Verneinung

“Mai mi è capitato prima, di veder qualcuno come te” disse il pensiero bianco. “Né qui né altrove.”

“Sono frutto d’occhi ciechi” rispose il pensiero rosso. “Non quel genere di guizzo a cui la gente piace dar conto.”

“Eppure eccoti.”

“Eppure eccomi.”

“Che si prova?”

“Che si prova a far cosa?”

“Che si prova ad essere?”

“Che si prova ad essere che?”

“Che si prova ad essere pensiero rosso?”

“Si prova di essere pensiero rosso e non a essere pensiero bianco.”

“E questo è male?”

“No.”

“Dunque è bene?”

“Non è né male né bene. È pensiero. O è rosso o è bianco.”

“Detta così pare semplice.”

“Dipende.”

“Dipende da cosa?”

“Dipende se sei pensiero bianco che ignora l’essere rosso dei pensieri rossi, o pensiero rosso che risponde a quesiti che nessuno si è mai posto riguardo l’essere bianco dei pensieri bianchi.”

“Dipende da questo?”

“Da questo e dalla colpa.”

“Sono frutto dell’evidenza. Non possiedo colpa.”

“Eppure eccoti.”

“Eppure eccomi.”

“Tu lo hai detto.”

“Ascolta.”

“Ascolto.”

“Come può esistere colpa nel bianco?”

“Ancora vi rifletti? È trascorso molto.”

“Molto quanto?”

“Milioni di istanti. Che per un pensiero può equivalere alla durata di tutta una vita.”

“Ancora vi rifletto. Ebbene rispondi. Come può esistere colpa nel bianco?”

“O ancora, potresti chiedere, come può esistere bianco nella colpa?”

“Non l’ho chiesto.”

“È il problema di chi riflette pretendendo che l’evidenza possa mostrarsi di fronte ad occhi ciechi. Perché in quanto pensiero rosso, io dico questo: Come può non esistere colpa? Oppure di nuovo: Come può non esistere colpa senza pensiero? E come può il pensiero riflettere su sé stesso senza contemplare la colpa dentro il bianco e dentro il rosso, o il bianco e il rosso dentro la colpa?”

“Non saprei.”

“Per questo mi domando.”

“Esistere è complicato.”

“Eppure eccoci.”

“Eppure eccoci.

                                      “L”

C’erano una volta nove minuti, trascorsi ben cinquecento quaranta secondi dopo il primo fra loro, che in questa storia non ha scovato un mezzo attimo di sé per venir menzionato. Ricordandolo si trattava di un signor minuto. D’un tratto di tempo impreziosito dai taluni che vi avrebbero speso un qualche gesto fra i più rilevanti, purché esistesse o fosse mai esistito. C’erano una volta otto minuti sperduti nel bel mezzo del termine di loro stessi. Consumati come da fiamma bluastra fra i granelli solubili di un esistenza priva oramai di principio e seguito. Chi è in grado di ricordare lo faccia. Lo faccia. E se il decimo e il nono sian spariti o mai apparsi non è dato saperlo. C’erano una volta sette minuti che altro non possedevano se non poco più di un quinto diviso da due metà tronche a loro volta. Dispari tanto quanto il fato disuguale fra un inizio mai avvenuto e una fine già annunciata. C’erano una volta sei minuti stretti fra loro. Un doppio trio accoppiato da un riflesso unidirezionale. Mirando sé stessi provano vergogna. Forse disgusto, se vi fosse il tempo. C’erano una volta cinque minuti, furiosi e ignoranti come dita d’un palmo chiuso contro un fratello che venne a mancare nel lampo di una cinquina gemella e tale a lui. Se nella rabbia vivono, nella rabbia periscono. Così s’affermò la solitudine. C’erano una volta quattro minuti d’animo eremo, che si fan coraggio e creano ombre di fantasia per stare allegri. Ma se l’allegria germogliasse dall’angoscia, che paura potrebbe mai fare il tempo che scorre? C’erano una volta tre minuti soltanto. Fra loro si toccano le dita in preghiera, perché l’attesa è tanto tortura quanto giudizio e pena. C’erano una volta due minuti. Due e basta. Che si interrogavano con gli occhi ciechi di chi rimira il proprio io. E di quel che vedevano, nel descriverlo le loro bocche erano miti e secche. Come ossa statiche d’uomo e donna divenute sabbia, cenere e polvere. C’era una volta un minuto. L’ultimo. Che altro non poteva essere se non il nulla del sé stesso che sarebbe divenuto. Poiché non rammentava cosa fossero principio e termine, egli era e non era in un dove indistinto se non assente, al pari di un quando confluente di costrutti invasivi quali fu, è e sarà. Senza essi, che rimane se non il quanto? E questo tanto basta come ultimo istante d’un pensiero. C’erano una volta nove minuti preceduti da un altro ancora. E son nati vissuti è morti in cinquecento quaranta attimi buttati in pasto ai bei tempi che furono che sono e saranno. Perché non han scovato un attimo di sé per un gesto fra i più rilevanti. Perché la loro esistenza non possedeva né un inizio né un seguito. Perché le loro metà erano tronche, rabbiose, ignoranti e cercavano sollievo fra le ombre nate da cuori colmi di solitudine. Perché le loro bocche erano miti e silenziose. Rattrappite e secche. Come ricordi statici d’uomo e donna divenuti sabbia, cenere, polvere e infine nulla.

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Discussioni

  1. Guten Abend, Herr Cornacchia. Testo insolito per questi lidi, di consueto qui si ciancia di poveri mortali in cerca di un’identità e non del significato intrinseco delle verità Universali (o la loro Denegazione). Ma non è forse stessa materia di pensiero? Uomo, Universo, Nulla. Ho apprezzato questo libriCk proprio per i motivi sovrascritti. Il pensiero ha molte forme, più o meno scanzonate, tutte meritevoli di voce. Grazie per avere dato “suono” alla Sua.

    1. Dovere, canarino Fusca. Apprezzo il tuo apprezzamento apprezzativo apprezzato da me medesimo con apprezzata apprezzazione. Ne farò tesoro spendendoci più di un paio di pensieri sopra.