VenticinqueDodici

Nel mezzo di una distesa di terra spoglia, isolata da qualsiasi, anche piccolo, agglomerato urbano, in una fredda notte di dicembre, due individui si trovano all’interno di un grande capannone. Hanno fretta di finire ciò per cui sono lì e uscire da quel luogo di sofferenza, dolore e orrore.

“La numero VenticinqueDodici non ce la fa più!”

“Ci serve ancora, almeno per un’altra settimana. Rimettila in forze con un antibiotico, se serve anche una dose in più. Vedrai come si rianima e riprende a mangiare. Qualche chilo di carne e grasso in più. Così com’è, non me la prende nessuno.”

“Un altro antibiotico e quelle carni saranno tossiche, non si potranno mangiare. La VenticinqueDodici è da abbattere, ti dico. Adesso.”

“Dottò, quante storie, saranno carni sane e purificate una volta ben cotte. Sbrigati, voglio uscire, non resisto un altro minuto qui.”

VenticinqueDodici è distesa su un fianco, il corpo imprigionato tra i tubi di ferro, immobile. Gli occhi aperti, piccoli e neri, fissi oltre le sbarre. Il respiro regolare, ma greve, il cuore costretto a battere ancora. Mentre vorrebbe smettere, finalmente, per sempre.

Renato vuole festeggiare la Vigilia di Natale a casa sua. Quest’anno può permetterselo. Verranno mamma Antonia, zia Robertina e zio Giuseppe, suo fratello Nicola con la moglie Anna e i loro due bambini, Marco e Gloria. E, naturalmente, ci saranno sua moglie Rita e la figlia Emma, di tredici anni. Per la cena il menù prevede antipasti di crudo di mare, un assaggio di tagliatelle al tartufo e penne all’arrabbiata come primi. Per secondo, la vera protagonista: un’intera porchetta alla romana, adagiata tra foglie di salvia e alloro, al centro della tavola. Gliel’ha procurata il macellaio di fiducia di Renato a un prezzo bassissimo, non troppo grande ma dalle carni buone, così gli ha assicurato l’allevatore.

I primi ad arrivare sono Nicola con sua moglie e i loro figli. I bambini, raggiunti dalla cugina Emma, si fermano all’ingresso, vicino all’albero di Natale. Ci sono tanti regali, anche i loro, lo capiscono dal nome sui pacchi. Quello di Emma è piccolo ed è sicura che troverà quello che ha chiesto. Ma dovranno aspettare la mezzanotte per aprirli, come da tradizione. I grandi entrano nella sala da pranzo.

“Renà, quest’anno cose in grande stile vedo” lo canzona suo fratello Nicola, guardando la tavola apparecchiata con ogni ben di dio.

“E questa poverina come te la sei permessa. Sotto Natale una porchetta intera costa una fortuna.”

“Un’occasione, quasi un regalo dal mio macellaio di fiducia.”

“Chi, Pietro? Io non vado mai da lui, ho sentito dire che si serve da allevatori poco scrupolosi.”

“Stai tranquillo, vedi che carni dorate, me l’ha preparata e rosolata lui stesso, senti che profumo, una meraviglia.”

“Io avrei evitato, dico, un’intera porchetta, messa così al centro del tavolo, a me fa anche un po’ impressione” dice Rita guardando Anna, come a cercare una complice intesa tra mogli. Anna ricambia lo sguardo, facendo un sospiro profondo. Suonano alla porta, mamma Antonia, accompagnata da sua sorella Robertina e dal cognato Giuseppe sono arrivati. Adesso ci sono tutti e la cena può iniziare.

La sala da pranzo è permeata dall’odore dell’arrosto. Quasi non si percepiscono gli altri odori e i sapori delle altre pietanze. Ad ogni respiro, quell’odore si insinua nelle narici, sempre più forte. Emma non lo sopporta. Ogni tanto guarda quella povera maialina con compassione. Ovviamente, non la mangerà. La serata trascorre serena tra chiacchiere e risate. Soprattutto Renato è rilassato, il peggio sembra passato ed è sicuro che l’anno nuovo sarà in risalita.

“Per un futuro migliore, per tutti noi” quasi urla il fratello Nicola e i bicchieri si sollevano all’unisono.

