Una strana telefonata

Serie: Bulgakov a Nord Est


Storia Fantasy: un viaggio surrealista verso la verità. Liberamente ispirata a Bulgakov e Murakami

Lei sospirò mentre continuava nervosamente a lisciarsi i capelli seduta ad un angolo del bar della Stazione Centrale. Avvertiva quella sorta di oppressione al petto che appartiene a coloro che sentono l’urgenza di esistere. Non si era mai sentita così prima d’ora: accelerata, scostante, quasi posseduta da idee e desideri continuamente diversi e per lo più inutili. Ho poco tempo, diceva fra sé e sé: ma forse sarebbe più corretto dire che il concetto stesso di tempo come successione continua di fatti storici era un lusso positivista che non si era mai potuta permettere. La memoria della sua vita emotiva era una nebulosa, o meglio dire un buco nero dove il tempo poteva dilatarsi o comprimersi, con giorni che sembravano mesi e mesi che sembravano giorni. Ricordava solo vagamente di aver inseguito chimere relazionali, di aver presentato quella che gli psichiatri definiscono “rejection sensitivity”, ma vantava almeno un paio di terapeuti che spergiuravano che no, non aveva un chiaro disturbo di personalità, semplicemente ogni volta che una relazione finiva si imbottiva di tranquillanti e veniva posseduta da pensieri suicidari intrusivi. Nonostante questo perseguiva con interesse nuove conoscenze maschili che durante le periodiche e convulsive espansioni del suo umore soddisfacessero le sue necessità erotiche. In quei periodi era in grado di addentrarsi nei meandri delle chat di dating con orgasmico (è il caso di dirlo) entusiasmo. Senza neppure chiedersi se questa esalazione di ipersessualità fosse sintomo di una evidente fase ipomaniacale, aveva contattato uno ad uno i possibili candidati, che attirava con la sicumera di una maga Circe o di una Sirena omerica. Ho poco tempo si diceva, mentre scorreva una ad una foto e profili, senza trovarne alcuno che solleticasse il suo lapalissiano lato oscuro. Il tempo no, non era dalla sua parte. Perché quelli erano proprio i giorni in cui il tempo accelerava e il suo cervello subiva il big bang, un’espansione abnorme di un nucleo denso di idee, desideri, emozioni, passioni racchiuse e concentrate che ora strabordavano, incontenibili e maledettamente affascinanti. Erotismo, Bellezza, Arte, Egotismo, Desiderio. Tutto e subito, e anche di più. Quella spettacolare esplosione interiore sarebbe durata una frazione di secondo, se paragonata ad una vita fatta al 90% di decelerazione costante. Lo sapeva , dentro di sé, diremmo ancora ad un livello subcorticale; aveva pochi giorni, forse ore, prima di ripiombare in quella paralisi dell’agire, tra le fauci del cane nero di Churchilliana memoria: la depressione era una compagna di vita che le camminava a fianco alitandole sul collo. Ma ora non se ne curava. Dopotutto, in due anni aveva cambiato due case, un lavoro, e passato in rassegna una decina di uomini con cui aveva instaurato per lo più relazioni basate sulla reciproca assenza; per di più una mattina, dopo aver sognato di suonare alla perfezione il primo movimento del Concerto per Oboe e Orchestra di Mozart, si era svegliata con la rivelazione che era suo preciso dovere iscriversi nuovamente in Conservatorio. Una spumosa, dispersiva vitalità che poi avrebbe pagato con mesi di amicizie spezzate e imbarazzanti ghosting. Era in questo stato d’animo, mentre leggeva con curiosità il profilo di “Michele40annimanagersposatosesietemoralistepassateoltre”, che giunse la telefonata inattesa. «La solita pubblicità» disse incurante mentre rispondeva , sorseggiando un cappuccino al bar della Stazione Centrale:

«Pronto?»

«Pronto un cavolo.»

«Ma chi parla??»

«Svegliati umana, sono Zelda.»

«Zelda chi, mi scusi?»

«Zelda Fitzgerald tornata dal mondo dei morti. Svegliati, usa quella inutile neocorteccia sapiens: sono la tua gatta.»

Pausa.

Ora, la nostra Protagonista era stata vittima di sé stessa abbastanza a lungo da sviluppare una serie di anticorpi contro i tumulti dell’Irrazionale ed il pensiero magico, il che poteva anche costituire il motivo per cui era diventata una ricercatrice in Neuroscienze. I suoi eccessi non sforavano mai ambiti non chiaramente misurabili e quantificabili, che fosse il numero di partner sessuali o le spese compulsive. Di sicuro non si sarebbe fatta spaventare da una tizia scoppiata che si spacciava per un felino.

