Una storia vuota

«Che cosa stai facendo?»

«Hai bisogno che ti presto gli occhi, Alex, o ci vedi da solo?»

«Cazzo, Marco. Non fare il cretino.»

Butto all’aria le magliette piegate e lo guardo.

«Complimenti. Se stai cercando di farmi restare, hai trovato le parole giuste.»

Mi strattona la manica della felpa, mandandomi in bestia. Le sue dita mi stringono come se volessero segnare un confine.

«Ma vaffanculo, stronzo, mollami.»

A quel punto mi prende per le spalle e mi spinge sul letto. Mi sale sopra con tutto il suo peso e sento il respiro caldo e umido sulla mia pelle. Cerca di baciarmi, e mi fa schifo; giro la faccia dall’altra parte. La sua saliva mi bagna l’orecchio. Provo a togliermelo di dosso, ma lui mi tiene le braccia e mi blocca, non mi molla. E’ sempre stato più forte di me. E allora faccio l’unica cosa che so fare meglio: piango.

E’ lì che allenta la presa e mi accarezza la guancia con la sua falsa delicatezza.

«Ti prego, non piangere più. Ti amo, ma ho fatto una cazzata. Il cretino sono io.»

Alex si sposta e si siede sul bordo del letto. Mette la testa fra le mani, poi inizia a picchiarsi forte, sulla faccia, sulle tempie.

«Smettila, finisci per farti male» mormoro, rialzandomi con fatica. Ci ritroviamo seduti, uno accanto all’altro, senza osare guardarci per istanti che sembrano interminabili. Il silenzio pesa come un macigno e accanto a noi c’è la mia valigia, ancora aperta e pronta con le cose essenziali. Sarei poi tornato a prendere il resto, mettendo in atto il solito cliché. Quello dei film all’americana.

Alzo lo sguardo e ci osservo. «Sembriamo due coglioni» dico. Ride, e poi, come una diga che cede, si mette a piangere anche lui. Allunga la mano per toccare la mia, ma mi ritraggo perché non voglio più sentire il suo calore sulla pelle. Sono esausto, e non solo oggi. E’ da troppo tempo che mi sento così stanco, ma non ho mai trovato il coraggio di dirlo. Allora ci provo.

«Sai Alex, sono molto stanco.» E’ la prima volta che le parole escono senza tremare.

«Stanco di cosa?»

Ma davvero me lo stai chiedendo? Davvero non lo sai?

«Alex, sono stanco di te.»

«E’ per quello che è successo? Ti ho già chiesto scusa mille volte. Te l’ho detto, è capitato, ho fatto una cazzata.»

«No, Alex, sono stanco di te.»

«Ma porca miseria! E’ perché era una donna?»

Sono sconfitto dentro, sono esasperato. Il fiato si accorcia e sento il mio cuore cominciare a battere forte. Devo cercare di rimanere in me, evitare un attacco di panico, altrimenti vince ancora lui. Allora inspiro dal naso, piano, e butto fuori con la bocca. Lo faccio dieci volte, con calma e prendendomi il tempo che mi serve. Alex mi guarda ed è nervoso. Non riesce a tenere fermo il ginocchio e le sue guance si sono arrossate per gli schiaffi che si è dato. Forse crede che sia quello il modo migliore per risolvere i nostri problemi. Con le mani addosso.

«No, Alex, sono stanco di te.»

Succede tutto in un attimo. Il suo volto cambia, diventa una maschera di rabbia, quell’uomo che conosco bene. Mi solleva con una forza che non pensavo possedesse e mi spinge contro la porta. Sento il rumore della mia schiena che sbatte contro il legno. Il fiato mi sfugge e cado a terra. Mi accuccio, proteggendo la testa, mentre lui mi colpisce con calci rabbiosi. Non lo so quante volte, ma io aspetto, immobile e paziente e so che questa è l’ultima.

Quando si calma, mi aggrappo al mobile e cerco di alzarmi. Faccio uno sforzo, trattenendo il respiro e finalmente mi rimetto in piedi. Lui sta lì, ansimante, in preda al rimorso e lo sento piangere ancora.

«Cazzo, Marco, guarda cosa mi costringi a fare.»

Le sue parole mi arrivano ovattate e coperte dal fischio che sento nelle orecchie. Le mani, invece, sanno esattamente come muoversi. Raccolgo in fretta le poche cose sparse sul letto e chiudo la valigia. Mi assicuro che il portafoglio sia ancora nella tasca posteriore dei jeans, insieme ai documenti. Il telefono, con lo schermo rotto, sembra ancora funzionare.