È arrivato il momento, Renato si alza in piedi. Orgoglioso si china verso il centro del tavolo dove sono adagiati una grande forchetta e un coltello ben affilato. Li prende con cura come se dovesse compiere un rito. Con la mano destra appoggia la forchetta sul dorso della porchetta e lentamente va giù finché è sicuro che la presa sia ben salda. Con la mano sinistra, muove il coltello, avanti e indietro, ripetendo il gesto, finché la porchetta è divisa a metà. Prepara le porzioni. Viene servito prima zio Giuseppe, poi mamma Antonia, la zia Robertina, e tutti gli altri. Emma e i suoi cuginetti non sono più al tavolo. Hanno avuto il permesso di stare davanti all’albero di Natale per aprire i loro regali allo scoccare della mezzanotte. Alternano i loro sguardi tra i pacchi e l’orologio appeso sul muro. Sono le undici e quaranta, manca poco.

Nella sala da pranzo, tutti aspettano che anche Renato si sieda, per gustare l’arrosto. Zia Robertina porta la sua forchetta con un pezzo di carne vicino alle narici e la annusa, poi la allontana e la riporta di nuovo vicino al naso, annusando più a lungo.

“Ha un odore strano” dice tra sé con una smorfia di disgusto.

Suo marito Giuseppe invece, senza pensarci troppo, sta già masticando il primo boccone. Da tempo desiderava del buon arrosto di porchetta.

”Mamma, l’hai assaggiata? Com’è?” chiede Renato con la bocca piena. Ci tiene ad avere l’approvazione della madre.

“È buona sì, ma non posso mangiarne tanta, alla mia età e a quest’ora poi, di sera così tardi” gli risponde con finto entusiasmo, per non deludere il figlio. Gli sta mentendo perché non la trova affatto buona. Nicola e sua moglie Anna ne hanno assaggiato un po’, ma sono sazi e non continuano. Si sentono stranamente stanchi, all’improvviso. Rita appena dopo il primo boccone, ha un senso di nausea. Appoggia la testa tra le mani e chiude gli occhi. Le dà fastidio la luce e la testa le pesa. Non capisce se si è addormentata e per quanto tempo o ha solo perso conoscenza per un attimo, quando prova a riaprire gli occhi, tentando di riacquistare il controllo. Ha la vista offuscata, immagina di vedere dei corpi, alcuni per terra, altri appoggiati sul tavolo e abbandonati sulle sedie. Di chi sono quei corpi? Perché nessuno le parla per chiederle come si sente? Dov’è suo marito Renato? Pensa alla figlia Emma, l’ultimo pensiero prima che le forze la abbandonano del tutto. Nella sala da pranzo nessuno si muove e tutto tace. Al centro del tavolo, di VenticinqueDodici, il numero marchiato sul lobo dell’orecchio sinistro, solo la testa è rimasta intera, mentre il corpo è tutto smembrato a tagliato a pezzi. Con la mela incastonata nella bocca sembra ridere beffarda. Un sorriso macabro e sprezzante.

L’orologio appeso nell’ingresso suona la mezzanotte. È Natale. I piccoli Marco e Gloria guardano Emma, la loro cugina più grande.

“Possiamo?” sembrano dire con i loro occhi.

Emma prende il regalo di Gloria e glielo consegna, poi quello per Marco. Adesso tocca al suo, lo scarta e apre la scatola.

“Finalmente” esclama.

Al rientro a scuola, dopo le vacanze, potrà anche lei sentirsi una normale e non quella che ancora non ha il cellulare. È il modello che voleva, babbo Renato l’ha accontentata. Inserisce la sim, lo accende e attende che si connetta. Si iscrive ai vari social. A breve bombarderà tutte le sue amiche con messaggini, emoticon, meme, richieste di amicizia virtuale, le seguirà e sarà seguita. È ufficiale, non è più quella che ancora non ha il cellulare.

“Che bel Natale, vero?” dice ai cuginetti sorridendo.