«Senti» disse la voce dall’altra parte, “tralasciando il fatto che stamattina ti sei dimenticata di porgermi la mia abituale porzione di tonno dell’Atlantico, ti avverto che ti hanno appena svaligiato casa e io me la sono svignata sull’Oleandro della vicina, rischiando di venire massacrata da due barboncini. Bastardi. Ero già piuttosto nervosa, ma comprenderai che questa giornata si è rivelata la peggiore da quando hai pensato di rifilarmi le crocchette di seconda mano del supermercato. Vedi di rientrare, invece di praticare onanismo virtuale. C’è molto da fare.»

«Ma lei come fa a sapere…Oh senti, non so chi sei, ma ti avverto che sono estremamente irritabile e questi scherzi sono davvero di cattivo gusto!»

«Di cattivo gusto c’è solo il fatto che hai visto Independence Day 7 volte.»

Detto questo riagganciò.

Nella mente di Agata si aprirono a ventaglio una serie di ipotesi rapidamente in successione con qualche deragliamento verso l’ideazione paranoide. Pensò ad uno scherzo telefonico: nulla di serio, ragazzate. Nei minuti successivi si fece strada nella sua mente contorta l’ipotesi peggiore: una pazza era effettivamente entrata in casa, aveva fatto del male a Zelda o peggio, l’aveva rapita per chiedere un riscatto. Bingo: connessioni neurali in default. Oddio, Oddio, Oddio! Il binario 2 dell’Interregionale Vicenza-Venezia era ora una nube grigia indistinta. Salì in treno tremante, con uno stato interiore che poteva essere paragonato all’effetto di una dose di cocaina nel corso di un attacco di panico. Il treno era quasi del tutto occupato da studenti pendolari astenici ed extracomunitari con lo sguardo perso. Come tutti i treni per pendolari, il regionale fermava ogni 4 chilometri in paesini dimenticati, percorrendo distese pianeggianti che un tempo erano terreno di agricoltori dalle secolari tradizioni familiari e ora, sventrati da fabbriche e magazzini alcuni dei quali ormai in disuso, restituivano allo sguardo l’immagine di un sogno dimenticato, di un’altra epoca e di promesse infrante. «Signorina può mostrarmi il suo biglietto cortesemente?» «Certo, glielo mostro subito» disse Agata senza alzare lo sguardo verso il Capo Treno.  « Mmm.. percepisco un tono sincopato in Re minore, la tonalità della Fine dei Tempi.»

«Mi scusi?»

Agata alzò lo sguardo verso il Capo Treno: un biondino di circa 35 anni, bassino, grassottello, dai grandi occhi bovini e la pelle butterata.

«il Re Minore non si addice a questo culetto adorabile» disse, mentre le restituiva il biglietto pronunciando un distinto “danke” con voce cristallina e decisamente tenorile.

«Ripeto: mi scusi?!»

«Pensi che vedendola ho immaginato un Minuetto in La maggiore, ma le consiglio di usare un ritmo in 3/4 se davvero aspira alla verità, buona serata mia cara.» E se ne andò fischiettando, senza che nessuno dei presenti notasse niente. Agata era basita, non solo perché il biondino in questione, dal vago accento tedesco, l’aveva molestata in modo così insolente, ma soprattutto perché mai nella sua vita avrebbe pensato di parlare in Re Minore. Poco bastava per infuocarla di ulteriore irritazione mista. Nel frattempo il din din del cellulare annunciava il match con “Michele40ennesposatoecc..” il quale aveva pensato che il modo migliore di presentarsi fosse quello di inviare la foto di un pene, a quanto pare il suo, il quale ricordava un certo periodo di Picasso o, più semplicemente, un Boomerang dal design discutibile. Lo ignorò. Arrivata a destinazione scese dal treno correndo verso la propria auto nel tentativo di arrivare a casa il più velocemente possibile.

