Verde e oro

Serie: I marchi sulla pelle


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Nei giorni di Accademia le era stato spesso spiegata la differenza tra veglia e guardia: fare la guardia a qualcuno significava tenerlo sott’occhio, ma nulla di più; vegliare su qualcuno, invece, era esattamente ciò che Resia stesse facendo con Mya.

Da quando l’aveva vista tra le braccia di Delad, il suo mondo si era pietrificato. E proprio come dopo un’eruzione vulcanica, quando la lava si è ormai seccata, ogni altra cosa era stata coperta da un manto oscuro con una sola minuscola scintilla rossa. Tutti i sentimenti tenuti a bada fino a quel momento, le emozioni represse nel punto più profondo di sé stessa, erano esplose in un forte boato. Il contraccolpo, l’aveva lasciata stordita e priva di facoltà motorie che le permettessero di allontanarsi anche solo di pochissimo dal giaciglio di Mya. Norbert Atrac l’aveva attentamente visitata, le aveva curato le ferite e medicato la brutta ustione infetta sul braccio. Quella, aveva bruciato più del marchio, più della frusta, più del fuoco contro i soldati. Sapeva perfettamente cosa simboleggiasse e il solo pensiero di cosa avesse passato Mya, le faceva ribollire il sangue nelle vene. Magma che minacciava di traboccare e cancellare tutto senza distinzione di ruoli.

Nella sua capannina sembrava regnare pace, ma le forme umane che l’abitavano era nel bel mezzo di una guerra. Combattenti immobili, con le armi spezzate e senza armatura, lottavano con un nemico invisibile che attanagliava la mente. Ira e paura si battevano contro un qualcosa di più grande di loro tentando di uscirne non indenni, ma quanto meno vittoriosi.

E Resia, seduta su quello sgabello da non sapeva più quanto tempo, riusciva a sentirsi solo sconfitta.

E Mya, priva di sensi e persa in quegli incubi che sapevano purtroppo di un rifugio perfetto, riusciva a sentirsi solo persa.

-Rea?

Sollevò appena lo sguardo su Tai, quel tanto che servisse a fargli comprendere di non essere il benvenuto in quell’invisibile campo di battaglia. Lui, fermo sulla soglia con una ciotola piena di qualcosa tra le mani, sembrava essere la più grande spina nel fianco in un momento simile.

-Ti ho portato da mangiare- Disse lasciando il recipiente sul tavolo.

-Non ho fame- rispese lei senza più staccare gli occhi da Mya.

Ma Tai, per quanto fosse un ragazzo altruista e volenteroso, proprio non riusciva a spiccare per ingegno ed empatia. Le si avvicinò accucciandosi accanto a lei cercando qualcosa da dire quando l’unica buona idea sarebbe stata il silenzio. Lanciò un celere sguardo a Mya, poi prese una mano dell’altra sussurrandole che sarebbe andato tutto bene. Quel gesto cortese, caritatevole, ebbe lo stesso effetto di un fendente su un nervo scoperto. Resia si alzò di scatto dallo sgabello allontanandolo in malo modo, negli occhi una scintilla furiosa che li rese appena più scuri e mai come in quell’attimo sentì un bisogno irrefrenabile di buttar fuori tutte le parole che non avesse pronunciato nella sua vita. Qualcosa nel petto scalpitava per lasciar andare tutto. Parole, razionalità, controllo, saggezza, intelletto. Erano solo concetti, idee che qualcun altro aveva mischiato alla propria vita creando un abito su misura. Alla domanda per chi fosse quell’abito però, non riusciva più a rispondere da un pezzo. Non andava più bene per lei da quando aveva marciato contro ogni proprio ideale; non andava più bene per l’Accademia da quando aveva disubbidito a ogni regola; non andava più bene per il Generale da quando aveva abbandonato il campo di battaglia lasciando la propria Lakas in pericolo; non andava più bene per Mya da quando l’aveva lasciata da sola contro un mondo che l’aveva quasi uccisa. Forse, andava bene per il mostro che sentiva muoversi dentro.

-Credo che tu debba riposarti. Non sei più tanto lucida- sussurrò il ragazzo rimettendosi in piedi.

-Da quando sono qui non ho fatto altro. Ed ecco il risultato!-

Il suo corpo era teso come la corda di un ottimo arco, le parole frecce che non avevano abbastanza potenza per raggiungere il suo interlocutore. Una sensazione nuova, strana ed estranea a bussare alla sua pelle.

-Non è colpa tua, Resia. Ti ha ordinato lei di andar via prendendosi poi la responsabilità delle sue azioni. Avrebbe dovuto riflettere bene prima di darti un ordine al quale non ti saresti potuta opporre.

Un attimo.

Una frazione di secondo in cui la corda dell’arco si ruppe.

Il tempo di un battito di ciglia bastò per farla scattare in avanti, stendere Tai sul pavimento e prenderlo a pugni in tutti i modi in cui un’Ike non avrebbe dovuto. Come se impattare contro di lui, servisse a cancellare tutto il male degli ultimi mesi, ma più le mani le si tingevano di rosso e più questo aumentava inesorabilmente.

-Resia!

