
Un’altra lavatrice
La luce intermittente del garage latita, fa le sue sospensioni rapide e lente insieme.
Quanto tempo ho prima che si sappia?
Prima che accada.
Prima che sia reale.
Ma è già accaduto.
Ha il maglione bordeaux addosso, lo abbiamo comprato insieme
-Ti piace amore?
Ed ero stata incapace di dirgli di no.
Avevo sorriso come si sorride ad un comico che non ti piace ma per cui tutti battono le mani, per non stare sola.
Avevo riso perché noi ridiamo sempre.
Ma quanto ridi con me?
Lui me lo dice sempre.
Poi però mi dice anche che non sono abbastanza presente, che potrei vestirmi diversamente, essere meno appariscente.
Ho una canotta viola senza reggiseno e il garage è umido, il bidone del vetro pieno, stasera dovrò metterlo fuori.
Dove sarò stasera?
Lui dovrà rientrare a casa stasera perché dice che le storie a distanza lo rendono stanco.
Io invece sono stanca di essere distante.
Mi dice qualcosa ma non capisco.
-Caldaia.
O forse mi dice cattiva.
La luce non è ancora piena, è un ronzio fastidioso come le mosche in mezzo ad un prato, ovunque ti metti il rumore rimane vicino all’orecchio.
-Sì, hai ragione, la caldaia. Andiamo lì.
Apro tutti e sei i chiavistelli della porta centrale, facciamo girare la chiave e spalanco a noi il pomeriggio scuro di gennaio.
Ci prendiamo per mano, come sempre facciamo.
Da quando sto con mia madre, quante volte gli ho detto, vieni a vedere la caldaia per favore?
Lui non ha mai capito che era semplicemente un modo per farmi mettere le mani in mezzo alle cosce.
Allora lo abbiamo fatto in macchina, di rado per strada, perché non è roba per lui.
In macchina può chiamarmi troia ma nei vicoli bui non è nemmeno capace di baciarmi il collo, qualcuno potrebbe vederci, dice sempre.
Qualcuno chi?
Mentre usciamo dal garage il gatto di Gabriella, la mia vicina, sfide le tegole del tetto sopra di noi, lui inciampa e mi cade addosso, nella ghiaia scomposta i miei gomiti sono come fiammiferi sulla carta vetrata, si bruciano e si accendono.
Lui invece si è morso il labbro per paura e ora sanguina.
-Ti serve un asciugamano?
Ma lui non mi risponde.
Una settimana fa proprio per uno stupido asciugamano abbiamo litigato.
Era venuto da me agli inizi del pomeriggio e lo avevo accolto fuori dal cancello così, le labbra rosse, i tacchi a spillo a sorreggere il peso del mio corpo, un solo asciugamano panna avvolto a me.
-Ma sei matta? E se ti vede qualcuno?
Qualcuno chi?
Mi ero chiesta anche in quel momento.
Come se ogni pezzo di retina del mondo fosse nata solo per guardare noi e la nostra audacia.
Mi aveva cacciato dentro casa malamente, come a nascondere un mostro pericoloso, mi aveva tirato su i lembi del bordo fino a sopra le spalle e mi avevo solo detto, su vatti a cambiare che poi usciamo.
A lui stare in casa non piaceva.
Non piaceva aspettarmi, non piaceva salutare mia madre, non gli piaceva nemmeno prendere un caffè da me, tanto lo prendiamo fuori.
Adesso il sangue gli invade il volto, si sta facendo tardi, lo aiuto ad alzarsi ma lui è piombo liquido, lo afferro e cade.
-Vorrei sapessi che ti voglio bene.
Ma lui un’altra volta non risponde, anche se è vero, anche se gli voglio bene non riesco ad essere la donna che vorrebbe lui.
Lo afferro di nuovo, piano, e mi sporco di sangue attorno al collo, lui prova a pulirmi via una goccia densa con le mani insicure ed io lo stringo più forte.
La porta di ferro sottile della caldaia è già spalancata, il vento della notte aveva liberato maniglie e serrature dal loro blocco.
Dentro c’è la mia vecchia bicicletta arrugginita, qualche vaso di terracotta sporco e abbandonato, vecchi cannicci e stracci sporchi.
Lui si accascia a terra.