Percorse i 2 km che la separavano dalla stazione a casa scossa da fremiti ansiosi. Nel petto sembrava avere due cuori che palpitavano all’unisono al doppio della potenza. Amava follemente la sua gatta, e non avrebbe sopportato di perderla, per di più in modo violento. Giunta a destinazione, aprì tremante la porta: l’ingresso del suo appartamento era parzialmente bloccato dal mobile di entrata dai cui cassetti era stato svuotato l’intero contenuto sul pavimento. Idem lo sgabuzzino, dove nei mesi si era formato un cumulo di calzature, per lo più décolleté a basso costo, che poteva risultare particolarmente efficace in una mostra di arte contemporanea con il titolo “la Morte del Femminismo”. In una frazione di secondo le si rappresentarono le immagini mentali di tutte le possibili sevizie cui la povera Zelda poteva essere stata sottoposta . «Sono qui.» Quella stupenda siberiana anallergica di due anni. «Ti hanno fatto un bel servizio.» Innocente creatura vittima della crudeltà e del sadismo umano. «Certo che bisogna essere ebeti per non chiudere completamente le persiane.»

Si fermò.

Pausa in 3/4.

«Questa voce…è la stessa della telefonata.. oddio..» Prese un tacco 12 a caso e cautamente avanzò verso il corridoio. «Sto per chiamare la Polizia, anzi l’ho già chiamata! Chiunque tu sia esci immediatamente dalla mia proprietà!»

Aprì di scatto la porta della camera da letto e quel che vide la lasciò a bocca aperta.

In un cumulo di vestiti sparsi a terra e sul letto, nella penombra di un tardo pomeriggio, vide Zelda seduta dignitosamente sul comò. Aveva lo sguardo di sempre, un misto di malizia e sdegno, lo stesso maestoso portamento dato dalla florida criniera bianca e dalla coda argentata, ma con una luce diversa nei penetranti occhi verdi.

«Alla fine ce l’hai fatta, Umana.»

Serie: Bulgakov a Nord Est


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Zelda, volevo leggermi tutti gli episodi e poi lasciare un commento, ma non ce la faccio ad andare oltre senza dirti che sono colpita come se mi avessi dato una scarpata in fronte. Caspita. Una densità di emozioni/informazioni/nozioni/sensazioni che mi lasciano a bocca aperta. Complimenti per tutto: stile e ritmo, originalità. Molto brava

  2. uno stile sempre interessante: e parlare in re minore è una trovata notevolissima! Spero di aver modo di leggere il resto.

  3. Ciao Zelda, questo tuo racconto, che inizialmente mi era parso troppo ricercato nel linguaggio, calza, invece, molto bene al personaggio della ricercatrice. Ironico e arguto, come e` stato gia` scritto nei commenti precedenti e irresistibile, nel proseguimento della storia, per la presenza surreale della gatta . Le metafore musicali arricchiscono il testo, dando un tocco originale in piu`.
    Aspetto i tuoi prossimi racconti e intanto mi inserisco tra i tuoi follower.

  4. Ciao Zelda, prima di tutto le mie scuse ufficiali da parte della specie umana. Rifilarti i croccantini del supermercato è stato un sacrilegio. So cosa vuoi dire, io che alla mia amata Pixel ho fatto mangiare, in un giorno ed un luogo in cui non riuscivo a far capire a nessuno la mia lingua né il mio stentato inglese, una coscia di pollo cajun da cui avevo rimosso la pelle croccante e piccantissima. CI dividemmo, quel giorno e quello successivo, le cosce di pollo piccanti fino a quando trovammo un supermercato io ed un pet shop lei. Storie di vita. Un amore corrisposto e troppo breve.
    Bello questo racconto, mi ha catturato con le sue descrizioni di luoghi e personaggi, e con la sua ironia forte. Sono curioso di sapere quando il riferimento a Murakami mi colpirà fra gli occhi.

  5. Mannaggia! Mi sveglio grazie ad un delicato miagolio di inizio delle ostilità tra due maschi: il Miloto, detto anche Snupo o Titolivio contro Idefics, conosciuto anche come Pippo: il Gatto che non Sapeva Saltare. Urlo un “smettiamola” entrando nella stanza dell’incontro e accendo il computer. La prima storia che mi salta all’occhio è la tua. Leggo un nome che attira subito la mia attenzione: Zelda, cavolo! La mia principessa preferita di sempre, l’ho salvata e protetta migliaia e migliaia di volte.
    Leggo di gatti, di croccantini di seconda scelta, di lattine di tonno dell’atlantico e così mi tocca seguirti, mi sento invischiato in una trama interessante ed ironicamente attrattiva, mi piace anche il linguaggio con i termini tecnici che sceglierebbe uno psicopatologo occhialuto con la faccia di un compianto Ivan Reitman e adesso aspetto, braccia conserte, l’arrivo del prossimo episodio.
    Mannaggia.