cose devono “restare presentabili”. 

Lo ripete quando piego le magliette, quando passo la candeggina sul lavandino, quando controllo che l’odore del fritto non rimanga nelle tende. 

«La casa parla di noi,» dice. 

Io annuisco e penso che la casa parla di lui. Io sono il suo argomento. Se sorrido bene, la gente crede anche a lui: è questo il patto. 

Stasera, tornando dal lavoro, ho trovato sul pianerottolo una busta di biscotti secchi. Nessun biglietto. Plastica lucida sotto il neon. 

Ho sentito Aldo dentro, televisione accesa, respiro già in casa. 

Ho sentito mia madre da qualche parte, fiato che prega anche quando nessuno ascolta. 

Sono rimasto lì un minuto con la busta in mano, senza decidere. Poi ho infilato la chiave. Piano. 

Dentro Aldo ha detto: «Sei tu?» 

Io: «Sì.» 

Ho lasciato i biscotti sullo zerbino. 

Non per lei, non per lui. 

Per la stanza. 

E ho capito che il problema non è la puzza. 

È il posto. 

Chi lo ottiene. Chi lo perde. 

Chi resta fuori, anche quando bussa piano.

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Discussioni

  1. Un altro racconto amaro, senza neanche una puntina di dolcificante. La tua scrittura graffiante mi ha provocato un senso di pena soprattutto per madre e figlio che sembrano le vittime di un gelido carnefice, maniaco del pulito, dell’ immagine superficiale. Due esseri costretti – forse – per disperazione o per mediocritá, a mendicate o a svendersi, per campare. Un quadro che rispecchia situazioni reali molto simili o uguali. E forse, proprio per questo fa male vederle, messe in risalto, nero su bianco.

    1. Grazie per questo commento così lucido. Hai colto l’amarezza “senza dolcificante” e soprattutto la dinamica da gelo quotidiano: non un mostro da romanzo, ma un carnefice ordinario, ossessionato dall’immagine e dal pulito come forma di potere. E in mezzo due vittime che cercano un posto, anche al prezzo di svendersi o mendicare: madre e figlio, ognuno a modo suo.
      Quando dici che sembra un quadro di realtà… non è un’impressione. Io spesso parto da spunti reali (anche in questo caso), ma poi diventa un’opera d’invenzione: la storia, i dettagli, le scelte narrative sono costruiti per far emergere una verità emotiva, non per “raccontare” qualcuno. Grazie davvero per averlo letto così.

  2. Racconto crudamente realistico ed estremamente efficace, dove ognuno dei protagonisti ha, al netto di semplicistici giudizi morali, ragione a modo suo, in un mondo dove nessuno concede niente per niente e non è disposto a mettere a repentaglio la propria credibilità per compensare le carenze altrui.
    Una storia di anime meschine mediocri ed egoiste, ognuna a modo suo.
    Aldo è il piccolo borghese che concede a condizione che ciò non comporti un danno di immagine.
    La madre un’egoista che non ha la dignità di mettersi da parte.
    Il figlio un parassitario opportunista.
    Bravissimo

    1. @Gabripisa Grazie davvero. Apprezzo molto che tu abbia letto la storia senza scorciatoie morali: mi interessava proprio quel terreno grigio in cui ognuno “ha ragione a modo suo” eppure il conto finale è disumano. Mi fa piacere che il racconto ti sia sembrato efficace. Grazie per il bravissimo.