«Se tocchi le chiavi della macchina ti ammazzo.» La sua voce è un sibilo. Non rispondo.

Afferro la valigia, gli giro le spalle e mi avvio verso la porta. Il cuore batte all’impazzata e sembra voler uscire dal petto. D’istinto ci appoggio sopra la mano sinistra aperta, come se potessi trattenerlo. Cammino lentamente, mentre ascolto i movimenti di Alex per assicurarmi che resti fermo dov’è. So che non è finita.

Quando afferro la maniglia, sento il suo passo pesante dietro di me e un lampo di terrore mi attraversa. Mi giro, e lo vedo. Nei suoi occhi c’è una determinazione feroce, quella stessa furia che ho visto tante volte, ma che oggi sembra diversa.

«Non te ne vai da qui, Marco.»

«Alex… Basta, lasciami andare.»

Non so come succede. Una rabbia che pensavo di aver sepolto esplode dentro di me. Un istante prima che le sue mani raggiungano il mio collo, io afferro l’elefante in bronzo dal mobile d’ingresso e lo colpisco forte alla tempia. Lui si blocca, incredulo, mentre un fiotto di sangue gli cola sulla guancia.

«Sono tanto stanco, Alex.»

Si accascia aggrappandosi a me, mentre mi guarda e non dice nulla. Solo il suo respiro affannato riempie la stanza. I suoi occhi, quelli che amavo tanto e dentro cui mi perdevo, ora mi fissano increduli, pieni di dolore e sorpresa. Lui cade a terra e il suo sangue si spande sul pavimento come una macchia scura.

Rimango immobile, l’elefante ancora in mano, incapace di realizzare cosa ho appena fatto. Poi, lentamente, lo lascio cadere. Il rumore del metallo che colpisce il pavimento è l’unica cosa che rompe il silenzio.

Esco dalla porta, lasciando dietro di me il corpo senza vita di Alex e la nostra storia. Per la prima volta, non provo più paura. Solo un vuoto incolmabile.

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Discussioni

  1. Ciao Cristiana, bellissimo racconto sia per il tema trattato che il linguaggio usato. Forte e crudo, come una tempesta improvvisa. Il finale, due righe che racchiudono tanto…quanto un elefante!

  2. Il racconto è potente e crudo, con una trama che esplora temi complessi come il potere, l’abuso e il bisogno di liberazione. L’escalation emotiva è gestita con abilità. Mi piace

    1. Per risponderti più seriamente, credo che sia il momento di parlare di queste tematiche, anche se fanno male e soprattutto credo che se ne debba parlare in maniera assolutamente trasversale. Purtroppo, la violenza domestica, scavalca i rapporti di parentela e non guarda in faccia né all’età e nemmeno al genere.

  3. Ho visto tutto e soprattutto l’ho sentito, la violenza e quella nota finale di liberazione ma piena di silenzio e vuoto. Qui portato all’estremo, è un sentimento, quello dell’essere stanco di una persona, che chi prova si ricorderà per sempre a mio avviso. Davvero brava, hai saputo coinvolgere e rendere reali questi due personaggi.

  4. Carissima Cristiana, un po’ “Pezzotti style” questo racconto. Ahahah. Comunque ci sta che proprio una con il mio stesso cognome mi abbia rubato lo scettro.😅
    Scherzi a parte, bellissimo racconto, quasi feroce nella sua drammaticità violenta.

      1. Un modo per definire il mio stile. Per gioco, ovviamente. Frasi brevi. Finale ad effetto… Ahahah. In questo racconto (e non solo) sei stata davvero brava. E sai che io non regalo mai complimenti.😉

        1. Se hai voglia di andarti a rileggere il tuo primissimo commento a un mio racconto, fra i vari suggerimenti davvero preziosi che tu mi desti, ricordo quello relativo alla censura degli avverbi 😅 non hai idea di quanto io ne abbia fatto tesoro. Sempre grazie

  5. Crudo e realistico dipinto di una situazione di violenza domestica ancora troppo comune.
    La reazione finale di Marco è frutto di una presa di coscienza e di consapevolezza del proprio valore come persona. Non possiamo che augurarci che sempre più vittime inizino ad afferrare questo concetto così come fatto da Marco.

    1. Grazie Giuseppe, naturalmente, descrivendo la reazione di Marco, l’ho intesa come simbolica, come una sorta di ‘riscatto’ o, comunque, la come la rara capacità che le vittime hanno di riconoscere quando è il momento di fuggire. Fosse facile, non succederebbe quello che purtroppo succede.

