Verità

La verità è che io odiavo la scuola. Non sopportavo il caldo che d’estate si impadroniva del mio cervello, mentre tentavo di afferrare concetti sfuggenti. Non sopportavo il freddo che mi impediva la digestione quando arrivavo a scuola d’inverno, dopo che il sonno era stato precocemente interrotto. La verità è che la scuola era il mio peggior nemico. L’assenza della scuola avrebbe risolto tutti i problemi della mia vita, pensavo. Poi, un giorno, mi diplomai.

L’estate della maturità fu carica di pensieri. Amavo la libertà non più di quanto la odiassi: cosa ne sarebbe stato di me, ora che la mia presenza in un edificio squallido di periferia non era più richiesta?

Spesi molti soldi in vacanze spericolate, nel tentativo di liberarmi da pensieri mal celati. Inesorabilmente, come un abituale fatto di cronaca attutito dalla straziante calura estiva, giunse settembre.

Con scarsissima convinzione mi iscrissi all’università. Scelsi la facoltà che meno mi spaventava. Non volevo nulla che ricordasse anche solo vagamente il periodo del liceo. Evitai di ascoltarmi.

Lentamente le temperature calarono, molto più rapidamente scemò la mia attenzione. Intanto trascorrevo ore inutili in camera, esattamente come un anno prima.

Il freddo dei panini venduti dalle macchinette dell’università mi metteva di buonumore, così come un ragazzo in prima fila che si mostrava troppo curioso durante la lezione. Lui poneva domande interessanti, io mi iscrissi in palestra.

Dopo ancora qualche mese, giunsi alla conclusione tassativa che l’università non era posto per me. Il giorno dopo ci ripensai: «senza università io non sono nessuno». La palestra temprava il mio stomaco: non ebbi più dolori alla pancia nonostante il freddo invernale.

Il ragazzo che faceva troppe domande in realtà era uno stupido: le sue domande sembravano interessanti solo ad un altro stupido. L’altro stupido, per chiarezza, ero io. Il ragazzo che faceva troppe domande conosceva il padrone di una pizzeria in centro.

Andai a mangiare una pizza col ragazzo che faceva troppe domande, nella pizzeria di cui lui conosceva il padrone. Scoprii che il padrone era suo padre. Nel frattempo, passai il primo esame.

Qualche giorno dopo, mi presero come pizzaiolo in prova. Mi dimostrai degno della prova e mi assunsero: così ebbi il denaro necessario per cambiare palestra. Il mio corpo mi fu più riconoscente che mai. Mi scrisse un mio vecchio insegnante del liceo. Io odiavo il liceo.

La mia attività di pizzaiolo cresceva, la mia attività di universitario calava. Non passai il secondo esame, il terzo nemmeno lo considerai. Il mio vecchio insegnante mi propose di tenere una conferenza a scuola. Avevo molti soldi. Soldi sporchi di pizza, ma comunque soldi.

La conferenza doveva incentrarsi sulla vita universitaria. Seriamente, professore? Io dovrei parlare della mia vita universitaria? Vi hanno detto che ho passato brillantemente il primo esame? Non sa che il secondo… ah, capisco. Verrò allora.

La scuola non era cambiata per niente. Arrivai in aula magna col grembiule da pizzaiolo. Avevo costruito così tanta massa muscolare che nessuno dei miei vecchi compagni seppe riconoscermi. «La vita universitaria è questione di pizza e muscoli» dissi. Qualcuno rise bonariamente. Il sole bagnava quei volti freschi, di studenti ancora puri, che di università non sapevano nulla.

Ringraziai la platea.

Mi avventurai nella calura di aprile.

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Discussioni

  1. È facile immedesimarsi nel protagonista, nel suo tran-tran, secondo me hai mostrato perfettamente l’idea di un ciclo: il ragazzo che odia la scuola che alla fine della fiera torna di nuovo nella sua vecchia scuola a parlare di una cosa che ha conosciuto solo in parte, ma con la consapevolezza di avere un lavoro e, di conseguenza, uno stipendio da utilizzare per le cose che più gli piacciono, come andare in palestra (passare da una palestra ad un altra magari anche più attrezzata) e sottolineare, diciamo, in un certo senso, un certo grado di elevazione sociale che prima non era possibile raggiungere.
    Mi è piaciuto molto questo librick, spero, in futuro, di poter leggere altre cose tue.
    Alla prossima!