Emma è commossa, oltre che felice. Pensa ai suoi genitori, soprattutto al papà Renato che ha avuto un anno non facile, ma che è riuscito a rialzarsi, a fare in modo che le potesse fare il regalo che desiderava. Sa che è un uomo buono, ogni tanto eccede in qualche stranezza come con la porchetta. Gli farà una ramanzina, con calma, qualche giorno più in là. Come sempre, suo padre la ascolterà e capirà, perché considera sua figlia, nonostante la giovane età, saggia e matura. Decide di andare dai genitori, per augurare il Buon Natale e per ringraziarli del regalo, ma cosa più importante, per dirli che li vuole tanto bene.

Emma arriva alla sala da pranzo, si ferma alla porta. Se l’orrore potesse essere rappresentato, sarebbe come la scena che vede adesso. Le gambe le si inchiodano al pavimento. Non riesce a dire una parola o a urlare, e forse è un bene, almeno non spaventa i cuginetti. Il cellulare nella mano destra, meccanicamente lo porta vicino al viso e digita uno, uno, otto. Attende, mentre il cuore le salta nel petto. Dopo qualche squillo qualcuno risponde. Riesce a calmarsi un po’, descrive la situazione e indica l’indirizzo. “Fate presto, vi prego.” Ha ancora un momento di lucidità e pensa a Marco e Gloria che stanno giocando con i loro regali nell’ingresso. Li raggiunge e li conduce nella sua cameretta, spiegando loro che lì possono giocare ancora quanto vogliono. Li ammonisce di non uscire.

Ritorna verso la sala da pranzo. Si fa coraggio ed entra. Si avvicina alla madre, per capire se respira. Tocca il padre, sperando reagisca in qualche modo. Guarda gli altri, tutti corpi inanimati. È troppo confusa per capire cosa fare ancora. Emma può adesso solo aspettare e sperare. Poi scoppia a piangere, in silenzio. “Mamma, papà, vi voglio tanto bene.”

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Discussioni

  1. Racconto drammatico dall’inizio alla fine. Racconto che non puo’ e non deve essere frainteso, come potrebbe invece accadere. Se nella storia individuiamo Renato come un colpevole, uno che “ben gli sta. Il povero maialino è stato vendicato” sbagliamo il bersaglio. In questa storia c’è una famiglia morta non perché mangia la carne, ma perché vittima dell’imprenditoria senza scrupoli che mette pericolosamente a rischio la vita altrui pur di trarre profitto.
    Dobbiamo sviluppare un’etica anti-specista che porti le generazione future a non sopprimere più gli animali per nutrimento? Certamente. Se pero’ non si capisce qual è il nemico vegani e vegetariani continueranno a fare la guerra contro Renato che mangia il maialino mentre da qualche parte magari si buca una petroliera e muoiono migliaia e migliaia di pesci.

    1. Ciao Francesco, innanzitutto grazie per aver letto e per il commento, molto construttivo e che condivido in toto per il messaggio. Il racconto e il finale è aperto a qualsiasi interpretazione. Questa è era la mia intenzione e spero di esserci riuscito. Che siano morti non è scritto, e magari il racconto lascia intesa una possibilità per i grandi di salvarsi, grazie alla tempestiva azione di Emma. C’è ancora speranza nelle futuro (o nelle future generazioni)? Non lo so, ognuno rifletta e tragga le proprie conclusioni.

      1. Giusta la precisazione sul finale, la morte è una mia interpretazione.
        Comunque si, il racconto ti è riuscito bene, non solo il finale.

  2. Un racconto che non vuole essere fine a se stesso, ma che vuole andare oltre, esponendo un problema sempre più rilevante.
    Avendo uno stile di vita vegano, quindi non limitato soltanto al cibo, ho percepito tutto il disgusto e, oserei dire, anche il macabro, avvertito dagli stessi ospiti. Sei stato molto bravo a creare queste immagini così evocative dal punto di vista sensoriale, che esprimono benissimo il concetto di cui il testo vuole farsi portatore.

    1. Si, ho voluto porre l’attenzione su un tema molto attuale, allevamenti intensivi, il carnismo…ma anche la speranza che qualcosa possa cambiare a partire dalle nuove generazioni. Grazie per aver letto e apprezzato. #goVegan

  3. ““Che bel Natale, vero?” dice ai cuginetti sorridendo.”
    Questa è la frase più drammatica, secondo me: un bel Natale è maiale e cellulare. Quasi quasi il racconto potrebbe finire qui