  6. Carissima Cristiana, mi sono tenuto questo racconto come il primo di oggi, da leggere prima di iniziare con l’ufficio, a mente fresca. È stata una decisione decisamente azzeccata, al pari di aver deciso di fare il giro lung(hissim)o che passa sopra le colline di Leivi con la moto per arrivare al lavoro. Entrambe scelte che mi hanno regalato un’estensione qualitativa insuperabile di questa fredda mattina autunnale.
    La tua storia è un gioiello, di tutti i tuoi scritti che ho letto (e ne ho letto tantissimi) credo che forse sia quello che rappresenti al meglio le tue gigantesche capacità di scrittrice.
    Con un soggetto del genere sarebbe stato semplicissimo cadere nella trappola dei triti e ritriti, delle parole pompose ma vuote, delle banalità letterarie seppure, naturalmente, l’argomento non sia mai banale e non se ne parli mai abbastanza. Ma tu ce lo hai spiegato e dispiegato con quella maestria calma e serena che ti porti appiccicata addosso e che non saresti in grado di toglierti nemmeno se provassi a scrivere un racconto su come si cucinano i casoncelli.
    Quindi grazie per avermi migliorato la giornata.

    1. Caro Roberto, come già ti dicevo stamattina, ti mando un abbraccio a distanza perché non ho le parole giuste per ringraziarti che ci sei sempre, ci sostieni tutti con il tuo incoraggiamento e ci mostri come si fa a scrivere bene. Detto questo. Ho una promessa e una domanda. La promessa è che, dopo aver parlato di ‘crostate di frutta’ e di tortillas, parlerò anche di casoncelli. La domanda, cui non voglio risposta e che mi gira in testa da stamattina è che vorrei sapere cosa questo racconto ha mosso in te, quali emozioni o sensazioni ha fatto affiorare, ma questa è un’altra storia ed è la tua. Grazie infinite.

  7. Ciao Cristiana! Con questo racconto sei tornata nella tua zona di comfort. Questa storia umana, fatta di contrasti e contraddizioni, illustra magnificamente la forza distruttiva di un sentimento (o forse della fine di un sentimento?). Tutto, nella tua scrittura, è estremamente reale: una realtà seducente e, spesso, fatale 👏🏻

    1. Grazie Nicholas per questo bellissimo commento e direi molto incoraggiante. Ogni tanto, già ti avviso, uscirò ancora dalla mia zona comfort, proverò a scrivere d’altro e sperimenterò linguaggi diversi, perché così sono fatta e mi rendo conto spesso di saltare ‘di palo in frasca’, tanto per vedere se mi riesce. Qui, però, in questo comfort, ogni tanto ci torno 🙂

  8. Sto ancora cercando le parole, scusa. Il contrasto fra esseri violenti e prevaricatori, possessivi e ossessivi, con persone miti che finalmente perdono quella loro connotazione di civiltà e reagiscono nell’unico (?) modo possibile mi lascia sempre stremato e incapace di commentare. Solo stremato.
    Però, vorrei dirti, ancora una volta, brava.

    1. Grazie Giancarlo. Sai, alla fine di una storia così, chi la scrive si trova a un bivio. Sente che l’unica via di uscita è quella, ma si chiede quale dei due personaggi possa imboccare la strada ‘giusta’, che poi giusta non lo sarà mai. Ho scelto un finale in un certo senso alternativo, diverso, diciamo raro se guardiamo ai casi reali. Alla fine lui non prova più nulla, ma gli resta quel vuoto incolmabile, quel grande buco che veniva riempito dall’amore. Un amore che, per quanto malato, era comunque per lui l’amore. Scusami se sono sempre contorta e controcorrente quando parlo di questo, ma è quello che sento. Un abbraccio

  9. Se è vero che l’amore non ha genere, anche queste situazioni, purtroppo, si consumano indipendentemente dal sesso dei partner. Chiunque, scorrendo le notizie sul telefono, s’imbatte spesso in articoli che parlano di questi scenari. Allora mi chiedo: quanto può far male l’amore? Il confine tra amore e possesso è così labile?
    Ciò che mi sorprende è l’abilità con cui riesci a vestire panni sia femminili che maschili e creare persone, non solo personaggi.
    Ho adorato tantissimo come hai mostrato il tradimento di Alex: quel “E’ perché era una donna?” è uno show dont tell perfetto! Non è stato necessario aggiungere altro.
    Il modo in cui scrivi d’amore in ogni sua forma e sfaccettatura è sempre una perla. Sono convinta che dai tuoi scritti ci sia molto da imparare e per questo ti ringrazio. ❤️

    1. Cara Mary, sono io che ringrazio te per questo tuo prezioso commento. Credo che sì, che l’amore possa fare tanto male e non lo possiamo sapere cosa c’è nella testa e nel cuore di coloro che questa forma di dolore lo accettano, spesso ci si aggrappano. Come se fosse l’unica forma di amore che gli è rimasta e non la vorrebbero lasciare andare, anche se fa male. Un abbraccio.