Gli occhi vuoti e spenti, nessuna emozione dentro le pupille.
Il cellulare illumina la traiettoria del nostro sguardo, mi rimetto in piedi e rispondo a mia madre.
-Anna, ma siete ancora voi in soggiorno?
-No mamma, siamo usciti un attimo in giardino.
-Ho sentito strani rumori in garage, mi sono preoccupata.
-Ero io, ho messo un’altra lavatrice.
-È tardi, torna a letto presto per favore.
-Sì mamma, un attimo e arrivo, ora lo saluto.
Quando riaggancio ormai il suo maglione è tutto sporco.
Ritorno a terra accanto a lui glielo tolgo a poco a poco, con l’inutile paura di potergli fare ancora male.
-Te lo metto subito a lavare.
Lui prova a parlare.
-Lavatrice.
O forse dice traditrice, come prima, non capisco quello che dice.
-Mi spiace, dovrai dormire qui stanotte.
Come riflesso inaspettato, quando lo dico lui chiude gli occhi.
Adesso la sua guancia scarlatta irrora la mia spalla, ribaltando i nostri ruoli abitudinali.
Prendo il suo telefono dalla tasca dei jeans.
Non so il codice per sbloccarlo, mai stata brava io a sbirciare i numeri che metteva veloce con i polpastrelli lungo quello schermo.
Si risveglia un attimo e con il volto sblocco anche i miei dubbi.
Chat di ragazze qualsiasi, indefinite, parole d’amore, tante, inutili.
Com’era successo anche a noi, mondi paralleli e virtuali, buchi di tempo tappati in messaggi, tradimenti riversati dentro come il sapone nello scomparto della lavatrice, pronti a far sciogliere qualsiasi macchia di per sempre.
Mi aveva tradita, è solo adesso che sta per finire noi siamo reali.
Ha questo vezzo la realtà, tende a farsi vera solo quando si scontra con il dolore e con l’imperfezione, prima che questo accada è come se fosse impossibilitata ad esistere.
È così che succede la nostra verità, solo quando siamo disposti a soffrire ci arriva accanto.
Guardo i suoi occhi pesanti e la sua barba ispida, sui punti più bianchi il sangue è una macchia arancione e brillante.
Gli lascio il telefono accanto, chiudo la porta della caldaia e torno in garage.
Programma lungo e delicato, solo un’altra lavatrice penso, e poi le macchie sul suo maglione domani non ci saranno più, così come non ci sarà più nemmeno lui.
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Memorabile ed intenso. Complimenti.
mi ha colpita molto la paura di lui, e il modo in cui accetta perfino di essere cacciata in casa come ” a voler nascondere un mostro pericoloso”. e lei acconsente, nonostante questo sia un male terribile da sopportare, ma non vuole far male a lui. e quando tutto si ribalta, lei ancora ha paura di fargli male, anche se ormai lui non può sentirne più. ecco, questa inversione di ruoli, questi due tipi di amore e di dolore, il sottile confine che li separa e li mescola…bravissima. lo hai reso benissimo.
“Lui dovrà rientrare a casa stasera perché dice che le storie a distanza lo rendono stanco.Io invece sono stanca di essere distante”
bellissimo questo passaggio
Delizioso e lacerante. La verità squarcia i veli e rivela la provvisorietà di un rapporto mai alla pari. Quella paura di pubblico, sua di lui, tradisce un senso di colpa assurdo e mai affrontato. Bravissima Marta!!!
🌹🌹🌹🌹
“Qualcuno chi?”
Questa domanda si ripropone e marca benissimo la linea che differenzia i due protagonisti.
Brava Marta, bravissima. Un racconto che si svolge nella mente della protagonista, su vari livelli temporali, tutti uniti dal dolore, che fa da filo conduttore. O forse l’amore? Non lo so, me lo sono chiesta, ma non ho una risposta. E nemmeno la tua protagonista ha una risposta alle tante domande che si pone nei confronti di una relazione delicata, instabile, in cui la bilancia pende dalla parte di lui, sempre e solamente. Lei galleggia, aspetta, si prende per se le briciole e avidamente le conserva. Sembrano dialoghi e invece è un lungo monologo che ti stringe forte allo stomaco. Un testo magistralmente condotto e scritto benissimo. Complimenti Marta per questo tuo ritorno su Open.