venerdì 10 gennaio – parte 1

Serie: Polvere gialla


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il mistero della malattia continua, ma ci saranno delle rivelazioni

Quella notte l’ho passata seduto sulla sedia, nella sala di aspetto. Non ho dormito affatto. Carmela si è addormentata verso le due. Le ho proposto più volte di tornare a casa e riposarsi, ma non ha voluto ascoltarmi.

«E se, mentre io sono a casa, succede qualcosa a Toni? E se ritrovano Vito?»

Non sapevo cosa dirle, ma non potevo lasciarla da sola.

Ho richiamato mia moglie, le ho spiegato la situazione. È stata abbastanza comprensiva.

Durante la notte ho potuto riflettere su tutto quello che era successo. C’era una cosa che continuava a tornarmi in mente, ma non so perché. Continuavo a pensare a quella sostanza che il dottore aveva detto essere simile al polline. Perché Vito aveva del polline in bocca? Aveva mangiato dei fiori?

Ho preferito aspettare la mattina per fare delle domande a Carmela, volevo che riposasse un po’.

All’alba, sono andato alla macchinetta. Il rumore ha svegliato Carmela. Le ho portato il caffè.

«Grazie dottore» ha fatto una smorfia, come se volesse piangere.

«Bevi il caffè, Carmela, ti sentirai meglio» ho aspettato che finisse di bere senza dire niente, poi, ho cominciato a parlare:

«Devo farti alcune domande.»

«Certo dottore, ditemi!»

«Hai sentito quello che ha detto il dottore di Toni sulla sostanza giallognola?»

«Sì, ha detto che sembrava polline»

«Hai idea di come Vito possa esserne entrato in contatto?» ho sperato di trovare una risposta soddisfacente.

«Non lo so dottore. Il polline si trova nei fiori e Vito andava sempre in campagna» ho ricordato quello che mi aveva detto ieri.

«Parlami di questo fiore che ti ha portato Vito» avevo un piccolo dubbio.

«È un fiore strano, ha una forma insolita, simile a una calendula, il colore è sul giallo. Lo tengo sul balcone, al sole, ne è avido» quest’ultima cosa mi ha colpito.

«In che senso ne è avido.»

«Al buio si chiude, ma non come tutti i fiori. Spesso l’ho portato dentro casa e, non appena l’ho tolto dalla luce, si è chiuso, direi istantaneamente» ho preso Carmela per un braccio.

«Forza, alzati! Dobbiamo andare a casa tua. Quel fiore è la chiave di tutto» ne ero convinto.

Ci siamo messi subito in macchina, Carmela non capiva perché avessi tutta quella fretta.

Il cielo era ancora completamente coperto. Speravo che non si mettesse di nuovo a nevicare forte. Qualche fiocco si scontrava con il parabrezza liquefacendosi.

Ho pensato di essere vicino alla soluzione. Dovevo esaminare quel fiore per assicurarmene.

Mentre viaggiavamo, Carmela ha espresso i suoi dubbi:

«Dottore, non capisco come un fiore possa aiutarci.»

«Te lo spiegherò quando arriveremo a casa tua» non ero, però, sicuro.

Giunti nel punto in cui era avvenuto l’incidente, ci siamo girati entrambi: non c’era più la polizia. Probabilmente avevano trovato una pista, almeno ci speravo.

Ho guardato Carmela che aveva abbassato la testa e sembrava dover ricominciare a piangere.

«Lo troveranno, vedrai» ho abbozzato un sorriso. Lei ha cercato di imitarmi, ma una lacrima le è scesa sul volto.

Siamo arrivati a destinazione alle sette e trenta circa. Maledettamente, ha ricominciato a nevicare più forte. Siamo entrati e non ho perso tempo. Ho chiesto a Carmela dove fosse il fiore. Mi ha condotto sul balcone. L’aveva trascurato, era coperto di neve. Subito si è piegata sul vaso e ha tolto la neve con le mani. Cominciavo a intravedere il giallo dei petali. Il fiore era chiuso. Non appena Carmela ha liberato la maggior parte della pianta, il fiore si è aperto di scatto. Una nuvoletta gialla ha investito in pieno la faccia di Carmela. Ho visto il polline entrare nel suo naso e nella sua bocca.

«Dottore!» mi ha guardato spaventata.

Sono state le sue ultime parole. Subito, ha chiuso gli occhi e si è addormentata lì sul balcone, nella neve.

Ho cercato di non farmi prendere dal panico. Stando attento al fiore, ho controllato Carmela. Come gli altri, sembrava solo addormentata. Con fatica, l’ho portata nella stanza da letto e l’ho sdraiata nel posto in cui si trovava Vito. Mi sono assicurato che la stanza fosse oscurata. Ho chiamato di nuovo i soccorsi.

«Mando subito un’ambulanza, ma lei deve assicurarmi di rimanere sul posto» probabilmente cominciavano a adottare delle misure per limitare i contagi.

Ho detto di sì.

Ho pensato a Vito, a dove fosse, a cosa avesse combinato e quante persone avesse contagiato.

Ora dovevo darmi da fare.