  10. Le relazioni sentimentali che degenerano in violenza e morte riescono sempre a turbarmi e certe volte anche a sconvolgermi, soprattutto quando sono fatti di cronaca a cui assistiamo un giorno sì e l’altro pure. In questo caso credo sia solo un racconto frutto della tua immaginazione, ma la tua capacità descrittiva, unita alla tua sensibilità, rende la storia non solo credibile ma anche molto toccante.

    1. Da qualche giorno mi girava in testa l’immagine di questo ragazzo e volevo regalargli una storia. Magari non gli ho fatto un regalo particolarmente gradito, però è venuta così e non poteva restare nella penna. Sinceramente questo tema mi sta molto a cuore e vorrei che tutti capissimo che la violenza domestica è trasversale. Se ne frega del grado di parentela, se ne frega dell’età e anche del genere. La violenza domestica, quella che si consuma fra mura che dovrebbero proteggere, se ne frega di tutto. Grazie Maria Luisa per il tuo spunto.

  11. La mia riflessione sarà molto egocentrica e d’altra parte non serve dire che il tuo racconto è un piccolo gioiello, ça va sans dire. In questo momento voglio dirti che il tuo racconto rappresenta una specie di chiave che mi viene messa in mano all’improvviso: la chiave che apre le porte a tutto ciò che si può raccontare senza timore. Per spiegarmi meglio: tu e Giuseppe Zolli avete attribuito al mio ultimo “Finta borghesia”un linguaggio (o uno stile, non ricordo) d’altri tempi. Non è stato senza motivo: la signora d’altri tempi che io sono era molto timorosa nello scrivere, come quando si cerca di mangiare l’aragosta senza sporcarsi le dita. Oggi ho visto da te i risultati che si ottengono affondando le mani nella vita, fino al gomito. Quindi, grazie.

  12. Amori diversi stesse tragedie. La violenza non conosce genere. Per te nessun argomento è ostico da romanzare, i tuoi personaggi sono così vivi anche quando, purtroppo, ci rimettono le penne. Io uno dei due lo avrei chiamato Andrea, nome ambiguo perché può riferirsi a entrambi i sessi. Come sempre voli alto, 3 metri sopra il cielo, brava.

    1. Grazie Fabius, un commento davvero bellissimo e che apprezzo. Riguardo ad ‘Andrea’, mi viene da pensare che la violenza domestica sia davvero trasversale, a tutti gli effetti. Oltre l’età, oltre il genere, oltre il tutto. Esiste, questo è il vero dato di fatto.

  13. Ancora un ‘amore che fa male’, e quindi non può essere amore.. il testo è convulso e molto coinvolgente, per arrivare in fretta al finale, senza scampo.. come sempre, complimenti Cristiana

    1. Caspita Furio, su questo amore che a volte fa anche male, io e te potremmo starcene per giorni a strapparci i capelli! 🙂 🙂 🙂
      La scelta dello stile che tu chiami ‘convulso’ e che come aggettivo mi piace molto, mi sembrava quella giusta per una vita che si risolve in un attimo. Grazie.

  14. Un titolo perfetto per questa storia e per ogni relazione che finge di essere d’amore.
    Sullo stile non c’è molto da dire, le tue frasi sanno sempre dove colpire.
    Complimenti Cristiana!

    1. Grazie Melania. Sinceramente faccio sempre piuttosto fatica a trovare il titolo giusto per un racconto. Spesso se ne stanno per giorni nella cartella bozze dei ‘senza titolo’, poverini 🙂
      Poi succede che magari, rileggendolo, la frase giusta arriva da sola.

