Una voce alle spalle

Serie: Una voce alle spalle


Una storia piena di segreti nell'Europa della Guerra Fredda

Il sedile puzzava di plastica vecchia. Maria guardava dal finestrino quel grigio uniforme che si mischiava al cielo. Il liquido bollente che in albergo avevano chiamato caffè le sciabordava nello stomaco. Accanto a lei il suo capo sonnecchiava. O almeno aveva gli occhi chiusi. Muoveva appena le labbra come se stesse pregando. Guardò avanti e la visuale era coperta dall’immensa nuca rasata dell‘autista, piccole tracce di crema da barba sotto le orecchie.

«Professor Brun, siamo arrivati» disse toccandogli il braccio.

Lo scrittore aprì gli occhi e per un attimo si bloccò. Sì, stava proprio dormendo.

«Grazie Maria. Andiamo».

Un silenzio assoluto regnava nell’enorme atrio del Tsentralny Dom Literatorov. Vennero presi in consegna da una donna alta con i capelli cortissimi, indossava un’uniforme azzurro chiaro.

«Buongiorno mister Brun, seguitemi prego» disse in perfetto italiano. L’accento straniero ammorbidiva le parole.

Furono scortati in una grande sala. La puzza era opprimente, una nuvola di fumo aleggiava sulle teste della folla che già era presente. Un uomo in uniforme grigia si diresse al podio. Si avvicinò al microfono e iniziò a parlare in russo. Maria porse le cuffie al suo capo, lei non ne aveva bisogno.

Gli interventi si susseguivano uno dopo l’altro. Gli inglesi erano sempre quelli più interessanti e imprevedibili. Maria vedeva nelle prime file molte teste scuotersi. Si alzò infine lo stesso uomo in uniforme che chiuse in due parole il dibattito. Il capo le diede una piccola gomitata nel costato, lei rimase impassibile.

La sala era divisa in due parti, alla destra tutti i russi, autorità e scrittori, alla sinistra gli occidentali raggruppati per nazionalità. Maria non ascoltava con attenzione, si guardava in giro cercando di scrutare i volti di quegli uomini attorno a lei.

Degli occhi grigi. O verdi? Uno sguardo immobile, diretto. Su di lei. Ne sentì il peso fisico. Abbassò gli occhi, un intenso calore le incendiò le guance. Guardò infine ancora, lo sguardo era sempre lì e questa volta accompagnato da un impercettibile sorriso. Chi era?

Erano di nuovo nell’atrio, la giornata era finita e si tornava in albergo. Cena rigorosamente organizzata, neanche a parlarne di uscire. Si avvicinò al bancone del guardaroba e porse a una ragazza la targhetta di plastica con il suo numero. Si vide recapitare il lungo cappotto nero, un lusso da quelle parti. La ragazza glielo porse con un sorriso. Per un attimo a Maria parve che lo sguardo fosse più lungo del necessario. Mentre usciva con il professor Brun si girò ancora una volta. La ragazza del guardaroba la stava guardando e vicino a lei c’era quell’uomo. Quello con gli occhi grigi, o forse verdi.

***

Nikolai Serov. Ecco chi era. Maria era seduta al solito tavolino al Caffè San Marco, quello che amava pensare fosse stato di James Joyce. Era immobile con Il Piccolo tra le mani. In seconda pagina c’era in primo piano una foto sgranata di quegli occhi grigi, o verdi, che due settimane prima si erano incatenati ai suoi. “Accusato di spionaggio. Nikolai Serov, il noto scrittore di Leningrado è stato arrestato dalla polizia politica sovietica per attività contrarie al partito”. Maria bevve un sorso di caffè ormai freddo. Chissà se Ettore lo sapeva già?

Trovò il suo capo in ufficio. Aveva Il Piccolo aperto sulla scrivania.

«Buongiorno professor Brun, c’era anche lui a Mosca vero?» chiese indicando la foto che ormai conosceva bene.

«Sì, un amico. Mi spiace tantissimo. Una gran penna, aveva fatto quel lavoro magnifico sulla resistenza jugoslava e la repressione dei fascisti italiani. Si dice che avesse raccolto le informazioni personali su centinaia di infoibati».

Maria trasalì e lo stomaco le si chiuse. Tornò alla sua scrivania e controllò l’agenda della giornata. Bene, nulla di che. Non riusciva a concentrarsi, ancora le foibe maledette. Meglio chiudere e andarsene.

Continua...

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