
Un’alzataccia
Serie: 2003 – 2007 – quando eravamo giovani
- Episodio 1: Jerome il francese
- Episodio 2: Un’alzataccia
- Episodio 3: C’era una volta il sorriso di Liù
- Episodio 4: Luci piccole piccole, sempre più lontane
STAGIONE 1
L’uomo era seduto in cucina, la televisione era spenta e a parte il ronzio del frigo c’era un gran silenzio. Era ancora buio, erano le 6:30 del mattino, erano i primo di dicembre, era freddo e fuori aveva appena cominciato a nevicare.
L’uomo stava cercando di pensare a tutta quella faccenda ma non era facile.
La sera prima aveva visto un film abbastanza brutto, si era cucinato un paio di uova, aveva fumato tre sigarette, bevuto acqua e un po’ di vino. Era andato a dormire verso le 23:00 perché il giorno dopo gli toccava di alzarsi presto. Lavorava in una fabbrica di verniciatura nella zona industriale, stava in catena di montaggio, quello che doveva fare era agganciare i vari pezzi alla linea. Non c’era niente da capire, contava solo essere svelti e a furia di far pratica ci si diventava.
L’uomo quel giorno si era svegliato alle 5:00. Si doveva alzare a quell’ora da castigo di dio perché gli capitava di nuovo il turno di mattina, si partiva alle 6:00e si finiva alle 14:00
Alzataccia a parte, fare la mattina non era troppo male. Il turno migliore però era la notte, almeno per lui, quello peggiore invece era il pomeriggio.
Al pomeriggio le ore erano troppo lunghe, non passavano mai. Una volta che era estate, un pomeriggio per l’appunto, l’uomo era perfino svenuto.
D’estate nel capannone si superavano facilmente i 40 gradi. Era come stare all’inferno.
Per svegliarsi alle 5:00 l’uomo doveva per forza puntare la sveglia, la sveglia era bianca con le lancette nere. Di notte la sveglia proiettava un pallido chiarore biancastro, le lancette però non facevano molto baccano, era una cosa importante, l’uomo altrimenti non sarebbe stato capace di chiudere occhio. Aveva il sonno molto leggero.
Per qualche motivo non aveva mai pensato di prendersi una sveglia digitale.
Quella mattina, un giorno di dicembre, era ancora buio e faceva freddo, ancora però non si era messo a nevicare. Erano le 4:59.
Alle 5:00 era suonata la sveglia.
L’uomo aveva sbuffato poi aveva deglutito, si era rigirato un po’ tra le coperte, poi aveva mugugnato qualcosa e alla fine aveva semiaperto gli occhi.
La sveglia proiettava un pallido bagliore biancastro, le lancette nere segnavano le cinque. La sveglia stava suonando.
L’uomo aveva cercato di spegnerla o almeno così gli pareva di aver fatto. Però la sveglia suonava ancora. Forse se l’era sognato. Allora si era assicurato di aver gli occhi bene aperti e ci aveva riprovato. Niente da fare, la sveglia suonava ancora.
L’uomo, aveva guardato molto attentamente la sveglia.
La sveglia proiettava un pallido bagliore biancastro, le lancette nere segnavano le 5:01. La sveglia suonava ancora.
L’uomo allora si era alzato dal letto, era freddo là fuori dalle coperte. Aveva pensato «che cazzo», aveva cercato di accendere la luce della camera per vedere di capirci qualcosa ma non aveva avuto fortuna nemmeno con l’interruttore sul muro. Ci aveva riprovato ma inutilmente, era rimasto al buio a chiedersi come mai fosse rimasto al buio.
La sveglia proiettava un pallido bagliore biancastro, le lancette nere segnavano 5:01, poi mentre ancora le guardava era scattato il minuto, le 5:02. La sveglia suonava ancora.
L’uomo era al buio, ritto di fianco al letto, i piedi nudi sulle piastrelle gli si stavano congelando, doveva anche andare in bagno. Aveva fatto per grattarsi ma non c’era arrivato, non era arrivato da nessuna parte.