Ho trovato una busta di plastica integra, l’ho messa sul fiore e sul vaso e l’ho caricato in macchina. Ho lasciato la porta aperta per agevolare i soccorsi. Mi dispiaceva lasciare Carmela da sola, ma non potevo farmi mettere in quarantena.

Non ero convinto di fare la cosa giusta. Forse avrei dovuto avvisare le autorità. Eppure, qualcosa mi diceva che dovevo prima indagare da solo. Per questo ho deciso di portare il fiore a Giovanni, un mio amico che gestiva un laboratorio nelle vicinanze.

L’ho chiamato.

«Dottore! Da quanto tempo! Che mi dici?»

«Ciao Giovanni. Ho bisogno del tuo aiuto. Sei al laboratorio?» speravo che fosse già lì perché non avevo tempo da perdere.

«No, oggi è chiuso. Perché?»

Gli ho spiegato brevemente ciò che era successo e l’ho pregato di raggiungermi. Ha detto che sarebbe arrivato in circa mezz’ora, tempo permettendo. Giusto il tempo di arrivare.

Durante il viaggio, la nevicata è peggiorata, la strada cominciava di nuovo a coprirsi. A una decina di chilometri dalla destinazione, ho ricevuto una chiamata.

«Dottore, deve fermarsi!» era una voce grave e autoritaria.

«Chi è lei?»

«Non importa. Ci serve quello che porta in macchina. Si fermi, è ancora in tempo» ha abbassato il tono della voce per sembrare più amichevole.

Ho chiuso la chiamata e ho buttato il cellulare dal finestrino per sicurezza. Non sapevo con chi avessi a che fare né quali sistemi usassero.

Mi ero infilato in qualcosa più grande di me. Non capivo come potessero essere stati così veloci. C’era sicuramente qualcosa che mi sfuggiva.

Sono arrivato a destinazione. Il laboratorio aveva un ingresso anonimo, in periferia. Mi sono fermato lì davanti e ho aspettato. Giovanni non c’era ancora. È stato un errore.

Dopo una ventina di minuti, una macchina nera è comparsa dietro di me, in lontananza. Ho messo in moto e sono partito. Ho fatto alcune svolte, e ho appurato che mi seguissero.

Probabilmente avevano rintracciato il numero del professore e avevano fatto due più due.

La macchina si è avvicinata moltissimo, ma non mi ha mai speronato. Quel fiore doveva essere molto importante. Ogni tanto, dal lato passeggero, mi facevano segno di accostare, ma io acceleravo. Non avrei mai potuto seminarli. Ho deciso di fermarmi.

Un uomo vestito di nero, sulla quarantina, con capelli corti e sbarbato accuratamente, è sceso e si è avvicinato al finestrino.

«Finalmente, dottore. Ci ha fatto letteralmente sudare, pure con questo freddo» si è guardato intorno, mentre la neve cadeva, ormai, in pochi fiocchi «Ha con sé la pianta?»

Gliel’ho fatta vedere al mio fianco.

«Bene! La prenda, scenda e venga con me. Lasci qui la macchina con le chiavi, se ne occuperà il mio collega.»

Non potevo fare altro che obbedirgli. Sono salito sulla loro macchina, al posto di quello che è sceso. Siamo partiti.

«Potete spiegarmi cosa sta succedendo?»

«Abbiamo ritrovato il suo paziente, è il primo nella regione» disse quello che era uscito e che sembrava comandare.

«Vuol dire Vito? Come sta?»

«Sta bene, ma lei ci ha fatto perdere molto tempo e non so se i medici saranno in grado di guarirlo.»

Ora mi sentivo in colpa per essere scappato via.

«Avete idea di cosa si tratti?»

«Posso solo dirle che il signor Vito non è il primo caso al mondo. Eravamo già preparati.»

Non riuscivo a capire. Ho chiesto spiegazioni, ma mi hanno detto che dovevamo prima arrivare alla base.

Abbiamo viaggiato per circa un’ora. Prima abbiamo percorso a ritroso la strada che ho usato per scappare e poi abbiamo proseguito. Siamo arrivati in una zona con un terreno roccioso. Abbiamo preso una strada di campagna e ci siamo fermati in corrispondenza di una piccola costruzione in cemento. Hanno preso la pianta dalle mie mani e ci siamo incamminati verso il parallelepipedo di cemento. Si è rivelato essere un ascensore segreto che ci ha portati in profondità.

Siamo scesi di decine di metri nella roccia e siamo arrivati dinanzi alla porta del bunker in acciaio e cemento. Era molto spessa.

Dentro c’erano molti macchinari altamente tecnologici e vari uomini e donne in uniforme che si affaccendavano. Ho notato sui lati, vicino ai muri, delle campane di vetro con dentro delle piante molto simili a quella che avevo portato io.

A un certo punto si è avvicinato un uomo in divisa con molte medaglie sul petto.

Serie: Polvere gialla


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Discussioni

  1. Tra i petali del fiore, la polverina e i suoi misteri, la storia si tinge sempre piu` di giallo. Mi sono chiesta se questo fiore miicidiale esiste davvero o se si tratta di un’idea fantascientifica. Mi e` piaciuta anche l’ idea del laboratorio in un bunker, che accresce il mistero. Sono molto curiosa di sapere come andra` a finire la storia.