
Universo Di Cereali Nella Via Lattea In Polvere
Io ho capito di non aver capito. Mi alzo la mattina e sfrutto ogni secondo in ogni sua particella, per cogliere un segno, uno qualsiasi. Rimango appiccicato alla soffice superficie del materasso e lancio i miei pensieri contro il soffitto, che all’apertura delle mie palpebre, pare essere un universo stellato e brillante, molto lontano dal mondo in cui sono abituato a vivere, anzi, dal mondo che vivo ogni giorno della mia vita. Mentre tutto questo prende forma nella mia testa, il mio corpo viene catapultato fra costellazioni fatte di cereali sulla nera lastra di legno del tavolo da pranzo, la mano percorre sinuose linee ordinate e logiche, abituate al continuo ripetersi di eventi quotidiani che uccidono la voglia di vivere attraverso la loro triste continuità. Faccio erroneamente cadere il latte in polvere e genero un’esplosione di colore che stacca in maniera brillante ed evidente dal nero, e fra questi vedo un pallino, è verde, penso si tratti di un avanzo della cena consumata la scorsa notte, mi ricorda vagamente qualcosa di già visto, che è buono, sì, ma a vederlo ora genera disgusto.
A volte penso che se il mondo dovesse finire desidererei ammirare lo spettacolo della distruzione dal vetro della mia macchina, ascoltare l’ultima canzone, una canzone pesante, arrabbiata quanto io lo sono contro un mondo bellissimo ma che si diverte a mascherare se stesso con una patina di errori, come provasse attrazione nei confronti di ciò che è orribile e ingiustificabile. Non pretendo che tutto questo cambi, sarebbe utopistico. Già da bambino ponevo a me stesso milioni di domande sul perché le persone gareggiassero per ottenere il premio del più potente, che tradotto valeva a dire “il più apatico”, ma ciò non è importante nel momento in cui sei un bambino quanto lo è nel momento in cui sei adulto. La crescita spinge un bambino innocente a diventare un adulto bastardo e senza alcuna traccia di risentimento, poiché si adatta ai canoni per puro istinto di sopravvivenza come un toro nel pieno di quello che è il macabro spettacolo della corrida in cui veniamo lanciati. Io spero solo che il mio torero si impietosisca, o al massimo che muoia, ma solo un toro su mille riesce a ucciderlo prima di doversi piegare sull’arido terreno dell’arena.
Signori, la verità è che ho paura di questo mondo quanto lui ne ha di se stesso. Vedo ogni giorno ciò che l’essere umano crea, anzi, distrugge, perché nulla che ci riguardi è ormai creazione ma bensì figlia di un’ infinita e straziante distruzione. Siamo nati da un’esplosione e moriremo in essa, questa volta, però, con la consapevolezza del fatto che il denaro per cui abbiamo tanto distrutto, non ci aiuterà a ricostruire.
La sincera paura del vetro, di ciò che è fragile, ha reso noi degli esseri intimoriti dalla loro stessa fragilità, che temono la parola, il gesto, l’udito e il poco che è ormai rimasto illeso di ciò che ci appartiene di natura. Nulla ci spaventa ormai quanto il timore d’essere di vetro, ossia trasparenti e fragili, riducendoci a fredde lastre di dura pietra bianca, vuota e sporcata da acide piogge d’indifferenza.
Spesso associamo la nostra razza al misterioso e oscuro sentimento chiamato ‘odio’, ma perché una razza che prova odio allora non persevera sulla strada della distruzione in maniera intenzionale ma bensì con il solo moto purpureo dell’errore? Semplicemente poiché è solo uno il reale sentimento che contraddistingue l’essere umano, spingendolo a identificarsi come la razza distruttrice per eccellenza: l’indifferenza. Ho capito nel tempo che quest’ultima è la reale controparte del sentimento dell’amore, poiché chi odia, lo fa in quanto ama in maniera profonda qualcosa, profondamente al punto da ferirla se deluso da essa.
L’uomo non ama ma non odia neppure, l’uomo è caratterizzato, nel profondo del suo animo, da una immotivata indifferenza nei confronti di se stesso e del prossimo suo, osserva dall’alto del trono dell’egoismo l’ardore provocato dalle fiamme di un incendio da lui appiccato e forse, solo per piccole frazioni di tempo, prova risentimento in ciò che fa, ma questo non dura e conduce noi tutti, ancora una volta, ad appiccare ulteriore fuoco sulle terre tramite cui sfamiamo la bestia che il nostro essere è veramente, senza nemmeno accennare un sottile ringraziamento per ciò che essa sacrifica in nome della nostra errata esistenza.
Cado dall’universo in cui sono stato catapultato, odio e amore mescolano la brodaglia d’apprendimento primordiale umano in unico animo, costellato dall’istinto animale. L’unico dubbio che mi affligge riguarda la reale provenienza dell’odio che l’uomo prova oramai da millenni, perché se questo, a differenza dell’amore, va insegnato, chi ci insegna a portar fuori il nostro lato più rancoroso? Forse, semplicemente l’odio è frutto dell’indifferenza verso se stessi, cominci a odiare solo nel momento in cui, deluso, provi indifferenza verso il tuo benessere pur di ferire l’altro che ti guarda negli occhi. Non si può essere felici nell’odio, ma si può essere felici nell’indifferenza verso chi lo pratica.
L’uomo scopre il segreto della felicità, il mondo finisce.
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Geniale questo librick!
Grazie mille Kenji, mi rende sempre molto orgoglioso ricevere apprezzamenti come questo, qualsiasi parerevinoltre è sempre ben accetto