  15. Ottimo! Avrei desiderato l’ultima frase di Marco un pò più strafottente e/o con una maggiore espressione, mi è parsa un pò troppo fredda per il momento! Mi è piaciuto molto, hai giocato abilmente con una coppia tra l’altro omosessuale cosa che non si vede spesso, con la gelosia e la rabbia di quella davvero brutta. La fine è stata bellissima, una rivalsa per un uomo forse troppo debole in passato e poco coraggioso, tra l’altro credo che di Alex purtroppo ne esistano fin troppi e dunque un bell’elefante che lo rimette al suo posto… mi è piaciuto, tanto!

    1. Devo ammettere che, il mio primo lettore qui a casa mi ha dato lo stesso tuo consiglio. Addirittura che scrivessi quell’ultimo ‘sono stanco’ in caps lock. Tuttavia, dopo averci comunque riflettuto, ho scelto che fosse percepita la sua voce in tono sommesso. Volevo che lui fosse stanco, davvero stanco. Grazie Loris per la tua lettura e il gradito commento.

  16. Non so bene perche tu abbia scelto di narrare una violenza consumata tra due uomini, però, dal punto di vista “tecnico” direi che la scelta è azzeccata. Ci permette di allontanarci dal solito cliché e di analizzare il meccanismo del possesso, del vuoto, da un punto di vista differente. Perché alla fine, al di là di vittima e carnefice, in questo tipo di amore, che amore non e, rimane poco o niente. Soltanto vuoto, appunto, come da titolo. E abbiamo un doppio meccanismo, perche ti aspetti sia il primo, che ammazza il secondo, e invece la vittima diventa carnefice, e vittime, alla fine, lo sono entrambi.
    E come sempre, ciò che di te io adoro: tu non giudichi, non punti il dito, non moralizzi. Tu scrivi, e ci fai pensare. È il tuo dono. La sensibilità delle anime rare. Bravissima 😊

    1. Hai perfettamente ragione. La violenza familiare, a qualsiasi grado di parentela e di genere, resta violenza. Fa ancora più male quando viene consumata e sfogata all’interno di quello che chiamiamo ‘amore’. Invece altro non è che un contenitore vuoto, oppure riempito dal dolore, a mio parere, di entrambi, vittima e carnefice. Grazie per la frase finale del tuo commento. Lo apprezzo molto. Un abbraccio.

  17. “Sarei poi tornato a prendere il resto, mettendo in atto il solito cliché. Quello dei film all’americana.”
    Una lucina, quasi invisibile, del come per mille volte sembra finita e per mille volte riusciamo a riprendere lo stesso copione. Ma stavolta no. Questa frase è qui per testimoniare quanto le cose ci scappano davvero in un attimo. Bravissima.

  18. Bella l’idea di raccontare la violenza nei rapporti di coppia da questo punto di vista, complimenti Cristiana. Senza nulla togliere alla gravità della violenza di genere è giusto ricordare che non siamo nel campo della fantasia. Chissà se un giorno a qualcuno di noi verrà in testa di affrontare alla stessa maniera il tema dello stupro… chissà quanti ne avvengono in carcere.
    Un passaggio vorrei sottolineare, quello dell’autolesionismo di Alex. Cosa gli passa per la testa in quei momenti là? A saperlo ci si aprirebbe un’autostrada, forse.

    1. Esatto Francesca, va puntualizzato che non siamo nel campo della fantasia e pertanto, quando trattiamo determinate tematiche dobbiamo cercare di rimanere il più possibile con i piedi per terra e gli occhi bene aperti. Cosa passa nella testa di quelle persone, che sia una vita o un attimo, in effetti, non è dato saperlo, nemmeno dalla parte dei più supponenti. Diversamente, il problema sarebbe già almeno in parte risolto.

    2. *Francesco (perdonami, ma il correttore spesso fa brutti scherzi e non sono stata sufficientemente attenta. Sbagliare il nome è una cosa che mi piace davvero poco, anche perché spesso mi capita che sbaglino il mio 🙂 )

      1. Fino a quando la colpa è del correttore non c’è problema. Mi incazzo quando è mia suocera a chiamarmi Francesca perché le O in russo si leggono A. Come se il mio nome non l’avesse mai sentito pronunciare! 😀

  19. Ancora un gioiello! Omo, etero, fluido… non cambia nulla. Il possesso ci frega sempre. E il possesso, in questi casi, è mancanza di rispetto: sei una cosa, una cosa mia. Ti voglio bene Cristiana!❤️

    1. No, in effetti non cambia nulla. E nemmeno il fatto che forse, ciò che una persona sente davvero, solo lei lo sa. Forma e sostanza. Sostanza, dentro, e forma che si dà all’amore. Spesso, quella sbagliata. Quanto è difficile.