Bastò quella voce a fermarla, il suo nome urlato con tanta urgenza da far ripartire il suo mondo. Si voltò e alle sue spalle Mya era seduta al centro del letto con gli occhi sgranati e umidi, la pelle sudata e il fiato corto. Per quanto i suoi incubi fossero ormai cari amici, il risveglio era sempre traumatico.

L’oro e il verde, tornarono a dialogare dopo così tanto tempo brillando di luce propria. L’espressione di Mya mutò innumerevoli volte: panico, confusione, incredulità, gioia. Si rincorsero sul suo viso tentando di stabilire a chi spettasse quella vittoria e a decretarlo fu l’enorme sorriso che le si formò sulle labbra. Tai ne approfittò per sgusciare via dalla presa dell’Ike e rimettersi in piedi anche se un po’ barcollante.

-Per gli Dei, se proprio tu?- chiese Mya.

Resia non seppe cosa fare, ma per la prima volta dopo tanto tempo sentì di essere nel posto giusto al momento giusto. Mosse qualche passo incerto verso il letto fino a cadere in ginocchio accanto a lei e accadde qualcosa che non credeva sarebbe mai potuta appartenere ai suoi muscoli; si sporse in avanti in uno slancio e abbracciò così forte Mya da rischiare di trascinarla con sé sul pavimento. La rossa rispose immediatamente a quel gesto, scoppiando a piangere contro il suo collo e respirando quel profumo di pioggia e legno che aveva spesso sognato e che le aveva fatto compagnia in tanti giorni bui. Tra quelle braccia, su quella pelle, non c’era più paura o dolore. Anzi, tutto quello patito, sembrava aver quasi un senso, uno scopo.

-Credevo non ti avrei più rivista. Che Lothar ti avesse trovata prima di me- singhiozzò guardandola finalmente negli occhi.

Quel nome risvegliò tutta l’ira poco prima placata. Senza farlo apposta strinse appena la fasciatura sotto cui sapeva esserci l’ustione e il verde dei suoi occhi brillò come fuoco.

-La pagherà- soffiò Resia.

Mya ebbe un sussulto. Si guardò attorno terrorizzata e quando incontrò lo sguardo del ragazzo poggiato alla parete intento a pulirsi il sangue dalla faccia, le mancò l’aria.

-Questo è un villaggio libero – spiegò Tai con tono aspro – Le vostre leggi disumane qui non valgono.

La Lady tirò un grosso sospiro di sollievo, concedendosi di tornare a guardare Resia e respirare normalmente. Un villaggio libero, forse avrebbe potuto finalmente vivere in pace con lei e perché no, chiederle tutto ciò che avesse desiderato.

-Riposi, Lady Bloom.

Sul viso di Mya nacque un piccolo broncio, ma un forte mal di testa stava velocemente incalzando e si sentiva ancora così stanca. Fissò ancora Resia e l’altra abbozzò quello che sarebbe dovuto essere un sorriso.

-Sicura che non sia un sogno, vero? Non voglio svegliarmi e scoprire di essere ancora nella stanza di Lothar.

Resia strinse forte pugni, ma obbligò sé stessa a essere funzionale per Mya in quel momento. Il resto poteva anche attendere. Scosse il capo e l’aiutò a rimettersi a letto con una delicatezza che non credeva di possedere. La osservò mentre sprofondava in un nuovo sonno più rapidamente di quanto entrambe avessero creduto e solo quando il respiro della Lady fu regolare si allontanò con l’intento di andare a cercare Norbert. Tai le fu subito dietro e con lui la sua lingua poco arguta.

-È per quella che hai fatto tutto? Per una di alto rango che ti teneva in gabbia?

-Non ti azzardare a parlare così di lei!- ringhiò voltandosi e trattenendo a stento la voglia di fargli nero l’altro occhio.

-È qui da nemmeno due giorni e tu sei già tornata l’Ike senza cuore che eri prima. Quella Lady qualcosa non ti fa bene, Rea.

Ancora una volta, Tai parlò a sproposito. Non avrebbe mai potuto comprendere ciò che la legasse a Mya, quanto, ormai lo aveva compreso, fosse qualcosa che prescindesse dal Legame. Resia fermò di nuovo il passo, voltandosi verso di lui con le mani che le tremavano d’ira.

-Bada bene a cosa dici o pensi su Lady Bloom. Ultimo avvertimenti, Tai Ortis.

Lo lasciò lì in piedi, con sentimenti forti nel petto al quale non sapeva dare una nome. Poco importava che fossero spade o parole, lei avrebbe protetto Mya.

E da quel momento non l’avrebbe mai più lasciata sola.  

Serie: I marchi sulla pelle


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Discussioni

  1. E’ così, quando un vaso viene riempito oltre l’orlo trabocca. La cascata di emozioni, sentimenti, che hanno travolto Resia è splendidamente condotta dal tuo narrare. Mi dispiace per il povero Tai, ma la vita è così: a volte conviene fare un passo indietro e stare zitti.

  2. “L’espressione di Mya mutò innumerevoli volte: panico, confusione, incredulità, gioia. Si rincorsero sul suo viso tentando di stabilire a chi spettasse quella vittoria “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  3. “prenderlo a pugni in tutti i modi in cui un’Ike non avrebbe dovuto.”
    Mi piace questa frase, il fatto che usi una negazione per enfatizzare il gesto di Resia, quel “in cui non avrebbe dovuto”. E mi dispiace però per il povero Tai😅