«Ma Cristo» aveva sussurrato, poi si era guardato attorno, cominciava ad indovinare la forma delle cose.
In bocca aveva un cattivo sapore come ogni mattina a quell’ora, per toglierselo doveva lavarsi i denti due volte, prima di colazione e dopo. Quel giorno però c’era qualcos’altro che non andava, cosa fosse stato non avrebbe saputo dire, era troppo presto per capire qualcosa.
«Ah, vaffanculo» aveva pensato l’uomo, doveva essere colpa di quel cazzo di lavoro, certe volte c’era da impazzire e non c’era nessuno sbocco, nessuna scappatoia, bisognava andare avanti e basta.
Poi l’uomo aveva sbadigliato e aveva fatto per togliersi la maglia del pigiama, una maglietta di cotone bianca. C’era un sole giallo che sorrideva disegnato sopra.
Ma l’uomo non era stato capace, l’uomo proprio non poteva togliersi il pigiama ne fare nient’altro. Non poteva perché durante la notte per qualche motivo gli erano scomparse tutte e due le braccia.
«Merda» aveva detto l’uomo rendendosi conto dello stranissimo fatto.
La sveglia proiettava un pallido bagliore biancastro le lancette nere segnavano le 5:03. La sveglia ancora suonava.
L’uomo allora l’aveva scalciata giù dal comodino poi l’aveva pestata, scalzo com’era, per tre volte quattro volte. Si era tagliato sulla pianta del piede con la plastica del quadrante ma date le circostanze non gliene fregava granché. Adesso la sveglia proiettava un pallido bagliore biancastro, le lancette però erano tutte contorte e non segnavano più niente. La sveglia finalmente era muta.
L’uomo allora era sceso in cucina, si era seduto davanti alla televisione spenta e aveva cominciato a pensare a quella faccenda, ma non era facile. A parte il ronzio del frigo c’era un gran silenzio.
Era la mattina di un giorno di dicembre, faceva freddo, e probabilmente avrebbe nevicato ma ancora no.
L’uomo pensava a che fine avessero fatto le sue braccia.
Alle 6:30 aveva appena cominciato a nevicare e l’uomo non era venuto a capo di niente. Allora l’uomo si era alzato dalla sedia ed era andato in salotto per telefonare in fabbrica e avvertire che quel giorno non si sarebbe potuto presentare al lavoro. Aveva fatto il numero con la punta del naso e dopo averla sollevata con i denti teneva la cornetta incastrata tra il muro e l’orecchio.
Il telefono dava libero, l’uomo si era schiarito la voce, la mattina a quell’ora aveva sempre la voce impastata.
Serie: 2003 – 2007 – quando eravamo giovani
- Episodio 1: Jerome il francese
- Episodio 2: Un’alzataccia
- Episodio 3: C’era una volta il sorriso di Liù
- Episodio 4: Luci piccole piccole, sempre più lontane
Condivido il giudizio di Cristiana. Bello e inquietante.
Siamo fra Calvino e Kafka, siamo sempre punto e a capo. Con quella sveglia nelle orecchie e i minuti che passano e il tempo che scorre. Se non lo rallentiamo noi, ci rallenta lui? Forse. Drasticamente perdiamo le braccia e allora ci rallentiamo da soli. Per forza. Bravo Michele, una metafora molto originale. Angosciante, da rovinarmi il sonno in attesa che la sveglia suoni.
Grazie Cristiana, per la lettura, il commento e il tuo tempo. E poi congratulazioni per la pubblicazione! E in bocca al lupo!
Ti assicuro, è stato un vero piacere
È sublime questo racconto, scorre in un attimo e quando ne arrivi a capo ti fa detestare il fatto che sia già terminato
Grazie mille, Roberto. Per la lettura, il commento e il tempo
Bella la tensione del racconto che si risolve in una ripetizione come nel “giorno della marmotta”.
Grazie, Hugo… più vado avanti più il tempo mi sembra una cosa rotonda